MICHAEL. Nelle sale

Beatificazione della popstar morbida, scattante, fumettosa. Ecco sì: Michael è il simbolo del cinema della post verità, degli omissis, della selezione, del rimosso che supera il rivelato / conclamato. Della fiction che mette da parte la realtà. Lo show c’è. Ed è potente. Invasivo, dominante. Dosi extra di musica (e fin qui bene-bene) per inquadrare e definire un fenomeno indiscusso della pop generation e della pop culture, come i Beatles, Andy Warhol e la minigonna. Precipitiamo nella favola / ossessione di Peter Pan, con l’énfant prodige tutto-talento prigioniero di un padre Capitan Uncino che cerca una perfezione ipotetica attraverso le botte e le umiliazioni togliendo smalto e felicità al piccolo genio. Dunque, ci sono i traumi infantili e il desiderio mai pienamente compiuto di realizzare i sogni dell’avido papà operaio nella piccola Gary, Indiana, accanto a una madre comprensiva e ai fratelli canterini. C’è lo scimpanzè Bubbles a guardia della casa del conquistato benessere a Encino, California.

C’è il Victory Tour che fu il tardivo momento dell’emancipazione dal padre-padrone. C’è il moonwalk, naturalmente. E ci sono tutte le altre danze da palcoscenico. Ci sono i record che sappiamo: un miliardo di copie vendute tra album e singoli. Thriller (1982) è a tutt’oggi l’ellepì di maggior successo globale: 100 milioni di venduto. Il film copre un arco di tempo di circa vent’anni, da metà Anni Sessanta al 1988. E non va dimenticato che nel 1997, un anno prima della morte, Jacko era da tutti indicato come l’uomo più famoso del Pianeta. Che altro? Ci sono i Jackson Five, dalle prime stecche con le prove tra salotto e cucina al successo planetario, anche se i fratelli nella storia di Michael non prendono mai rilievo. C’è il furgoncino delle trasferte nella neve, c’è la Motown, la casa discografica che lanciò la popstar quando era un bambino. C’è l’incontro decisivo con Quincy Jones, ci sono gli eventi e i concerti memorabili, lo spot Pepsi del 1984 per la cifra da sballo di 50 milioni di dollari e l’incendio sul set che gli bruciò il cuoio capelluto e molto influì sulla successiva ossessione di Michael per i ritocchi estetici, inseguendo le fattezze delicate di Liz Taylor. 

C’è la fragilità soave dell’uomo, configurato come un essere speciale, un angelo o un alieno piovuto sulla Terra, travolto da un’esistenza che sembra una partitura celestiale, la storia di un predestinato, e diviene strada facendo un catalogo vivente di stress, manipolazioni, esagerazioni. Ecco: tutto questo c’è. Manca invece lo scavo sul personaggio con i suoi alti / altissimi e i suoi bassi / bassissimi. Mancano le trasgressioni, le depressioni, le euforie, la preparazione maniacale dei tour, l’intreccio delle relazioni, i tre figli e le due mogli, Lisa Marie Presley, la figlia di Elvis, e l’infermiera Debbie Rowe, i tre figli. Manca la sorella Janet Jackson, la più piccola della famiglia, e così l’odissea giudiziaria. È come se il filmone annunciando sui titoli di coda che «la storia continua» lanciasse un’ipotetica seconda puntata che dovrebbe portarci dal 1988 fino alla morte di Jackson, avvenuta nel 2009 a cinquant’anni a causa di un’overdose di sostanze e medicinali. Il tono consolatorio nasce dal fatto che nella tormentata produzione c’è anche chi gestisce la memoria e l’eredità Jackson. 

Le oltre quattro ore di girato sono così diventate nella versione definitiva due ore e 10. La poderosa sforbiciata ha salvato (e vieppiù valorizzato) la parte musicale, e questo è un pregio, sacrificando invece il racconto dei guai giudiziari che Jackson ebbe nell’ultima parte della carriera, comprese le accuse di abusi sessuali e pedofilia. Nell’elenco delle tempeste che il film ha superato c’è il continuo slittamento dell’uscita. Nell’impasse hanno pesato lo sciopero di attori e sceneggiatori di Hollywood del 2023, la difficoltà di trovare un equilibrio narrativo in una storia così complessa e, di certo, la volontà del regista, Antoine Fuqua (Training Day, Equalizer), di costruire un’opera innovativa e nello stesso tempo maestosa sul piano dell’intrattenimento. Intento, va detto, riuscito soltanto a metà. 

A interpretare Jackson è il debuttante Jaafar Jackson, 28 anni, figlio di Jermaine Jackson e dunque nipote della popstar.
La scelta di Jaafar si può dire una scommessa vinta. La somiglianza con zio Michael è notevole, benché la resa sul set sia altalenante: la sua è più un’imitazione che un’interpretazione. Fuqua ha detto più volte nelle interviste di aver voluto rappresentare il genio creativo di un artista senza eguali, comunque lo si giudichi. Dunque: il prezzo del successo, i contraccolpi emotivi, i meccanismi scellerati dello show-biz. Il modello è Bohemian Rhapsody, il film del 2018 su Freddie Mercury e i Queen (c’è il produttore Graham King a unire i due film). Il cast è di alto profilo: un imponente, ingombrante Colman Domingo è il severo padre di Michael, Joseph Jackson; Nia Long è la madre Katherine; Kendrick Sampson fa Quincy Jones; Miles Teller impersona il manager e avvocato John Branca; Kat Graham è la meravigliosa Diana Ross. Il giovane, ipercinetico Michael è interpretato da Juliano Krue Valdi. 

MICHAEL di Antoine Fuqua 
(Usa, 2026, durata 130’, Universal Pictures) 

con Jaafar Jackson, Miles Teller, Colman Domingo, Nia Long, Joe Gillette, Juliano Krue Valdi 
Giudizio: 3,5 su 5 (per il livello spettacolare) 
Nelle sale