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Giacomo Poretti è alla soglia dei 70 anni, che compirà domenica 26 aprile. Un compleanno che per lui è sempre iniziato il giorno prima, il 25 aprile, quando mamma Elsa gli faceva gli auguri. «Nino, a vedevi no l’ura de meteti al mund», gli diceva ogni volta. Nell’intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera si racconta come in una biografia, partendo dai primi ricordi: «Guardavo i cigni sul lago a Zurigo in braccio a mia nonna Maria». Papà Albino era metalmeccanico alla Rimoldi di Olcella, «un paesino sperduto del Milanese», mamma operaia tessile alla Giulini Ratti, ma lasciò tutto per trasferirsi a Beirut, «all’epoca la Zurigo del Medio Oriente».


APPROFONDIMENTI

Prima di diventare Giacomino

Prima del teatro e del successo, la fabbrica. Cinque anni di lavoro e anche una conseguenza fisica: «Ho perso parzialmente l’udito». «Sono nato a Villa Cortese, a metà strada tra Milano e Varese. Dai tredici ai diciotto anni ho lavorato alla Trezzini. Facevamo sabbiatrici, macchine enormi di ferro e acciaio.

Si tagliavano le lamiere e si saldavano tra di loro». La politica entra nella sua vita nel 1972, durante un’assemblea alle scuole serali, ma finisce bruscamente con il rapimento Moro. Intanto cambia strada: «Ero in ospedale. Tornato dal militare, andavo alla scuola per infermieri e mi piaceva molto».L’amore per il palcoscenico

Il teatro arriva all’oratorio. «Il prete, don Giancarlo, era innamorato del teatro. Tre volte l’anno metteva insieme tutto il paese per fare una commedia». E poi quel primo ruolo, senza provino: «Aveva bisogno di tre bambini: uno altissimo, uno grassissimo e uno bassissimo. La terza parte fu mia. Ricordo le luci, le scene, il pubblico: una cosa meravigliosa». Il debutto vero è del 1985: «Ero caposala in ospedale e frequentavo una scuola serale di teatro a Busto Arsizio». Entra nella compagnia Atecnici: «Facevo Francesco Sforza. Il pubblico ci tirava i petardi e le monetine. Dopo sei mesi la compagnia era fallita». Poi Milano e i cabaret: «Ce n’erano decine. Chiuse il Derby ma ne fiorirono altri. Lo Zelig non era neppure il più importante». E una riflessione netta: «Oggi la gavetta nei locali non esiste più. Noi siamo stati l’ultimo avamposto dello spettacolo in cui il corpo e il mimo contano. Oggi è tutto stand up».

L’incontro con Aldo e Giovanni

L’incontro con Aldo Baglio e Giovanni Storti arriva in Sardegna, in un villaggio vacanze. «Ero responsabile dell’animazione, loro poco più affermati di me». Ma li aveva già notati: «Li avevo visti al Circolone di Legnano e mi avevano folgorato». E un dettaglio rimasto iconico: «Aldo all’epoca aveva una chierica terrificante. Era talmente imbarazzante che il pubblico non osava neanche insultarlo». Accanto a loro c’era anche il tecnico luci: «Si presentò come Stefano Belisari. Un giorno ci disse del suo gruppo, Elio e le Storie Tese. Noi lo mandammo a cagare».

Il successo e Tafazzi

Tre uomini e una gamba segna la svolta, ma non senza diffidenza iniziale. «Il mondo del cinema romano ci considerava degli intrusi. A Medusa ci diedero solo 47 copie perché non eravamo nessuno. Aumentarono subito a dismisura». E ora un nuovo capitolo: «Quest’estate ci riproviamo. Giriamo un nuovo film, uscirà sotto Natale». Tra i personaggi più celebri, Tafazzi: «Facevamo la parodia dei supereroi. Aldo era un Superman afflitto dalla pleurite, Giovanni l’uomo Flash. Io mi vestii buffamente, con il parapalle, presi una bottiglia vuota e cominciai a percuotermi». Un’icona diventata culturale: «Veltroni lo ha riconosciuto come simbolo della sinistra, poi Sandro Veronesi, Giorgia Meloni… e dei ricercatori di Pavia hanno dato il mio nome a una proteina». E la battuta finale: «Io sono finito nel dizionario, voi no».

Amore e vita privata

Nel film c’era Marina Massironi, anche compagna nella vita: «Ci sposammo nell’85, poi il rapporto finì e abbiamo potuto lavorare insieme». Poi Daniela: «L’ho conosciuta nel 1999, ci siamo sposati nel 2002 e nel 2006 è nato nostro figlio Emanuele». Oggi, insieme a Luca Doninelli e Gabriele Allevi, gestisce due teatri, il Teatro degli Angeli e l’Oscar, un progetto nato poco prima del Covid.

«La morte mi accompagna da sempre»

Tra i ricordi più forti, anche un episodio drammatico. «Avevo poco meno di vent’anni, nella piazza di Villa Cortese eravamo una trentina, tutti di sinistra. Passa un ragazzo, che tra l’altro aveva fatto le elementari e medie con me, e ci fa un gesto di ingiuria». Esplode tutto: «Noi rispondiamo con un insulto. Quello torna indietro e mi grida di ripetere quello che ho detto. Tira fuori una pistola e me la punta alla tempia, durò una frazione di secondo poi fortunatamente per tutti e due lui è riuscito a scappare». Il rapporto con la morte è costante: «Il mistero mi angoscia da sempre. La morte mi ha sempre tenuto compagnia, la penso costantemente». Ha scritto anche un libro dove passa trenta pagine a immaginare il paradiso: «È un luogo dove tutti si ritrovano: incontri Hitler, incontri Stalin, incontri quelli che ti hanno fatto uno sgarbo. Il paradiso potrebbe essere come un hotel a cinque stelle. Arrivi, ti portano in una grande stanza con miliardi di persone davanti al computer. Schiacci play e ti rivedi tutta la tua vita». Fino a tornare lì, all’inizio: «Che meraviglia rivedere i cigni del lago di Zurigo, in braccio alla nonna».


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