di
Guido Olimpio

Da parte americana sono possibili raid in stile venezuelano, mentre il regime degli ayatollah fa sapere di avere rilasciato nuove mine. Intanto sono ormai tre le portaerei Usa schierate nell’area

Usa e Iran lasciano aperta la porta negoziale ma si preparano allo scontro. E le stesse informazioni sulle future mosse militari fanno parte della strategia: infatti, sono fatte trapelare come forma di pressione. 

Iran, la guerra in diretta



















































I raid in stile Venezuela: ecco la lista degli obiettivi

Torna, come prospettato qualche settimana fa, il modello Venezuela. Gli Stati Uniti, nel caso di una ripresa delle ostilità, hanno considerato una serie di target legati allo Stretto di Hormuz. Secondo fonti citate dalla CNN verrebbero presi di mira scafi veloci, battelli posa-mine, vedette, ossia le piccole unità in dotazione a Marina e pasdaran. 

Possibili, inoltre, strike su infrastrutture civili suscettibili di impiego bellico, anche se questa opzione innescherebbe una ritorsione iraniana sui vicini del Golfo. Infine, non sono esclusi nuovi omicidi mirati per eliminare personalità del regime considerate «radicali»: nella lista c’è il nome di Ahmad Vahidi, attuale comandante dei guardiani della rivoluzione presentato come il fautore della linea oltranzista. Non certo l’unico in una nomenklatura che si adegua a seconda delle circostanze. 

Il riferimento al dossier venezuelano è legato a quanto avvenuto nei Caraibi prima della cattura di Nicolas Maduro, con azioni limitate nei confronti di petroliere e natanti narcos. Sempre allora era stato studiato uno scenario con raid nei confronti di personaggi dell’establishment. 

Il problema delle mine (e la Marina Usa a corto di mezzi)

Gli iraniani avrebbero rilasciato nuove mine. Quante? Il numero preciso sarebbe noto al Comando centrale ma non è stato rivelato per ragioni di sicurezza. 

Intanto la Marina americana è sempre a corto di mezzi per la bonifica: a disposizione in zona ve ne è solo uno, gli altri restano ancora in Asia. E ci si chiede perché mai non siano stati spostati alla vigilia di Epic Fury nonostante fosse evidente la minaccia. 

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I guardiani, fin dagli anni ’80, hanno utilizzato una vasta gamma di ordigni per difendere le proprie coste o creare problemi al nemico. 

Le scorte di missili

Le insidie marittime non sono l’unica preoccupazione per Washington. In queste ore è riemersa la questione delle munizioni, altro tema che era stato evocato dallo Stato Maggiore ancora prima di sparare le prime salve. Venerdì mattina il New York Times ha fatto i conti: Washington ha speso tra i 28 e i 35 miliardi di dollari dando fondo alle scorte. Durante il conflitto sono stati utilizzati sistemi d’ogni tipo, con esborsi notevoli. 

Ecco l’elenco: 1100 cruise Tomahawk (costo unitario 3.6 milioni), ne restano circa 3 mila; mille razzi guidati ATACMS; 1100 missili JASS M-ER, raggio d’azione di 600 miglia, un milione a pezzo, ne rimangono 1500; 1200 Patriot ed un alto numero di preziosi proiettili THAAD. 

Il Pentagono deve colmare i vuoti, considerare le necessità su altri fronti (leggi Cina/Taiwan), rivedere la distribuzione degli apparati

Proprio per sostenere lo sforzo nel Golfo sono stati spostati equipaggiamenti antimissile dalla Sud Corea e, sembra, dirottati altri che erano destinati all’Ucraina. Il segretario alla Difesa Hegseth, tra un’epurazione e l’altra, ha chiesto all’industria nazionale di rispondere alla domanda, ma servono budget e tempi (spesso non brevi). 

Nel frattempo, si pensa a soluzioni intermedie. Gli americani hanno adottato il sistema ucraino Sky Map per proteggere la base saudita Prince Sultan, uno dei recenti obiettivi colpiti dall’Iran. È composto da sensori e radar: si è rivelato molto efficace nel contrasto dei droni Shahed usati sia dai pasdaran che dai russi. Kiev si è mossa in aiuto dei paesi arabi inviando alcune centinaia di specialisti, supporto seguito dalla firma di accordi di difesa. È prevista la fornitura di droni anti-drone: secondo il presidente Zelensky costano circa diecimila dollari, prezzo più basso rispetto ad alcuni armamenti occidentali. 

Le tre portaerei

Le valutazioni sui depositi si incrociano con le analisi riguardanti l’arsenale di Teheran. Nonostante la campagna di bombardamenti i pasdaran avrebbero oltre un migliaio di missili e riserve ampie di droni-kamikaze. Quanto basta per ingaggiare un nuovo round, anche se dovranno tener conto del rafforzamento degli avversari. Ora sono tre le portaerei mobilitate e, nelle ultime ore, sono arrivati nuovi velivoli dagli Stati Uniti.

24 aprile 2026 ( modifica il 24 aprile 2026 | 17:44)