L’ex attaccante si racconta: “Ero un calciatore ignorante, insopportabile in campo, la mia forza era la fame. Guidolin non ci abbracciava, diceva che il calcio è finto. Le big mi volevano ma scelsi Vicenza perché non volevo fare la quarta punta”
Giornalista
27 aprile – 07:37 – MILANO
Una vita in rovesciata. Pasquale Luiso viene ricordato da quasi trent’anni per quella strepitosa acrobazia che stese il Milan, beffò Seba Rossi e fece saltare la panchina di Tabarez. Era il primo dicembre del ‘96. “Ancora mi fermano per strada e mi parlano di quel gol. È un modo per tenere viva la memoria”. Il ‘Toro di Sora’ al tempo giocava nel Piacenza, segnava in A e lottava per salvare gli emiliani. “Quella della rovesciata contro i rossoneri resterà per sempre una delle notti che porto nel cuore, come quando zittii Stamford Bridge…”. Già, con la maglia del Vicenza in Coppa delle Coppe. Nel viaggio Pasquale si commuove un paio di volte tra aneddoti e storie: nel viaggio ha incontrato un centinaio di volti, portando sempre il gol come biglietto da visita. “Non c’è cosa al mondo che mi riesca meglio fare”.
Luiso, il Toro di Sora. Si rivede nel soprannome?
“Credo me l’abbiano dato per due motivi. Sia perché passavo dal Sora al Torino e sia perché somigliavo a un toro quando giocavo. Lottavo tanto, non mollavo mai. Per me la partita era una battaglia contro portieri e difensori. Quante ce ne siamo date con alcuni centrali…”
“Mah, era un altro calcio. In campo ci si menava. Ricordo gli scontri con Montero, ci picchiavamo per novanta minuti. Poi fuori dal campo eravamo amici. Stessa cosa con Andrea Sottil. Ma anche Ferrara, Nesta, erano difensori fortissimi con cui ogni sfida era una guerra”.
Lei in un’intervista disse. ‘Lanciatemi una lavatrice e rovescio pure quella’.
“E lo pensavo davvero. Dopo il gol al Milan non si parlava d’altro: fu una prodezza e costò la panchina a Tabarez. Un gesto istintivo, folle. Ricordo la reazione di Baresi e Costacurta. Si guardarono e dissero ‘ma come ha fatto?’. Erano attoniti, come un po’ tutti in realtà”.
Il gol al Milan resterà per sempre nel mio cuore, mi ha regalato popolarità per oltre dieci anni. Che poi per me quella rete fu anche una maledizione…
Luiso sul gol al Milan
E lei quando vide la palla entrare?
“Non capii più niente. Bortolo Mutti mi venne incontro urlando ‘sei un pazzo’. È stato un gol che ha lasciato un segno. Ripenso anche al titolo della Gazzetta. ‘Luiso ribalta la Nazionale’. Mi ha regalato popolarità per oltre dieci anni. Anche se, in realtà, io i gol li ho sempre fatti. A volte ci scherzo su: mi parlate di quello al Milan, ma gli altri 200? Che poi in realtà quella rete fu un po’ una maledizione per me…”
In che senso? Ci spieghi.
“Dopo aver segnato al Milan non la buttai dentro per oltre tre mesi. Sbagliai anche un rigore, parato da Pagliuca. Sembravo maledetto. E mi sbattevo come sempre, mica mi ero montato la testa. Eppure, non c’era verso, la palla non voleva saperne di entrare”.
Era il 1996. Quell’anno, maledizioni a parte, fece 14 gol in A. Pensava di meritare una big?
“Mi volevano sia il Milan che la Roma. L’anno dopo pure la Lazio. Ma io ho detto sempre no: volevo giocare, non fare la quarta punta. Preferivo essere un bomber di provincia che uno dei tanti in una big. Poi, certo, magari si fanno male due attaccanti e giochi tu, ma avevo paura di marcire in panchina”.
Quindi scelse il Vicenza.
“E non potevo prendere decisione migliore. Guidolin è stato un maestro, anche se non parlavamo molto. Anzi praticamente zero. Diceva che non voleva abbracciarci o farci i complimenti, per lui il calcio era un mondo finto. Si limitava al campo e allo spogliatoio, per il resto si isolava. E credo che l’abbia un po’ pagata. In più era scaramantico come pochi: si metteva i cerotti sulle dita delle mani per quanto se le mangiava…”.
Sfioraste l’impresa in Coppa delle Coppe. Lei segna a Stamford Bridge e zittisce il pubblico.
“Quanti ricordi! Vincemmo all’andata al Menti, al ritorno segnai io e ammutolì i tifosi avversari. Gli feci anche il gesto di stare zitti, visto che fischiavano. E me ne annullarono pure uno regolare. Chissà come sarebbe andata, sennò. Contro di noi giocava Gianluca Vialli, che era il mio idolo assoluto. Io da piccolo giocavo con i calzettoni abbassati in suo onore. Mi diede la sua maglia, la conservo ancora oggi come una reliquia”.
Ero un calciatore ‘ignorante’, non sapevo fare due palleggi di fila. In campo ero insopportabile sia per i compagni e per gli avversari – ed ero brutto da vedere”
Dopo quella cavalcata sia aspettava una chiamata? Magari dalla Nazionale…
“Mah, guardi io ero un calciatore ‘ignorante’. Non sapevo fare due palleggi di fila, sono arrivato con la fame e la voglia di spaccare il mondo. In campo ero insopportabile – sia per i compagni e per gli avversari – ed ero brutto da vedere. Già solo che Maldini pensasse a me, era motivo d’orgoglio. E poi, ai miei tempi, ci sarebbe dovuta essere un’epidemia. Davanti eravamo pieni di fenomeni”.
Oggi la situazione è diversa.
“Non lo dico per spocchia, ma penso che oggi farei gol a raffica e probabilmente sarei titolare in Nazionale. Quando giocavo io era tutto diverso. Era un altro calcio”.
A Piacenza fu protagonista anche di un’esultanza cult.
“La macarena! Che matti eravamo. Nacque tutto da una provocazione di Piovani. ‘Se segni oggi, esulti cosi’. Ne feci due. Con me la ballava anche Di Francesco”.
Dicevamo della fame e della voglia di arrivare. Lei ha sgomitato parecchio prima di arrivare. Ha mai avuto un piano b?
“Eccome se ho sgomitato, un po’ come in area di rigore. Scherzi a parte, ho lavorato tanto prima di fare il professionista. Ho fatto il benzinaio, il cameriere e il carrozziere, poi la sera andavo al campo ad allenarmi”.
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“Mi godo la famiglia. Mi piacerebbe tornare nel calcio, ma non so. Nessuno mi ha mai chiamato. Sarà che sono poco social e non mi sono mai venduto. Ho un autonoleggio con mio fratello, ogni tanto vado anche io a dare una mano”.
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