di
Simone Canettieri

Alle 11 di mattina la scelta di Palazzo Chigi. Telefonate e messaggi tra Giuli, Donzelli e Colabianchi

Il requiem per la nomina di Beatrice Venezi inizia a Palazzo Chigi intorno alle 11 di mattina. «È una scelta inevitabile, ormai è indifendibile». È Giorgia Meloni in persona a dare l’ultimo via libera, quello definitivo, alla cacciata del «direttore» d’orchestra, finora sempre difesa, seppure in un crescendo di imbarazzi.

Il contesto in cui matura questa decisione, vista dall’alto, si inserisce nello spirito del tempo meloniano post sconfitta del referendum: «Non difendo più nessuno, non metto più la mia faccia come scudo degli errori degli altri: chi sbaglia paga, con onestà e rigore», è lo spartito che da un mese a questa parte ormai conoscono anche i muri a Palazzo Chigi (per ulteriori conferme citofonare a Daniela Santanchè, Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi). Nel caso specifico il governo si muove «a tutela dell’istituzione» e a scapito di «continue rivendicazioni eccessive e inutili».



















































Tutto avviene dopo una carambola di messaggi e telefonate abbastanza convulsa. Si parlano e si scrivono il ministro Alessandro Giuli, Raffaele Speranzon (coordinatore di FdI in Veneto, nella città lagunare, tra l’altro, fra poco si vota), il capo dell’organizzazione di Via della Scrofa Giovanni Donzelli e il sovrintendente della Fenice Nicola Colabianchi. La cui nota fatale delle 16.49 sarà seguita da quella di Giuli, a blindare il tutto, dopo nemmeno venti minuti. La scelta «autonoma e indipendente» del sovrintendente ha una copertura che più politica non si può: «Completa fiducia». Sipario.

In una domenica di fine aprile si consuma così la caduta della stella del golfo mistico della destra italiana, fulgido esempio di «una nuova egemonia» tanto ricercata quanto mai accidentata. Colei che il 1° maggio 2022 diresse il Concerto dei virtuosi alla conferenza programmatica di FdI a Milano e che l’anno prima ricevette il premio Atreju viene scaricata dal governo e da quello che era il suo partito di riferimento. Sì, proprio lei, la giovane underdog figlia di un militante di estrema destra che doveva, negli auspici di FdI, dare un segnale nelle tante casematte del potere di sinistra: i teatri. Venezi è «direttore» così come Meloni è «il presidente».

Tuttavia l’intervista al quotidiano argentino La Nacion viene considerata da tutti come la classica goccia che fa esplodere un vaso ricco di tensioni nel teatro lirico veneziano. Saltano tutte le difese e muri che l’avevano protetta. «È troppo».

Federico Mollicone, presidente della commissione Cultura della Camera che premiò Venezi ad Atreju, si dice «dispiaciuto» per l’epilogo e continua a sostenere che «il direttore ha un ottimo curriculum ma comprendo la scelta dolorosa del sovrintendente che deve garantire un clima sereno alla Fenice ormai compromesso, come ha sottolineato giustamente il ministro Giuli».

 Com’è triste Venezia per il governo, che resta sempre alle prese con la faccenda Biennale presieduta da Pietrangelo Buttafuoco, lui sì non proprio un passante nella storia della destra italiana.


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27 aprile 2026 ( modifica il 27 aprile 2026 | 07:12)