ROBECCO D’OGLIO – Con la stessa abilità ripara cerniere e immortala formiche, con la stessa pazienza infila un ago e si apposta nell’erba, con la stessa destrezza si occupa di bottoni e sceglie lo scatto giusto. Il suo lavoro e la sua passione. Le due facce di Giuseppe Bonali, 64 anni, di Robecco d’Oglio, titolare di quella merceria all’aperto che è il suo storico banco al mercato di Cremona e fotografo naturalista pluripremiato in Italia come all’estero, commerciante-ambulante e vincitore di concorsi. L’ultimo di una lunga serie pochi mesi fa, nel 2025, in Russia. «Primo assoluto grazie alle immagini di un campo di papaveri e di una libellula». L’uno e l’altra come non li abbiamo mai visti.

Da Bonali, che in un lontano passato con in tasca il diploma dell’istituto alberghiero di Salsomaggiore è stato anche cuoco e macellaio, la fotografia era di casa. «Mio zio, Romano, e mio fratello maggiore, Massimo, erano bravi, il primo nel colore, il secondo nel bianco e nero. Io ero affascinato da come si potessero estrarre delle figure da quel piccolo strumento. Proprio non riuscivo a capire». Ha cominciato a scoprirlo durante il viaggio di nozze. «Io e mia moglie, Ester, non avevamo deciso dove andare. ‘Partiamo in auto verso la Toscana e l’Umbria’, ci siamo detti. Arrivati a Cecina Mare, dalle parti di Livorno, mi sono accorto di non avere una macchina fotografica per ricordare la nostra luna di miele. Non ce l’avevo perché, appunto, non sapevo usarla né cosa schiacciare. E così sono entrato in un negozio e ne ho comprato una con le diapositive. In seguito sono passato alla Nikon, che non ho più abbandonato».

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All’inizio riprendeva anche varie specie ornitologiche. «Ho seguito per tre anni il martin pescatore ma occorrono giornate intere e alla fine ho rinunciato perché non potevo permettermelo anche se mi piaceva tantissimo». Da quel momento si è concentrato sugli insetti, diventati i suoi soggetti preferiti. «Un apprezzato collega, Maurizio Corti, mi ha spinto ad andare avanti, a non mollare perché, ripeteva, avevo sviluppato un mio stile personale».

È così che sono arrivati i primi successi. Come quello, nel 2014, assegnato dal National Geographic Italia. Una testata prestigiosa, cinquemila partecipanti, più di ventimila istantanee. «È il riconoscimento che mi ha fatto capire di essere sulla strada giusta». Quella sua formica della campagna cremonese ha fatto il giro del mondo. «Per tenerla ferma le ho dato da bere un po’ di acqua zuccherata sulla fogliolina, in questi casi funziona anche il miele».

Un’altra formica, tra due steli d’erba, lo ha fatto salire sul podio più alto all’Hipa Awards di Dubai. «È stato ancora più difficile perché il tema era libero a colori e in gara c’erano anche i reporter di guerra. Che emozione al gran galà con tutti gli ambasciatori».

Nella sua bacheca spicca la Coppa del mondo conquistata a Bodø, in Norvegia. Stavolta grazie a un minuscolo moscerino e un pizzico di fortuna. «Stavo caricando il furgone per il mercato quando mi sono accorto che su un fiore c’era qualcosa di interessante. Mi sono avvicinato: un animaletto quasi invisibile stava digerendo e sputava fuori una specie di palla liquida che poi inghiottiva di nuovo. Mi sono disteso a terra ma l’immagine era troppo scura. Corro a casa, afferro il flash, ritorno e scatto. ‘Una scena super, perfetta’, mi congratulo con me stesso. Rientro in cucina, mi siedo e guardo: dentro la macchina non c’era la scheda. Mi è venuto un colpo. Panico. Metto la scheda, esco e ricomincio tutto da zero: grazie al cielo, il mio moscerino era ancora lì, nella stessa posizione».

Exploit dopo exploit, il recente trionfo al prestigioso Golden turtle’s (Tartaruga d’oro) in Russia. Primo assoluto. Peccato sia stato impossibile recarsi a Mosca per la cerimonia di premiazione a causa della guerra con l’Ucraina. «Non so come ho fatto a vincere, non mi aspettavo questo risultato, frutto probabilmente della combinazione di due mie foto». La prima, un mare di papaveri a Pontevico. «Ero in piedi. Basta un campo qualsiasi, l’importante è che sia abbastanza secco e non troppo verde perché il verde crea problemi impastando i colori».

La seconda immagine, una libellula. «Sono andato dietro casa la mattina presto quando gli insetti sono ancora infreddoliti. Ho costruito il contesto intorno tagliando con una pinzetta dei rametti, spostando poi un tulipano e un fiore azzurro per ottenere una certa armonia. Mi sono avvicinato molto, moltissimo alla libellula nel momento in cui si stava asciugando dalle gocce di rugiada che, sfuocate, sono diventate i punti luce. Mi sono sdraiato, ho atteso qualche ora sino a quando lei ha messo le zampette nella zona degli occhi, pareva quasi volesse imitarmi mentre azionavo il macro obiettivo».

Anche quella volta Bonali era nei dintorni del suo paese. «Non mi allontano mai, non ce n’è bisogno. Quel che conta è avere pazienza, aspettare il momento topico perché si rischia tantissimo di sbagliare». Rivela anche un altro segreto: «Elaboro prima nella mente l’attimo da catturare, creo il set. Ci penso pure la notte».

Nel suo album c’è una pagina bianca, che sa già come riempire: «Una lumaca mentre sta bevendo da sotto la superficie dell’acqua. Non sarà facile riuscirci»».

Il fotoreporter della natura non ama ritrarre le persone. Meglio, lo ha fatto con la stessa delicatezza e la stessa sensibilità ma custodisce nel cassetto i suoi lavori. «Me n’è riuscito uno, secondo me, molto bello». Anche quel giorno era a Robecco. «Mentre mi stavo recando a fotografare i carri del Carnevale, sono passato davanti alla casa di riposo. Attaccata con le mani al cancello, un’anziana che guardava fuori. Sono arrivato a pochi metri da lei e ho visto la sua profonda tristezza, la testa abbassata, i coriandoli addosso e tra i capelli. Una scena straziante. Ho fatto uno scatto ma non l’ho mai pubblicato né utilizzato per partecipare a un concorso».

Perché no? «Mi sembrerebbe di sfruttare quella donna, di rubarle qualcosa, l’anima». Ma per il poeta del microcosmo è giunto il momento di andare, le clienti in coda al mercato reclamano il mago delle cerniere.