C’è un paradosso che attraversa l’Atlantico: mentre Donald Trump appare sempre più impopolare, la sua capacità di alterare gli equilibri istituzionali non si è affatto esaurita. Uno scarto tra consenso e potere che rende la situazione più instabile di quanto suggerirebbero i sondaggi.

L’immagine che emerge dalla convergenza di dati e analisi delle ultime settimane è quella di un presidente in fase avanzata di erosione del consenso. Il suo indice di gradimento si è stabilizzato in una fascia compresa tra il 33 e il 38 per cento, non semplicemente basso, ma strutturalmente basso, il tipo di cifra che segnala un’erosione difficilmente reversibile. Più rilevante ancora: per la prima volta dal 2010, i sondaggi mostrano i democratici in vantaggio sui repubblicani sulla gestione dell’economia. In quindici anni, il GOP non aveva mai ceduto il primato su quello che considerava il suo terreno elettorale di elezione. 

La spirale si autoalimenta attraverso una serie di scommesse che si sono trasformate in passività di lungo periodo. Si parte dai dazi: Trump aveva presentato le tariffe di “Liberation Day” come una strategia industriale capace di tutto: rimpatriare la manifattura americana, strappare accordi commerciali favorevoli, rifornire il Tesoro. L’uso estremo dei poteri d’emergenza ha invece convinto la Corte Suprema a bocciare l’impianto tariffario, costringendo il governo ad avviare il rimborso di oltre 166 miliardi di dollari in dazi dichiarati illegali. 

Poi c’è il capitolo della base elettorale: dopo neanche un anno e mezzo della seconda presidenza si scopre che il movimento MAGA non è affatto un blocco monolitico. Da un lato, una parte dell’elettorato più radicale considera Trump non troppo estremo, ma troppo poco efficace; dall’altro, settori più istituzionali iniziano a prendere le distanze, spesso in modo silenzioso, evitando lo scontro diretto ma sottraendosi alla disciplina.

La guerra in Iran è la scommessa più costosa. Non soltanto in senso militare o diplomatico, ma nella sua capacità di corrodere le fondamenta del consenso che aveva portato Trump alla Casa Bianca nel 2024. Quella vittoria era stata costruita in parte su un patto implicito con un elettorato giovanile e libertario, i cosiddetti ascoltatori di Joe Rogan, i critici delle “guerre per sempre”, quelli che avevano visto in Trump un’alternativa all’interventismo liberal. Quel patto è oggi in pezzi. 

Questo doppio movimento fa sì che Trump perda pezzi sia al centro sia alla periferia del suo stesso sistema di consenso. 

Tucker Carlson, voce un tempo tra le più fedeli del trumpismo, ha rilasciato quella che i media americani hanno già definito una straordinaria pubblica ammenda per anni di sostegno incondizionato al presidente. La dissidenza di Marjorie Taylor Greene e Alex Jones segnala qualcosa di più profondo: la coalizione che aveva reso possibile il 2024 si sta sfilacciando dall’interno, non per eccesso di moderazione, ma per eccesso di guerra.

Intanto alla pompa di benzina il conto è arrivato puntualmente: oltre quattro dollari al gallone per la prima volta dal 2022, con il 77 per cento degli elettori che attribuisce l’aumento a Trump, secondo un sondaggio Reuters/Ipsos. La risposta del presidente: gli americani devono aspettarsi di pagare di più “per un po’” in cambio di un Iran senza armi nucleari, è il privilegio di chi ha credito politico da spendere. Trump, in questo momento, quel credito l’ha palesemente esaurito.

È in questo contesto che continua il lento ma inequivocabile allentarsi del giogo MAGA sul Partito Repubblicano. Non è ancora una ribellione, è piuttosto una serie di defezioni silenziose, di assenze strategiche, di calcoli di sopravvivenza individuale che rispecchiano un partito alle prese con la propria identità post-Trump. In Congresso, diversi senatori repubblicani hanno voltato le spalle alla richiesta della Casa Bianca di indagare il presidente della Federal Reserve Jerome Powell; altri non rispondono più al telefono quando si tratta di difendere la guerra in Iran. Marco Rubio è sparito dalla scena mediatica. Tulsi Gabbard non ha spiegato a nessuno le ragioni del conflitto. JD Vance, il vicepresidente che avrebbe dovuto essere l’erede naturale del trumpismo, gestisce trattative di pace a Islamabad con l’aria di chi vorrebbe trovarsi altrove, e intanto vede il proprio indice di gradimento scivolare ai minimi storici per un vicepresidente a questo punto del mandato.

Anche sul piano simbolico, alcuni segnali sono sempre più forti: le polemiche con ambienti religiosi, le tensioni con alleati tradizionali, perfino certe uscite comunicative sempre più autoreferenziali contribuiscono a isolare il leader invece che rafforzarlo. Sono il riflesso di una leadership che tende a chiudersi, proprio mentre ha sempre più bisogno di allargare il consenso.

Il paragone storico che offre più chiavi di lettura è quello con la Rivoluzione francese e la fine di Robespierre come ha notato Sasha Abramsky su The Nation. L’Incorruttibile governava per decreto, dispensava lealtà e terrore in egual misura, riceveva pubbliche professioni di devozione da alleati che in privato cominciavano a tramare la sua fine. Quando la Reazione Termidoriana arrivò, fu rapida e orchestrata proprio da coloro che più aveva creduto vicini: i cortigiani che esibiscono fedeltà in pubblico e misurano le distanze in privato, l’uomo al centro che continua a credere nella propria indispensabilità mentre gli altri già si preparano al mondo che verrà dopo.

Quello che rende questa fase diversa e più pericolosa delle turbolenze ordinarie è che Trump non ha smesso di essere una minaccia istituzionale: è politicamente indebolito, ma strutturalmente ancora in grado di fare danni profondi. Ha costruito una presidenza imperiale, smantellando norme, poteri di controllo, equilibri istituzionali; un’alterazione sistemica della democrazia americana, e forse anche di quella europea.

Il prossimo inquilino della Casa Bianca, chiunque esso sia, erediterà un esecutivo enormemente più potente di quello che Trump stesso aveva trovato nel 2017. Se sarà un democratico, userà quelle leve. Se sarà un repubblicano, le userà ugualmente.

Tutto ciò ha implicazioni dirette per l’Europa: la chiusura dello Stretto di Hormuz ha prodotto un’impennata dei prezzi energetici che attraversa l’Atlantico senza chiedere il visto: le economie europee, ancora alle prese con la digestione post-pandemica e la pressione inflazionistica, subiscono le conseguenze di una guerra che non hanno votato e che non possono fermare. I dazi di “Liberation Day”, prima di essere bocciati dalla Corte Suprema, avevano già incrinato le catene di approvvigionamento transatlantiche e forzato rinegoziazioni affrettate. La destabilizzazione della NATO, non ancora formale, ma già percepibile nell’ambiguità americana sull’articolo 5, ha costretto i governi europei ad accelerare spese per la difesa che avrebbero preferito destinare altrove.

Un altro aspetto, più profondo, riguarda il modello istituzionale. Se negli Stati Uniti si consolidano pratiche di presidenza “espansiva”, con un uso sempre più disinvolto dei poteri esecutivi, queste non resteranno confinate oltreoceano. Le democrazie europee, già attraversate da spinte populiste, potrebbero vedere rafforzata l’idea che le regole siano elastiche e che il consenso diretto giustifichi forzature istituzionali. Non è un effetto automatico, ma è un precedente che circola, si legittima, e diventa imitabile. Un utile promemoria per questo 25 aprile.