Nel tennis, gli occhi spesso ingannano. A volte è meglio fidarsi delle orecchie. Il talent scout italiano Fabio Della Vida ha raccontato di quando, durante un torneo, aveva sentito un gran baccano alle sue spalle e aveva pensato che fossero i lavori di un cantiere. Si era girato, e invece era solo un ragazzino smilzo, di tredici o quattordici anni, che colpiva palle da tennis con una forza assurda. Della Vida lo aveva sentito prima ancora di vederlo: quel ragazzo sarebbe poi arrivato a sorprendere avversari e tifosi nel circuito professionistico. Una chioma rossa arruffata, origini tra le nevi di montagna, un cognome come Sinner (peccatore, in inglese): come potevo non incuriosirmi di questa figura improbabile che stava scalando la classifica nel 2019?

Al contrario del clan Alcaraz, nell’albero genealogico dei Sinner il tennis non occupava nessun posto speciale. Era uno sport come un altro. Jannik era nato da genitori che lavoravano come chef e cameriera in un rifugio alpino dell’Alto Adige, la provincia più a nord d’Italia. L’Alto Adige confina con l’Austria, e la maggior parte dei suoi abitanti parla tedesco come prima lingua. È stato un territorio molto conteso nel corso del Novecento e, dopo decenni di manovre imperiali e di fervori separatisti, si è assestato come regione autonoma d’Italia negli anni Settanta. Il paese dove Sinner è cresciuto, Sesto, si trova tra le montagne delle Dolomiti, dove lo sci è la disciplina sportiva di default. «Se immaginate qualcuno che viene da qui, pensare a un tennista è molto, molto strano», disse Sinner durante una breve visita a casa nella primavera del 2024, quando ci tornò da numero 1 del mondo.

Il suo percorso verso quella vetta non è stato lineare: la racchetta non era sempre stata una priorità. Sinner ha descritto giorni idilliaci da bambino capace in tanti sport: pranzi dai nonni, allenamenti di sci dalle due alle quattro del pomeriggio, tennis solo due volte a settimana, e poi far tardi la sera per giocare a calcio con gli amici.

Fino ai dodici anni, Sinner era uno dei migliori giovani sciatori d’Italia. Quando ne aveva sette abbandonò addirittura del tutto il tennis per un anno, dedicandosi esclusivamente alle piste, finché suo padre non lo convinse a tornare in campo. A quel tempo ammirava lo stile spavaldo dello sciatore americano Bode Miller, che, a detta di Sinner, «stravinceva o si schiantava». Allo stesso modo, anche lui saliva sul podio oppure non arrivava al traguardo, e col tempo si rese conto che la corporatura esile avrebbe potuto limitare il suo potenziale. «Ero davvero forte», spiegò Sinner nel 2024, «ma poi ho avuto un paio di stagioni dove sono andato un po’ così così, un anno dove vai contro quelli più grandi nello slalom e nel gigante, e poi lì è arrivata anche la discesa libera, però pesavo troppo poco per competere».

Da adulto, Sinner si è sentito chiedere continuamente perché avesse rinunciato allo sci per dedicarsi al tennis, e ha elaborato una risposta ben confezionata da ripetere all’infinito: il margine di errore. Nello sci, se fai uno sbaglio la gara è finita; nel tennis puoi farne un sacco e vincere comunque la partita. C’era poi anche la questione del rischio fisico: «Quando vai molto veloce e poi salti per venti o trenta metri, sai, è diverso. Poi mi è venuta questa paura. E allora, io penso: nel tennis non c’è niente di cui aver paura, no?» Quando Sinner lasciò le montagne per buttarsi nell’intensa e vorticosa turbina necessaria a produrre un tennista professionista, aveva già tredici anni. È assai raro che un giocatore del circuito si sia concentrato sul tennis così tardi nella propria infanzia, ma Sinner aveva impressionato chiunque lo avesse visto colpire una palla, compreso Riccardo Piatti, un boss del tennis italiano che aveva allenato una manciata di grandi tennisti, compreso Djokovic per un breve periodo all’inizio della carriera. Piatti invitò Sinner ad allenarsi a tempo pieno nel suo centro sulla riviera ligure, dal lato opposto dell’Italia rispetto a Sesto. Come per la gran parte degli abitanti dell’Alto Adige, la lingua madre di Sinner era il tedesco: avrebbe affinato il suo italiano rudimentale per scendere dalle montagne e andare a vivere al mare, a Bordighera, la sua nuova casa.

Allora la maggior parte dei giocatori del Piatti Tennis Center era fatta di adolescenti più grandi o adulti.

Sinner era il primo allievo troppo giovane per vivere da solo, e i suoi genitori non potevano lasciare il lavoro in Alto Adige, così per un periodo visse con uno dei suoi allenatori, Luka Cvjetković. Sinner si inserì facilmente nei ritmi della famiglia Cvjetković: giocava con i due figli, nei fine settimana passava l’aspirapolvere, portava il cane a spasso. Ma soprattutto si impegnava: Cvjetković ricorda Sinner come un ragazzino con una capacità di lavoro fuori dal comune e un talento particolare per semplificarlo. Un dettaglio tecnico che gli altri avrebbero assimilato in sei mesi, lui lo padroneggiava in una settimana. Ogni domanda che faceva aveva uno scopo: voleva capire la ragione di ogni esercizio. Questo dava un po’ di preoccupazioni agli allenatori, perché Jannik non era un allievo che potevi accontentare con frasi fatte. «Bisogna stare molto attenti a cosa dirgli quando è in campo. Devi essere molto preciso! Se gli dici qualcosa, bada che non sia una cosa sbagliata o stupida», ha ricordato Cvjetković. «Era il tipo di ragazzo che, se gli fai cento domande, ti dà cento risposte convinte». Sul cibo, sugli allenamenti, su chi volesse come partner per allenarsi: era sempre lucido e diretto. Sapeva cogliere sfumature che altri ragazzi non vedevano, separando con naturalezza le varie parti del suo addestramento: capiva quando concentrarsi sulla tecnica e quando invece “spegnere” quella parte del cervello per lavorare sulla tattica di gioco.

Dopo giornate di sei ore tra tennis, preparazione atletica e recupero, tornava dalla famiglia Cvjetković e andava a dormire presto. Ma non prima di conti­nuare il suo studio monastico del tennis professionistico.

@ 2025 by Giri Nathan | @ 2026, Iperborea

Tratto da “Cambiocampo” (Altrecose), di Giri Nathan, 20 euro, 360 pagine.