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Valentina Iorio
Fapi: «Con aumento prezzi fertilizzanti si rischia una riduzione delle produzioni». Mellano (Nord Ovest): «La logistica sta assorbendo uno shock che rischia di diventare strutturale»
L’aumento dei prezzi di fertilizzanti a causa della guerra e del blocco dello Stretto di Hormuz e il caro carburante pesano sull’agroalimentare. Nei giorni scorsi sono registrati aumenti del prezzi superiori al +30% rispetto al mese precedente per prodotti come pomodori coltivati in serra riscaldata, finocchi, asparagi verdi e cavolfiori. A lanciare l’allarme è stato il presidente nazionale della Fapi, Gino Sciotto. La scorsa settimana la Fao ha avvertito che una crisi prolungata nello Stretto, potrebbe portare a una «catastrofe» alimentare globale.
Fapi: «Servono misure straordinarie»
«Siamo di fronte a rialzi che non possono essere considerati episodici ma che sono direttamente collegati alle tensioni internazionali, in particolare al conflitto in Medio Oriente. L’aumento dei prezzi dei fertilizzanti insieme al caro carburanti, sta mettendo in ginocchio le imprese agricole», ha dichiarato Sciotto.
«Il rischio concreto è una riduzione delle produzioni, con effetti a catena sull’intera filiera agroalimentare e sui prezzi al consumo. È indispensabile – ha aggiunto – che l’Europa, il Governo e le Regioni attivino misure straordinarie di sostegno al settore»
Rese agricole a rischio
Prima dell’inizio della guerra in Iran, circa il 30% dei fertilizzanti azotati passava dallo Stretto di Hormuz. Da quando lo Stretto è bloccato i prezzi dei fertilizzanti hanno iniziato a correre e, se lo stallo dovesse continuare, il rischio è che la ridotta disponibilità di fertilizzanti abbia ripercussioni significative sulle rese, come aveva spiegato al Corriere della Sera a fine marzo il vicepresidente di Assofertilizzanti.
Corre il prezzo dell’urea
Sul fronte agricolo le conseguenze sono già visibili, come ha evidenziato nei giorni scorsi il presidente di UniEat, Massimiliano Giansanti. Il prezzo dell’urea ha registrato aumenti superiori al 20% a livello globale e di oltre il 50% a livello nazionale tra gennaio e primi di aprile, mentre almeno 21 navi cariche di fertilizzanti, per un volume vicino al milione di tonnellate, risultano bloccate o rallentate lungo le rotte commerciali.
La crisi della logistica
«Sul fronte della logistica industriale, la situazione resta lontana da una normalizzazione in Medio Oriente – evidenzia Valentina Mellano, ceo della società di spedizioni Nord Ovest – .Nelle ultime settimane il sistema ha cercato di adattarsi attraverso soluzioni alternative allo Stretto di Hormuz, ma le principali rotte alternative risultano adesso congestionate o non più accessibili. I porti utilizzati come valvole di sfogo nell’area del Golfo, come Khor Fakkan o Sharjah, sono saturi e stanno generando un effetto imbuto che rallenta l’intera supply chain. Le direttrici verso l’India o Jeddah restano formalmente invariate, ma non sono immuni alle tensioni regionali. Le rotte terrestri, ad esempio via Egitto, inizialmente considerate opzioni percorribili, comportano costi molto elevati e non sempre risultano sostenibili su scala industriale». Nel caso dell’agroalimentare il fatto che alcuni prodotti non sono «riadattabili ad altri mercati in tempi brevi» dostituisce un ulteriore problema. Per questo in alcuni casi le aziende scelgono di far rientrare la merce, con un impatto diretto sui ricavi e sulla gestione operativa.
«Per il settore ortofrutticolo il quadro è ancora più delicato, essendo un comparto in cui la regolarità delle tempistiche, la tenuta della catena del freddo e la prevedibilità dei transiti sono elementi essenziali – spiega Mellano – . La logistica sta assorbendo uno shock che rischia di diventare strutturale. La riattivazione dei flussi richiederà tempo, mentre i costi stanno già consolidando i loro effetti lungo tutta la catena del valore».
22 aprile 2026
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