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Andrea Pasqualetto
La sua consulente, Alessandra Bramante: «Soffre di un disturbo chiamato “denial of pregnancy”, in cui la donna non ha consapevolezza e il corpo non risponde con i segnali classici». Ma i giudici hanno bocciato la tesi: per loro, Petrolini era lucida
Dal nostro inviato
Parma – «Chiara Petrolini è in una disperazione assoluta. Sia perché non è stata capita la sua patologia, sia per le ricadute sui suoi genitori e anche per il fatto che l’hanno definita lucida assassina quando invece sarebbe stata felice di tenere quel bambino». Alessandra Bramante ne è convinta: «Lei non avrebbe mai ucciso il neonato e neppure l’altro se fosse stato vivo».
La psicoterapeuta
Psicoterapeuta di lungo corso, Bramante è stata chiamata dall’avvocato Nicola Tria a esplorare la mente della sua assistita, Chiara Petrolini, la studentessa di Traversetolo condannata venerdì scorso a 24 anni e tre mesi per aver tolto la vita al suo bambino appena venuto alla luce. Con gli psichiatri Pietro Pietrini e Giuseppe Cupello ha redatto una consulenza che punta dritta su un disturbo di cui avrebbe sofferto: la negazione inconscia della gravidanza, conosciuta come denial of pregnancy. Una condizione psicologica complessa che si lega strettamente alla stranezza di questa tragica storia: due gravidanze portate a termine senza che nessuno se ne accorgesse, né i genitori né il fidanzato. Cioè, senza una pancia evidente.
Il disturbo
Premessa: dall’ottobre del 2024, un mese dopo la tragedia, Bramante ha incontrato molte volte Chiara. L’ha frequentata nel suo ambiente ed era al suo fianco anche il giorno della sentenza. Cosa sarebbe, dunque, questo disturbo? «Si tratta di una gravidanza non percepita. La donna non ha consapevolezza e il corpo non risponde con i segnali classici». E la pancia piatta, che emerge con evidenza dalle foto che pubblichiamo del suo ventunesimo compleanno, appena dodici giorni prima del parto, come si spiega? «È l’effetto silhouette sottile della patologia. Il feto si dispone in posizione verticale anziché orizzontale. È come se non sentisse la connessione con la madre». A Chiara è successo due volte. «La prima, quella del maggio del 2023, è stata una negazione assoluta. Quando ha partorito ha pensato di dover andare in bagno e si è trovata un bambino fra le mani, morto. Ha tagliato il cordone ombelicale e lo ha seppellito. La seconda è stata invece una negazione affettiva, con dei momenti di consapevolezza superati però dal fatto che non vedeva la pancia e nessuno le diceva nulla. Ha fatto l’amore fino a due giorni prima, girava in costume con l’amica. La piena consapevolezza l’ha avuta solo durante il travaglio. Lì è stata folle a non andare in ospedale e qui sta la sua mente distorta. Ma Chiara ha tagliato il cordone ombelicale per tenere il bambino, non per ucciderlo: “Era vivo — dice —, l’ho visto con gli occhi aperti ed ero felice”. Poi è svenuta e quando si è risvegliata il neonato non respirava più».
La sentenza
Queste considerazioni sono state bocciate dai giudici della Corte d’assise di Parma che hanno dato credito ai loro periti e ai consulenti della Procura, i quali non hanno ravvisato disturbi psichiatrici: «Nessuna malattia mentale, nessun disturbo e piena capacità di intendere e di volere».
Omicidio premeditato, hanno peraltro stabilito, sulla base delle ricerche in rete di Chiara su come abortire o ritardare il parto. Lei stessa, una ragazza modello per studi, impegni parrocchiali e lavorativi, ha giustificato così le terribili scelte: «L’ho fatto perché avevo paura, mi vergognavo, ero debole e sola». Perché questa paura? «Aveva una chiusura di fondo dovuta forse anche a un’educazione familiare che la portava a tenersi tutto dentro, a essere perfetta. La madre era un po’ rigida in questo senso». E l’impassibilità? «Non è così. Io l’ho vista piangere molto, per i figli, per i suoi genitori. “Sono preoccupata per loro”, mi ha detto. L’ho vista piangere anche al cimitero, davanti alle tombe dei suoi figli».
26 aprile 2026 ( modifica il 26 aprile 2026 | 12:45)
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