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“Ridateci la prima serata. Salviamo il sonno degli italiani”. È l’appello lanciato un paio di settimane fa da Carlo Degli Esposti, produttore del Commissario Montalbano e ora presidente della repubblica di chi va a dormire presto. Ma anche a un orario decente. Perché, diciamoci la verità, da ormai un bel po’ di mesi a questa parte si deve tirare tardi per finire di vedere una fiction o un programma televisivo di nostro interesse. A unirsi al coro sono stati diversi volti noti della tv, da Fiorello a Claudio Amendola – che si è scusato con il pubblico dei Cesaroni per il tardo orario di inizio della prima puntata, che segnava l’atteso ritorno della fiction cult – ma anche Cristiana Capotondi e Luciana Littizzetto a “Che tempo che fa”, unico programma che alle otto di sera, la domenica, è già in onda.
Sulle reti ammiraglie di Rai e Mediaset, invece, bisogna ormai aspettare le dieci. Una decina di minuti prima su Rai 1, mentre Canale 5 non anticipa mai le 22. Risultato? Fiction e trasmissioni non registrano più gli ascolti di una volta, penalizzate dall’orario di messa in onda.
Il funerale del prime time
Poco importa se a fare i numeri ci pensano i programmi di access prime time. Dal punto di vista editoriale – ma sarebbe meglio dire imprenditoriale – è la pace dei sensi. A che serve aspettare la prima serata, che implica altri tipi di investimento – e anche di rischio -, se con un’ora e mezza dopo il tg si riesce a portare a casa lo stesso risultato (se non migliore)? È come chiudere cassa in anticipo, registrando guadagni maggiori.
“Affari tuoi” su Rai 1 e “La ruota della fortuna” su Canale 5 incassano, in media, 10 milioni di spettatori a serata, che si dividono quasi equamente, in un costante braccio di ferro. Ascolti esorbitanti che il prime time, anche se anticipato, non farebbe comunque più – salvo rare eccezioni, come Sanremo -, indebolito dalle piattaforme di streaming. Un declino evidente.
Allungare i game show è oggettivamente la soluzione più intelligente dal punto di vista del profitto. Sono loro, oggi, a trainare il carrozzone. Ascolti, pubblicità, soldi. L’equazione è semplice e, quando un solo programma funziona per un’intera stagione, non servono sforzi per arrivare al risultato. Del resto una tv che non sperimenta, che ritira fuori titoli del passato provando la carta dell’usato sicuro, dimostra di non voler andare oltre a certe dinamiche. Tanto che i confronti politici adesso si fanno nei podcast e l’intrattenimento sui social.
Il punto di non ritorno
Niente di diverso rispetto all’informazione online, schiava dei click e dell’algoritmo, o ai supermercati aperti h 24 e i centri commerciali che chiudono cinque giorni all’anno. La logica del profitto continua a battere quella umana, rendendoci spettatori a reti unificate di un cambiamento mediatico e sociale ormai sfuggito di mano. Forse si stava davvero meglio quando si andava a letto dopo Carosello.
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