Siamo così concentrati su Hormuz, e sugli approvvigionamenti di energia, da dimenticare che molti paesi del Golfo arabico-persico hanno smesso da tempo di essere “soltanto quello”: cioè fornitori di gas e petrolio. Una delle storie di maggior successo degli ultimi anni è stata la diversificazione delle loro vocazioni. Arabia saudita, Emirati, Qatar, Kuwait e gli altri, hanno saputo dotarsi di altre fonti di reddito oltre all’energia fossile: a cominciare dalle fonti rinnovabili, e poi la logistica, la finanza e l’immobiliare, l’intelligenza artificiale e i data center. Infine, e dal nostro punto di vista soprattutto, hanno ingigantito il loro ruolo come investitori globali. I milanesi ne sanno qualcosa, vista la presenza di capitali arabi nel nuovo quartiere di CityLife. Lo stesso vale per i grattacieli di Hudson Yards a Manhattan. In quanto alla Borsa di Wall Street: l’azionariato di Big Tech e di molte altre società quotate ha visto crescere la presenza dei fondi sovrani del Golfo. Adesso che accadrà, dopo la guerra (per ora breve) e la tempesta geoeconomica di Hormuz?

Prima di azzardare previsioni, una precisazione è d’obbligo. Non bisogna parlare dei paesi arabi del Golfo come se fossero un mucchio indistinto. Né tantomeno… un mucchio di macerie. Anche per le conseguenze della guerra, ci sono differenze importanti fra loro. Ne ho avuto la conferma di recente parlando con il top manager (occidentale) di una multinazionale saudita. Lui vive a Riad. Mi ha assicurato che l’Arabia ha subito pochissimi attacchi dall’Iran, forse perché aveva costruito difese migliori. L’unico colpo iraniano a un oleodotto saudita ha creato danni lievi, riparati nell’arco di 24 ore. La vita prosegue normalmente. Questo vale anche per Dubai, Doha, eccetera (tant’è che i residenti locali hanno spesso commentato con ironia i resoconti apocalittici che i media facevano dagli Stati Uniti o dall’Europa). Però gli Emirati, il Qatar e il Kuwait hanno subito attacchi e danni maggiori. Di conseguenza l’Arabia sta addirittura beneficiando della sua maggiore sicurezza: ha accolto un milione di “profughi” dagli Emirati. Non rifugiati poveri, non gente a cui era stata distrutta la casa, semplicemente manager e imprenditori e professionisti in spostamento temporaneo nell’attesa che le turbolenze cessino. Il principe saudita Mohammed bin Salman accogliendo a braccia aperte questo flusso (in parte fatto di arabi, in parte di espatriati occidentali) sta quindi incassando un vantaggio dalla guerra: accoglie nuovo capitale umano, di alto livello, e magari qualcuno deciderà di rimanere in pianta stabile a Riad o a Jedda.



















































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Detto questo, l’instabilità non piace e non giova a nessuno. La stessa Arabia di MbS prima ancora della guerra aveva già cominciato a tagliare certi progetti d’investimento faraonici. La megalopoli del futuro, Neom, è stata rimpicciolita e ridotta a un progetto più modesto, più realistico. Lo stesso vale per certi maxi-eventi sportivi mondiali che il Regno saudita si apprestava a ospitare nei prossimi anni. Ora che è subentrata l’incertezza geopolitica sul futuro del Golfo, e l’incognita geoeconomica sulla transitabilità di Hormuz, il clima generale è teso. I grandi investitori del Golfo, quando sarà tornata la normalità, dovranno rivedere le loro priorità. Più difesa, più sicurezza. Ricostruzione di infrastrutture e impianti danneggiati. Progettazione di nuove rotte per istradare le esportazioni di greggio e gas aggirando le strozzature come Hormuz e Bab-el Mamdeb. Di conseguenza: meno investimenti all’estero. Prima o poi ce ne accorgeremo. In Europa e negli Stati Uniti, così come in Cina o in India o in Africa, gli investimenti arabi subiranno una cura dimagrante. L’Europa rischia di essere penalizzata più di altre parti del mondo per ragioni geopolitiche: in questa crisi ha brillato per la sua assenza e ha confermato la sua irrilevanza. Sul tema dei fondi vi suggerisco questa lettura: “L’altro ruolo globale del Golfo: investitore”. Eccovi una sintesi del reportage apparso con questo titolo su The Wall Street Journal.

Prima che la guerra con l’Iran riportasse il Medio Oriente al centro delle tensioni geopolitiche globali, la regione del Golfo rappresentava qualcosa di molto diverso per l’economia americana e occidentale: una gigantesca fonte di capitali. Non petrolio, ma liquidità. Non solo energia, ma finanza globale. È questa la chiave dell’analisi: capire come i fondi sovrani dei Paesi del Golfo siano diventati attori centrali nei grandi flussi finanziari internazionali, e come il conflitto in corso rischi di alterare questa dinamica. Negli ultimi anni, e in particolare nei mesi immediatamente precedenti allo scoppio della crisi con l’Iran, i grandi fondi sovrani del Golfo hanno riversato centinaia di miliardi di dollari in operazioni di alto profilo. Parliamo di investimenti nelle grandi aziende tecnologiche americane, nella finanza, nello spettacolo, nello sport e nel settore immobiliare globale. Alcuni esempi emblematici negli Usa: la partecipazione ai finanziamenti di OpenAI, il buyout da 55 miliardi di dollari di Electronic Arts, le operazioni su Warner Bros. Discovery. Non si tratta di episodi isolati, ma di una strategia coerente.

Due sono le forze che spiegano questa espansione. La prima è il boom dell’intelligenza artificiale negli Stati Uniti. I Paesi del Golfo, tradizionalmente dipendenti dal petrolio, vedono nell’AI un’occasione storica per diversificare le loro economie e posizionarsi come nuovi protagonisti tecnologici globali. La seconda ragione è strutturale: i loro fondi sovrani sono diventati enormi. Nati per accumulare riserve in vista del declino delle entrate petrolifere, oggi gestiscono patrimoni così vasti da dover trovare continuamente nuovi sbocchi di investimento.

Il risultato è una presenza crescente del Golfo nella finanza globale. Questa presenza non è uniforme: è guidata da pochi attori chiave, soprattutto Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar e Kuwait, ciascuno con caratteristiche proprie.

Gli Emirati Arabi Uniti rappresentano la potenza dominante in questo campo. Con circa 2.700 miliardi di dollari gestiti dai loro fondi sovrani, sono il principale polo finanziario del Golfo. Il cuore di questo sistema è Abu Dhabi, dove operano alcuni dei più grandi fondi al mondo. Tra questi spicca ADIA, uno dei fondi più antichi e influenti, con partecipazioni che spaziano dal mercato globale degli immobili agli hotel di lusso fino a marchi alimentari internazionali. Accanto ad ADIA operano altri veicoli, come Mubadala e ADQ, e nuove entità emergenti come L’imad, segno di un sistema in continua evoluzione. La figura centrale di questo ecosistema è lo sceicco Tahnoon bin Zayed Al Nahyan, fratello del presidente degli Emirati e uno degli uomini più potenti del Paese. Il suo ruolo va oltre la finanza: è anche consigliere per la sicurezza nazionale, il che evidenzia quanto il confine tra geopolitica e investimenti sia sempre più sottile. Tahnoon presiede diversi fondi e ha guidato operazioni ad alto impatto, incluso un investimento significativo in una società legata alla famiglia Trump nelle criptovalute.

Accanto agli Emirati, l’Arabia Saudita ha costruito negli ultimi anni un altro gigante finanziario: il Public Investment Fund (PIF). Questo fondo, oggi vicino ai 1.000 miliardi di dollari, è diventato uno strumento centrale della strategia di trasformazione economica del Paese, la cosiddetta Vision 2030 voluta dal principe ereditario. A guidarlo è Yasir Al-Rumayyan, uomo di fiducia di MbS. A differenza degli Emirati, il fondo saudita ha una forte vocazione domestica. Gran parte delle risorse viene investita all’interno del Paese, in progetti ambiziosi come la città futuristica di Neom o i resort di lusso sul Mar Rosso. Tuttavia, non mancano le incursioni globali: il fondo ha investito nello sport (LIV Golf, il Newcastle United), nelle compagnie aeree, nei videogiochi e in altri settori strategici. Questa combinazione di investimenti interni e internazionali riflette una strategia duplice: modernizzare l’economia nazionale e al tempo stesso accrescere l’influenza globale del Regno.

Il Qatar segue un modello ancora diverso. Il suo fondo sovrano, il Qatar Investment Authority, è noto per gli investimenti in asset iconici, soprattutto immobiliari. A Londra possiede alcuni dei simboli più riconoscibili della città, come lo Shard e il distretto di Canary Wharf. Negli Stati Uniti ha partecipazioni significative, tra cui l’Empire State Building. Negli ultimi anni il Qatar ha iniziato a diversificare verso settori tecnologici e innovativi, con investimenti importanti nell’intelligenza artificiale e partnership con grandi istituzioni finanziarie come Goldman Sachs.

Il Kuwait rappresenta un caso particolare. Il suo fondo sovrano, Kuwait Investment Authority, è il più antico al mondo e ha mantenuto un profilo più discreto. Con oltre 1.000 miliardi di dollari di asset, il KIA ha investito tradizionalmente in azioni, infrastrutture e immobili. Ora anche il Kuwait sta entrando nel mondo dell’intelligenza artificiale, destina risorse a data center e nuovi fondi tecnologici. È un segnale chiaro: l’intero Golfo sta convergendo verso una nuova fase, in cui la tecnologia diventa il principale terreno di competizione e investimento.

Se si allarga lo sguardo globale, questi fondi si inseriscono in una mappa più ampia dei capitali sovrani. La Cina resta il leader mondiale con oltre 3.500 miliardi di dollari, subito dopo troviamo proprio gli Emirati, seguiti da Norvegia, Arabia Saudita, Singapore e Kuwait. Questo conferma che il Golfo non è più una periferia finanziaria: è uno dei centri del potere economico globale.

Questo sistema di flussi finanziari è sensibile agli shock geopolitici. Qui entra in gioco la guerra con l’Iran. L’instabilità può rallentare gli investimenti internazionali dei fondi sovrani, riducendo la loro capacità di alimentare operazioni globali. D’altro lato può spingere questi Paesi a concentrare risorse all’interno, per proteggere le proprie economie. Il risultato sarebbe una contrazione di uno dei principali flussi di capitale verso l’Occidente.

C’è poi una dimensione più profonda, che riguarda la natura stessa di questi fondi. Non sono semplici investitori finanziari: sono strumenti di politica economica e geopolitica. Le loro decisioni riflettono non solo logiche di rendimento, ma anche strategie nazionali. Investire in tecnologia americana, ad esempio, significa acquisire know-how, influenza e posizionamento in settori chiave del futuro.

Questo rende i fondi sovrani del Golfo attori ibridi, a metà tra mercato e Stato. E spiega perché la loro attività sia seguita con attenzione crescente a Washington e nelle altre capitali occidentali. Il loro ruolo nelle grandi operazioni finanziarie non è neutrale: contribuisce a ridefinire gli equilibri del potere economico globale.

La crisi con l’Iran rappresenta una potenziale svolta. Se dovesse protrarsi o intensificarsi, potrebbe interrompere o almeno rallentare quel flusso di capitali che negli ultimi anni ha sostenuto una parte della crescita e dell’innovazione negli Stati Uniti. Il Medio Oriente passerebbe così, ancora una volta, da fattore di stabilizzazione economica a fonte di rischio globale. In conclusione, il denaro del Golfo è diventato una componente essenziale del sistema finanziario globale. Ma, come il petrolio in passato, resta esposto alle turbolenze della regione da cui proviene.

23 aprile 2026, 11:53 – modifica il 23 aprile 2026 | 14:33