La crisi del Golfo è entrata in una nuova fase: meno combattimenti classici, più scontro geoeconomico. Mentre le tregue si prolungano e i negoziati dovrebbero ripartire presto a Islamabad (la delegazione americana è in viaggio verso il Pakistan), gli Stati Uniti provano a rovesciare contro il regime iraniano le sue stesse tattiche di strangolamento economico. La guerra quindi si è trasferita in prevalenza su questo livello: una gara di resistenza, dove si tratta di vedere chi cede per primo allo sfinimento economico.
L’Iran mantiene le sue minacce per bloccare Hormuz, la US Navy intercettando navi iraniane vuole privare il regime di finanziamenti. Se è questo il contesto attuale, i tempi potrebbero prolungarsi.
L’Iran in effetti si era premunito contro questo tipo di embargo parcheggiando nei mari di mezzo mondo la sua “flotta-fantasma”, dove galleggia una quantità di petrolio ragguardevole. Tra i sotterfugi che usa c’è anche il travaso da nave a nave, che rende più difficile l’intercettazione (se una nave iraniana ormeggiata in acque internazionali travasa il suo greggio su una petroliera cinese, da quel momento in poi il petrolio viaggia con un’altra bandiera). Non si può escludere quindi che il conflitto sia diventato a bassa intensità ma al tempo stesso possa prolungarsi in tempi lunghi.
Intanto suggerisco la lettura di questa analisi, scritta da un ex militare americano oggi studioso di strategia. La sua tesi è interessante: la guerra in Iran segna la fine di una dottrina militare americana e l’inaugurazione di una nuova stagione, con tattiche inedite. Il testo che segue è di Mike Lyons, ufficiale in congedo dell’esercito americano, studioso di difesa e sicurezza nazionale. Apparso sul Wall Street Journal il 23 aprile:
«Il dibattito sulla campagna militare condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran è centrato soprattutto attorno alla politica di un solo uomo (Trump), più che sulla guerra in sé. Questa invece meriterebbe di essere studiata seriamente nelle sue caratteristiche specifiche. La guerra in Iran è la prima operazione americana su larga scala, da una generazione a questa parte, ad abbandonare la “gestione misurata dell’escalation” e la “risposta proporzionata”, sostituendola con una forza schiacciante impiegata fin dall’inizio. Ed è stata condotta con moderazione nei confronti dei civili. Questa sarà una parte importante dell’eredità lasciata da questo conflitto.
Per decenni, la risposta proporzionata ha funzionato meno come strategia che come rituale: colpire un ripetitore, bombardare una caserma. Questa teoria, codificata nella dottrina deterrente della Guerra fredda, sosteneva che rispondere alla forza con una forza più o meno equivalente avrebbe consentito di controllare il “percorso e velocità dell’escalation”. In pratica, queste regole d’ingaggio proteggevano i santuari del nemico.
La fase iniziale dell’operazione Epic Fury ha gettato via quel manuale. Quasi 900 attacchi in 12 ore hanno colpito simultaneamente infrastrutture militari iraniane, difese aeree e leadership del regime. È stata una dimostrazione di superiorità travolgente, inflitta come colpo d’apertura. L’Iran ha tentato di rilanciare l’escalation minacciando lo Stretto di Hormuz e colpendo Stati arabi vicini, ma queste mosse non hanno modificato il calcolo strategico sul campo. La dottrina dell’escalation controllata, con il suo approccio colpo su colpo, è stata accantonata mentre l’esercito americano imponeva un tetto strategico che il Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche non era in grado di superare.
Le infrastrutture civili iraniane — rete elettrica, sistemi idrici e terminal petroliferi per l’export — sono state in larga misura risparmiate. Quando le forze americane hanno colpito l’isola di Kharg, gli attacchi si sono concentrati su obiettivi militari, non sugli impianti che consentono alle petroliere di continuare a operare.
Questo riflette un calcolo deliberato: gli Stati Uniti hanno trasformato le infrastrutture civili iraniane in una moneta di scambio negoziale. Risparmiando la rete elettrica e gli impianti petroliferi, Washington ha preservato per il regime un incentivo alla sopravvivenza. Non si tratta soltanto di moderazione umanitaria; è la costruzione di un “ponte d’oro” attraverso il quale una leadership menomata potrà eventualmente ritirarsi sostenendo che non tutto è andato perduto. Serve anche agli interessi americani. Come afferma un esponente dell’opposizione iraniana, il figlio dello Scià Reza Pahlavi, colpire la “macchina del massacro” del regime significa indebolirlo abbastanza da consentire al popolo iraniano di concludere la lotta dall’interno.
Il che porta a una domanda cruciale: quale sarà l’uscita da questa guerra?
Il primo ciclo di colloqui a Islamabad, il più alto livello di contatti tra Stati Uniti e Iran dalla Rivoluzione islamica del 1979, è durato 21 ore e non ha prodotto nulla. Da lì si è passati a un blocco navale americano, che rappresenta la seconda fase della nuova dottrina statunitense in evoluzione.
Dopo aver smantellato l’infrastruttura militare iraniana, gli Stati Uniti sono passati a un assedio statico. Questo blocco è la nuova proporzionalità: devastante nei suoi effetti economici, ma capace di conservare la leva strategica garantita dai terminali petroliferi lasciati intatti.
L’uscita richiederà un’architettura, non soltanto un negoziato. Il nuovo leader supremo iraniano guida un regime ampiamente descritto come paralizzato e consumato da lotte interne di potere. Non è un governo in grado di firmare una resa incondizionata. Ha bisogno di una narrazione da offrire ai suoi fedelissimi per spiegare perché può fermarsi.
Esistono accordi possibili: liberazione di prigionieri, una hudna — tregua temporanea esplicitamente prevista dal diritto islamico classico — collegata a concessioni tangibili. Gli Stati Uniti dovrebbero cercare l’espulsione di giovani detenuti politici per salvarli dall’esecuzione imminente, alleggerendo al tempo stesso la pressione su un sistema carcerario già sotto stress e offrendo alla diaspora dell’opposizione qualcosa che desidera. Non sarebbero capitolazioni. Sarebbero invece gli elementi di un’uscita che entrambe le parti possano sopravvivere politicamente.
La storia più profonda, quella che conterà ben oltre qualsiasi futuro accordo di pace, riguarda ciò che questo conflitto ha dimostrato sul futuro della potenza militare americana. Dopo la Guerra fredda si era diffusa l’idea che la superiorità militare statunitense fosse diventata auto-dissuasiva: così schiacciante che il suo impiego avrebbe provocato una crisi globale, rendendola di fatto inutilizzabile. L’Iran ha trascorso trent’anni a costruire un’architettura strategica fatta di milizie proxy, capacità asimmetriche e ambiguità nucleare, tutta progettata per sfruttare quell’autocontenimento americano. Il Corpo delle Guardie rivoluzionarie avanzava verso la capacità nucleare non perché credesse di poter vincere una guerra diretta, ma perché calcolava che l’America non ne avrebbe mai iniziata una. Quel calcolo si è rivelato sbagliato.
Qualunque giudizio si dia dell’operazione Epic Fury, il segnale è inequivocabile: gli Stati Uniti sono disposti a usare una forza schiacciante, con deliberata moderazione verso le infrastrutture civili e senza ansie sui rischi di escalation. È un’America diversa da quella su cui Iran e Cina avevano costruito i loro modelli strategici. Ora stanno aggiornando quei modelli. I media continueranno a raccontare questa guerra come una storia su Donald Trump. È un loro diritto, ed è un loro errore. La vera storia è più grande di qualsiasi presidente e durerà ben oltre questo ciclo di notizie».
25 aprile 2026, 09:40 – modifica il 25 aprile 2026 | 09:43
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