Medici di famiglia al centro dell’assistenza territoriale, motore delle Case di Comunità che stanno aprendo in tutta Italia e con un contratto da dipendente, su base volontaria, con il Servizio sanitario nazionale. Questo l’obiettivo del ministro della Salute Orazio Schillaci, che ha illustrato ieri in Conferenza delle Regioni la bozza di decreto legge che porta il suo nome e che punta, soprattutto «a fare presto per dare agli italiani una sanità più efficiente e vicina ai cittadini, in particolare ai più fragili». Per farlo, la strada scelta è quella di un decreto legge che potrebbe arrivare entro maggio. Ma proprio questo impianto di riforma ha già innescato proteste e forti critiche da parte della categoria dei medici di medicina generale, che temono un cambiamento profondo del proprio ruolo e del modello organizzativo. Il provvedimento, infatti, mira a rafforzare la sanità territoriale e a ridurre la pressione sugli ospedali attraverso il potenziamento delle strutture di prossimità, ma lo fa intervenendo direttamente sulla figura del medico di famiglia.
La riforma
Come già annunciato in passato dal ministro, il cuore della riforma che punta a fare della medicina territoriale una chiave per la «svolta» e la «profonda innovazione» del Servizio Sanitario Nazionale, è rendere il ruolo dei medici di base una «componente stabile del modello organizzativo» delle case di Comunità. Per questi professionisti, oggi convenzionati con le Asl, prevede la possibilità, su base volontaria, di diventare dipendenti pubblici, cioè di avere un rapporto di lavoro subordinato come gli ospedalieri. Questo rapporto di dipendenza sarà però su base volontaria. Non si tratta di un obbligo ma di un percorso programmato e progressivo: il testo non cancella la convenzione, anche per andare incontro alle tante rimostranze già avanzate nelle scorse settimane, ma introduce un sistema misto, che potrebbe essere in futuro sempre più esteso. Altro capitolo di possibile scontro potrebbe essere la remunerazione: oggi i medici vengono pagati in base al numero di pazienti, in futuro dovrebbero esser remunerati in base alla partecipazione al lavoro nella rete territoriale, alla presa in carico di un certo numero di pazienti cronici e fragili. Realizzate con i fondi del Pnrr, al 31 dicembre 2025, erano 781 le Case di Comunità attive con almeno un servizio funzionante in Italia, a fronte di circa 1.715 strutture programmate. L’obiettivo del ministro arrivare entro il 30 giugno 2026 alla piena operatività. Il nuovo sistema che prevede di alleggerire il carico di lavoro sugli ospedali, potenziando strutture intermedie sul territorio all’interno delle quali i cittadini troveranno équipe multidisciplinari che prevedono anche pediatri, infermieri, specialisti ambulatoriali, psicologi, assistenti sociali. In Italia, secondo recenti dati della Fondazione Gimbe, mancano oltre 5.700 medici di medicina generale e sempre più cittadini faticano a trovarne uno, soprattutto nelle Regioni più popolose. Tra il 2019 e il 2024 il loro numero è diminuito di ben 5.197 unità, tanto che ognuno segue in media 1.383 assistiti, oltre il livello ottimale. Una carenza nota e dovuta anche alla scarsa attrattività di questa branca. Per questo il progetto di Schillaci punta, spiuegano dal minitero, a nobilitare la medicina generale, rendendola una vera e propria specializzazione ad hoc, pagata alla stregua di altre, più ‘blasonate’. Entro maggio, si apprende, è auspicato il via libera delle Regioni al testo del decreto, che aspettano di avere quello definitivo. Intanto ieri la bozza è stata recepita in modo complessivamente positivo, al netto delle differenze politiche. Il prossimo appuntamento è calendarizzato tra una decina di giorni, nel frattempo si attende la risposta dei sindacati di categoria, divisi sul tema, con alcuni pronti a dar battaglia. Ma, come ha spiegato il ministro ai presidenti di regione, «non possiamo perdere un’occasione storica per l’Italia».
Le proteste
La riforma, però, ha aperto un fronte di forte contrapposizione con i medici di medicina generale. Le principali critiche riguardano la trasformazione del rapporto di lavoro, letta come un primo passo verso una progressiva “pubblicizzazione” della categoria. Pur essendo volontario, il passaggio alla dipendenza viene considerato da una parte dei medici un cambiamento destinato a ridurre nel tempo l’autonomia professionale e a modificare il ruolo del medico di famiglia, storicamente basato su un rapporto diretto con i pazienti. Criticata anche la revisione del sistema di remunerazione, che secondo i sindacati rischia di spostare l’attività dalla relazione con il paziente a una logica di obiettivi, prestazioni e presa in carico organizzata nelle strutture territoriali. Sul piano organizzativo pesa inoltre la carenza di medici di medicina generale, con carichi di lavoro in aumento e una professione sempre meno attrattiva per le nuove generazioni. Una condizione che, secondo le rappresentanze della categoria, rende difficile affrontare una riforma di questo tipo senza un confronto più ampio. Non meno rilevante il nodo previdenziale. Il passaggio alla dipendenza pubblica comporterebbe un cambio di regime pensionistico: dai contributi versati nell’attuale sistema separato si passerebbe a quello dei dipendenti pubblici. Per i sindacati, questo potrebbe penalizzare soprattutto chi è vicino alla pensione o ha maturato la carriera con le regole attuali, alimentando incertezza e preoccupazioni economiche.
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