«Mamma, il mio compleanno è domani!». Ma Elsa non sentiva ragioni e gli auguri glieli faceva sempre il 25 aprile, con quella frase in dialetto che sapeva di amore e fretta: non vedevo l’ora di metterti al mondo. Giacomo Poretti taglia il 26 aprile il traguardo dei settant’anni e lo fa portandosi dietro una collezione di ricordi che profumano di un’Italia che non c’è più, a partire da quel primo fotogramma a Zurigo, a soli diciotto mesi, mentre guarda i cigni sul lago tra le braccia di nonna Maria.
Dalla fabbrica al palcoscenico
La sua è una storia di radici profonde nella terra operaia tra Milano e Varese. Prima di diventare il “Giacomo” nazionale, c’è stata la polvere della fabbrica Trezzini, dove tra lamiere e saldatrici ha perso parte dell’udito, proprio come sua madre che governava trenta telai spostandosi in bicicletta. Poi il lavoro come portantino e infermiere, e quella passione politica in Democrazia Proletaria interrottasi bruscamente il giorno del rapimento Moro: «Mi resi conto che con la violenza non si causa il cambiamento, lo si peggiora». Il teatro, però, bussava già dai tempi dell’oratorio, quando un prete lo scelse per una commedia sugli alieni perché serviva un bambino “bassissimo”.
L’incontro con Aldo e Giovanni
La leggenda del Trio nasce sotto il sole della Sardegna, in un villaggio vacanze.
Giacomo era il responsabile dell’animazione, Aldo e Giovanni erano “I Suggestionabili”, un duo che lo lasciò folgorato per la loro comicità fisica e sgangherata. In quel microcosmo orbitava anche un giovane Elio (delle Storie Tese), che all’epoca lavorava come tecnico delle luci proprio alle dipendenze di Poretti. Da quell’alchimia nacque Tre uomini e una gamba, un successo travolgente basato quasi tutto sull’improvvisazione: «Pochissima scrittura. Ci mettiamo lì e proviamo».
La fede
Oggi Giacomo divide il suo tempo tra la famiglia, il tifo per l’Inter e la gestione di due teatri a Milano, scelti come luoghi di “inquietudine” contro la superficialità moderna. È un uomo che ha riscoperto la fede insieme alla moglie Daniela e che sorride ancora pensando a Tafazzi, il personaggio masochista diventato simbolo politico e persino nome di una proteina cardiaca. E alla domanda sulla morte, risponde con una curiosità poetica: immagina un paradiso simile a un hotel a cinque stelle dove, seduto davanti a un computer, potrà rivedere in loop ogni istante della sua vita.
Ultimo aggiornamento: sabato 25 aprile 2026, 09:35
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