di
Luca Bertelli
I retroscena della sua vita al podcast Tintoria: «A un mio concerto c’era solo una ragazza. Ricordo di aver visto a casa mia Celentano e Belen. I miei hanno scoperto che facevo musica solo quando sono diventato virale su internet».
A pochi giorni dall’inizio del suo tour, che a breve lo porterà a Brescia (domenica 17 maggio al teatro Clerici), Tredici Pietro ha raccontato la sua vita (e molto altro) al podcast Tintoria di Daniele Tinti e Stefano Rapone.
Con loro è partito dai preparativi per il tour stesso: «C’è grossa ansia, sono teso, ho un po’ il terrore per questo tour. E’ una cosa bella ma voglio arrivare preparatissimo e ancora non lo sono. Ora per due settimane dovrò essere costante e senza vizi: sono un fumatore ad esempio, il fumo è nemico della voce». Un problema derivante anche dall’aumento dei fan dopo l’ultimo Sanremo? «No, meno persone ci sono e più teso sono io – racconta – mi è capitato di cantare anche davanti a una persona, fu indimenticabile. Una ragazza ballò per tutto il tempo, ero in Sardegna in un paese dell’entroterra: molti signori erano lontani e non partecipavano al concerto, non si muovevano. Prima di me c’era un ragazzo che apriva il concerto, è salito e sceso subito. Io invece sono andato avanti».
Il racconto degli inizi: «Sono partito facendo dj set nel Bolognese, prima ancora freestyle, perdevo le battle, facevo schifo e ho mollato. La prima data fuori Bologna è stata a Erba. In discoteca solo una piccola minoranza è lì per te, gli altri sono lì per altro, sono poco interessati a te che canti: allora devi farti notare e fare casino. Io ascoltavo solo rap, poi piano piano mi sono sentito rappresentato anche da altro». Quando è diventato Tredici Pietro? «Eravamo in 13 nel mio gruppo, ho scelto quello pseudonimo a 19 anni. Prima ero Mastro P, giocavo con la PM di Pietro Morandi». Poi, un excursus sui suoi scherzi: «Mi finsi morto con la mia ex, lei era di Roma, la conoscevo da due mesi: alle 10 di sera mi si spaccò il telefono, lei mi aveva chiamato molte volte, finsi di immedesimarsi in mia madre e mi finsi morto. Poi la chiamai dopo un paio di ore e siamo rimasti insieme sei anni: lei qualche mese dopo me la fece pagare fingendosi minorenne e lì mi sono innamorato, finse di avere 14 anni mentre io ne avevo 21…».
Interessante la sua analisi sulle città nelle quali ha vissuto, non solo la sua Bologna: «Sono andato a Milano nel periodo Covid perché la casa della mia ex era libera: i suoi erano tornati a Roma. Poi ci sono rimasto, sono un bradipo e mi piace crearmi una comunità nel posto in cui vivo. La città di Milano è rovinata da tutti gli emigrati italiani che vengono lì: sanno che quella non è casa loro, sanno che quello è il posto in cui realizzare i propri sogni e tornarsene a casa e quindi è come sapere che quel posto può rimanere sporco, perché tanto non sarà il tuo. Quando ho conosciuto i milanesi doc ho avuto un altro approccio. A Bologna i bolognesi stanno con loro e i fuorisede stanno insieme: non so dirti perché, ma è così. A Londra invece ho lavorato un anno, dopo la maturità, in un negozio d’alimentari italiano. Ma mi sono trovato male a Londra: la città è molto ostile a chi va senza dare nulla, non l’ho vissuta bene. Sono tornato a casa e ho capito che studiare è un privilegio: mi sono iscritto all’università, il rap poi è diventato una cosa seria e l’ho mollata. Londra, però, almeno mi ha dato lo stimolo a tornare in Italia e a farmi capire di scrivere in italiano”.
I divieti di papà: «Playstation per un’ora al giorno, non potevo giocare ad Assassin’s Creed»
Inevitabile, poi, parlare del padre Gianni Morandi. «Non potevo giocare ad Assassin’s Creed da piccolo, quando mio padre vide la parola sul televisore mi disse “Cos’è sta roba? No”. Potevo giocare alla playstation ma con dei limiti: non oltre un’ora al giorno. I miei nipoti invece potevano giocare a tutto. Ma avevano ragione i miei, quello che dicevano loro era legge. Io da ragazzo giocavo molto a pallone e andavo a fumare nel bosco: prima sigarette, poi hashish, ma non credo affatto a una correlazione tra il fumo e la creatività: è un falso storico. Sicuramente alterare la propria persona può darti un altro punto di vista sulle cose, ma non a lungo termine. Il più grande nemico della creatività è solo la routine».
A casa Morandi con Celentano e Belen
Gli aneddoti “casalinghi”: «La mia famiglia è fortemente progressista e bolognese radicata nelle storie di sinistra, quindi Berlusconi non l’ho mai visto. Ma una volta c’è stato Celentano a casa mia. Non ho potuto cenare con loro. Ricordo bene di aver conosciuto Belen, venne a casa quando condusse Sanremo con mio padre: avevo 12 anni». Il domandone classico:
essere figlio di Gianni Morandi è stata più un’opportunità o una “rottura di scatole” per un cantante? «Senza dubbio un’opportunità, anche solo ricevere un gusto e dei racconti, sapere la storia di qualcun altro così da vicino sicuramente è già di per sé un privilegio. C’è anche la componente rottura di palle, ma se non volevo la bicicletta non pedalavo. Ho deciso di fare un lavoro che è strettamente legato anche a quello della della mia famiglia, quindi è ovvio che ti porti dietro una sorta di paragone: resta tuttavia un privilegio. Poi i miei hanno scoperto che facevo musica quando sono diventato virale su internet: mi piace distanziarmi in maniera sana, facendo il mio percorso, ma non da reietto».
Il duetto a Sanremo? «La cosa più bella della mia vita»
Fino ad arrivare a Sanremo, anche con il duetto nella serata delle cover: «Il Festival con lui è stato una svolta. Lui è una grossa figura che ti anticipa, è uno che fa ombra e io quella cosa l’ho sofferta. Ma, una volta arrivato su quel palco con le mie forze, era il momento di esorcizzare le proprie ombre. Cantare con il mio babbo è stato questo, essere pari rispetto a mio padre: la cosa più bella che ho fatto nella mia vita. A Sanremo è stata una settimana dispendiosa: sei sotto pressione per la musica, dovresti preparare la tua performance al massimo, sei esposto: invece dalle 9 del mattino alle 9 di sera vai in giro a promuoverti. Ma la mia filosofia resta quella: “Hai voluto la bicicletta? E adesso pedala».
Vai a tutte le notizie di Brescia
Iscriviti alla newsletter di Corriere Brescia
26 aprile 2026 ( modifica il 26 aprile 2026 | 17:53)
© RIPRODUZIONE RISERVATA