di
Dimitri Canello
Lo scatto nell’Agordino. Questo animale è evocato spesso dallo scrittore Mauro Corona come simbolo di una montagna autentica
La fotografia come soglia percettiva tra ciò che l’uomo riesce a vedere e ciò che il bosco custodisce gelosamente. L’immagine del gallo cedrone nei boschi del Basso Agordino catturata dall’obiettivo dal fotografo naturalista Mario De Marco restituisce, infatti, una dimensione quasi arcaica della natura alpina, dove il tempo non segue il ritmo umano ma quello lento e ciclico delle stagioni. Lo scatto si colloca in un’area di straordinaria complessità ecologica, tra Taibon Agordino, Voltago Agordino e La Valle Agordina, un mosaico di foreste, pendii e radure che rappresentano uno degli ultimi rifugi stabili per specie forestali particolarmente sensibili. In questo contesto si muove il protagonista dell’immagine: il gallo cedrone, uccello elusivo e simbolico, la cui presenza è considerata indicatore di ecosistemi maturi e poco disturbati.
De Marco descrive così l’esperienza dell’incontro: «Nel periodo primaverile si sente nel bosco uno strano verso, come il battere tra due legni: è il verso del gallo cedrone (Tetrao urogallus), qui uno splendido esemplare da me immortalato, testimone della splendida biodiversità dei nostri boschi. Quello tra il gallo cedrone e il fotografo naturalista non è un semplice incontro ma un delicato esercizio di diplomazia selvatica. In questo contesto non è solo un vezzo etico: è la condizione necessaria affinché la fotografia abbia un valore e, soprattutto, affinché la specie non subisca danni irreversibili».
In queste parole si concentra una visione precisa della fotografia naturalistica: non come possesso dell’immagine, ma come negoziazione silenziosa con il vivente. La cosiddetta «diplomazia selvatica» evocata dal fotografo non è una metafora ornamentale, ma un principio operativo: significa saper leggere il comportamento dell’animale, rispettarne le soglie di tolleranza, accettare che la riuscita dello scatto dipenda più dalla distanza che dalla vicinanza. La primavera, in questo scenario, diventa un momento di intensificazione percettiva: «Il bosco – spiega De Marco – si riempie di suoni bassi e ripetuti, quasi percussivi, che anticipano la presenza del gallo cedrone molto prima che esso si renda visibile. È un linguaggio primitivo, che non ha bisogno di mediazioni umane e che trasforma la foresta in una sorta di teatro invisibile».
Il gallo cedrone compare anche in opere e racconti ambientati tra le montagne friulane, dove lo scrittore Mauro Corona lo ha spesso evocato come simbolo di una montagna autentica, ruvida, ancora non completamente addomesticata. Nei suoi riferimenti all’osteria «Gallo Cedrone» di Erto, il nome dell’animale si carica di una dimensione narrativa e umana, diventando emblema di chiacchiere notturne, memorie alpine e riflessioni sulla sopravvivenza del mondo selvatico. In questo senso, l’immagine di Mario De Marco sembra dialogare idealmente con quella immaginazione letteraria: da un lato la fotografia che documenta con rigore e silenzio, dall’altro la parola che racconta e rielabora. Entrambe, però, convergono su un punto comune: la montagna non è uno sfondo, ma una presenza viva, che esige rispetto e attenzione costante. E nel cuore del bosco agordino, tra silenzi densi e richiami primaverili, questa convergenza assume un valore assoluto: la necessità di continuare a osservare la natura senza consumarla, di raccontarla senza impoverirla, di incontrarla senza violarne il mistero.
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25 aprile 2026
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