Bologna, 25 aprile 2026 – In 6mila hanno attraversato mezza città per 2 ore e mezza, tra cori, striscioni, fumogeni e anche qualche polemica: è stata una mattinata di corteo e lotta quella del 25 aprile 2026 a Bologna. Nel mirino del maxi corteo, che a un certo punto si è diviso a metà, il governo Meloni e il ministro Piantedosi, ma anche il sindaco Matteo Lepore che viene contestato soprattutto per la diatriba sul Museo dei Bambini del Pilastro.
Le polemiche riguardano, invece, l’allontanamento di un manifestante che avrebbe voluto partecipare al corteo portando varie bandiere, tra cui quella ucraina. Ma non gli è stato concesso di partecipare dagli organizzatori: il sindacato di base Usb, Pap, i collettivi Cambiare Rotta, Osa e Cua, Tpo e Giovani Palestinesi. Presenti anche le realtà antifasciste del territorio.
Ex professore UniBo allontanato dal corteo
Prima del corteo partito da piazza dell’Unità, alcuni manifestanti hanno allontanato l’ex professore Unibo Tino Ferrari perché aveva la bandiera dell’Europa e dell’Ucraina insieme a quella dell’Italia. Gli organizzatori giustificano così l’allontanamento: “Non volevamo né le bandiere russe né quelle ucraine“. “Una scena vergognosa – è la solidarietà di Marco Battiato di Italia Viva -. Come Italia Viva esprimo condanna e soprattutto stanchezza per essere preda di fronde violente che minano il senso di una giornata di unità e liberazione come il 25 aprile per sostenere posizioni filo putiniani e quindi anti democratiche, contro i nostri valori fondati”. “Un comportamento intollerante e fascista, tanto più grave nel giorno della Liberazione dal fascismo – rincarano i i Riformisti del Pd –. Non sentire la causa dell’Ucraina come una grande battaglia di liberazione dalla dittatura restituisce la cecità, per fortuna soltanto di frange minoritarie e violente che non sporcheranno il 25 aprile”.

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Lancio di verdura marcia contro la sede FdI
Dopo aver sfilato lungo via Donato Creti, la mobilitazione si è spostata in via Stalingrado, in direzione del centro storico: qui, alcuni manifestanti hanno lanciato verdura marcia contro la nuova sede di FdI: “Oggi più che mai ribadiamo il nostro dissenso nei confronti del governo Meloni e contro i fasci che ogni giorni si prendono spazio nelle nostre vite”, dicono al megafono.

Il lancio di verdura marcia davanti alla sede di Fratelli d’Italia, in via Stalingrado a Bologna
L’arrivo davanti alla stazione tra i blindati
Il corteo sfila lungo via Irnerio alla volta della stazione e piazza delle Medaglie d’Oro. Il pensiero qua va alla strage del 2 agosto 1980, “una ferita ancora aperta. E oggi gli antifascisti e le antifasciste di Bologna devono stare in quella piazza”, è il grido al megafono. Il serpentone arriva sotto la Scalinata del Pincio. In questo punto gli attivisti attaccano uno striscione. “Sabotiamo la guerra“, scrivono. “Un 25 aprile fatto di persone che sanno da che parte stare”, dicono invece al microfono, aggiungendo che “Bologna sa che parte stare”. Poi, i manifestanti danno alle fiamme le bandiere di Stati Uniti, Unione Europea e Israele.
Poi il momento di maggiore tensione quando il corteo arriva davanti alla stazione di Bologna: l’ingresso è protetto da una decina di mezzi blindati della polizia, tra cui anche l’idrante. L’arrivo dei manifestanti in piazza è al grido di “siamo tutte antifasciste”. Il corteo non cerca lo scontro e, anzi, si divide.

Le bandiere americana e israeliana date alle fiamme durante il corteo
Il corteo si divide: una parte verso il Pratello
Davanti alla stazione, la testa de serpentone ha fatto il suo ingresso nella piazza. Metà del corteo, invece, prosegue il suo cammino alla volta del Pratello: questo spezzone è composto da Sgb, Usb, Rete dei comunisti, cambiare rotta, Pap, sanitari per Gaza.
Lungo via Amendola, al microfono si parla anche della lotta al Pilastro contro la realizzazione del MuBa. “Il 25 aprile non è una ricorrenza. Ora e sempre resistenza”.

“Mandiamo a casa il governo Meloni, cambiamo tutto”: lo striscione di Potere al Popolo issato in via Indipendenza a Bologna
Di nuovo contestato il sindaco Lepore
“Matteo Lepore devi andartene”, urlano i manifestanti lungo via Indipendenza, nella seconda contestazione della giornata per il sindaco d Bologna. “Nel centro delle vie del centro storico raccontiamo una delle battaglie che parte da un quartiere popolare, il Pilastro”. Che, assicurano, “difenderemo con la lotta. Blocchiamo tutto”. “Lo hanno chiamato il ‘rione fragile’ – proseguono, sempre parlando della ‘battaglia’ al Pilastro –. È il quartiere in realtà dove non ci sono i servizi e in cui non arriverà neanche il tram. Il Museo dei Bambini non serve a nessuno. Maniera carina di dire il rione. Per farlo hanno deciso di rispondere con gli arresti e i lacrimogeni. Noi siamo l’alternativa costruita nelle piazze”.
Al centro di via Indipendenza, è stato issato uno striscione di Potere al Popolo: “Blocchiamo la guerra, mandiamo a casa il governo Meloni. Cambiamo tutto”.

L’intervento di Adelmo Cervi
Prima di attraversare via Ugo Bassi, è intervenuto anche Adelmo Cervi, figlio di Aldo, ovvero uno dei sette fratelli Cervi, fucilati a Reggio Emila il 28 dicembre del 1943. “Continueremo a lottare per mandare la Meloni a casa – grida al microfono -. Questo è il peggior governo che ci potesse mai capitare nella storia della Repubblica. Diciamo basta alla violenza di questo governo”. Poi insieme ai manifestanti intona le ‘classiche’ Bella Ciao, Bandiera Rossa e Fischia il Vento.

Adelmo Cervi – figlio di Aldo, uno dei sette fratelli Cervi – in cima al corteo che si è poi disperso in via del Pratello
L’arrivo al Pratello e la fine della manifestazione
Il corteo è arrivato fino al Pratello, guidato da Adelmo Cervi, che ha preceduto lo striscione. Qui, alla spicciolata, i migliaia di manifestanti sono entrati in Pratello da piazza San Rocco.