di
Anna Gandolfi

Il conduttore: «Ho telefonato io al cavalier Branca per chiedergli il permesso di occupare la torre del parco Sempione: volevo lavorare vicino a Sebastian e Gabriel. Ho una casa a Brescia e una a Milano, entrambe piccole. Ne ho avute anche a New York e Parigi, tutti monolocali»

Escludiamo che lei soffra di vertigini.
«Corretto. Però uno dei miei incubi ricorrenti è restare appeso da qualche parte e non riuscire a scendere. Non indaghiamo troppo sui motivi…».

Anche perché siamo a 108 metri d’altezza. In cima alla Torre Branca, culla della tv pioniera, groviglio di tubi, si arriva in ascensore: su in un minuto. Da qui Fabio Volo torna sul piccolo schermo: Kong, la sua striscia quotidiana per Rai3, va in onda dalla manciata di metri quadrati coperti (oscillanti nei giorni di gran vento, lo sa chi ha frequentato il bar che era l’inquilino precedente) sulla torre datata 1933. Un ospite a sera, una chiacchiera sui temi del vivere. Riprese aeree. Ma nessun drone pareggia il colpo d’occhio dalle vetrate create da Gio Ponti. «Chi ha un set meglio del nostro? Di qua: l’Arco della Pace. Di là: City Life. I Navigli. Il Castello». Punta il dito: «Quella là è casa mia. Corso Sempione. Quando è arrivata la proposta di fare un programma ho chiesto di rimanere a Milano perché ci sono i miei figli. Sono un papà separato e stanno con me a settimane alterne. Non avrei pensato di spuntarla lavorando addirittura a un passo da casa».



















































Da dove arriva l’idea della Torre?
«Non volevo una cosa convenzionale, chiudermi in studio. In passato ho registrato dalla Rambla, dalla funicolare di Parigi. Al momento di mettere giù le proposte ci siamo chiesti: perché non dalla torre del parco Sempione?».

Ci era mai salito?
«No, sono salito per la prima volta quando abbiamo ipotizzato di farci Kong».

Un set inusuale.
«Nel periodo recente sì, in passato ovviamente no».

Perché lì è nata la nostra tv.
«Qui la Rai ha fatto i primi esperimenti, nel Ventennio. Tuttavia la torre non è mai stata proprietà della Rai. Infatti all’inizio non sapevamo bene a chi chiedere i permessi. Ho telefonato al sindaco Beppe Sala e al conte  Branca».

Ha telefonato proprio lei?
«Io, io. La torre è del Comune ma gestita dalla società che le dà il nome e che l’ha restaurata: ho spiegato al conte l’idea, gli è piaciuta. Andava predisposta la logistica, incrociati i tempi delle riprese con quelli dell’accessibilità. Restiamo fino al 22 maggio. Sono stati disponibilissimi».

Anche perché è un bello spot per la città.
«È Milano che è bella».

Non la si vedeva in televisione da un po’.
«Da 13 anni non facevo programmi (Untraditional era una serie, una cosa un po’ diversa). I miei figli, Sebastian e Gabriel, hanno 12 e 10 anni. Quando sono nati ho scelto di dedicare tempo a loro, interrompendo tv e il cinema: proseguire avrebbe significato spostarmi a Roma e non se ne parlava. Oggi i bambini sono più grandi: ho ripreso, tuttavia il patto era stare a Milano».

Papà a tempo pieno?
«Non ho mai sentito il bisogno di avere baby sitter. Mi aiutano mia sorella e mia madre ma solo se necessario. Ora i ragazzi vanno a scuola da soli, escono dalle lezioni al pomeriggio, io posso andare in radio e in redazione,  con altri genitori facciamo i turni per portarli a fare calcio e boxe. Normale tran tran. Una cosa no, non ce la faccio: la chat della classe. Sto già in quella del calcio, la classe la segue la mamma. Io sono terrorizzato dalle chat, dai messaggi uno via l’altro. Anzi sono un po’ terrorizzato dalla gente in genere. Mi sento perennemente fuori posto».

Non si direbbe.
«Probabilmente è questa sensazione che mi spinge a fare tante cose, a mettermi alla prova. Io ho studiato fino a 14 anni poi sono andato a lavorare con papà nel suo panificio a Brescia».

Le è mancata la scuola?
«Ho sempre cercato e cerco di imparare cose nuove, anche se non in classe. Kong è anche un po’ questo: parlare e imparare qualcosa».

Vive a Milano da quanto tempo?
«Da quando avevo 23 anni (è nato nel 1972). Claudio Cecchetto mi aveva preso a Radio Capital. Dunque da Brescia sbarco ad Assago: si trasmetteva dal Forum. La prima casa, con altri dj, me l’aveva messa a disposizione proprio Claudio».

Come ricorda il primo impatto?
«Non capivo quale fosse il centro, era “troppo”: c’era il Duomo, i Navigli. Disorientante. Io vestivo di nero perché pensavo di essere figo, qui il nero era già passato. Qui c’erano i brand delle sneakers, io avevo “le scarpe da tennis”. Il solito pesce fuor d’acqua».

Anche dopo il successo?
«Chi ha successo? Io? Resto terra terra. Se c’è da fare un impianto elettrico lo faccio».

La città è diventata cara: se Fabio Volo arrivasse dalla provincia oggi cosa farebbe?
«Andrebbe a Torino. Ironia a parte: c’è il caro abitare a Milano, non il caro vivere. La pizza se non vai in centro non costa chissà quanto più che altrove».

Dovendo scegliere: Brescia o Milano?
«Un po’ generica. Oggi ho tutto a Milano, facciamo Milano».

Cosa ama di Milano?
«Che è di tutti. Dei milanesi, dei pugliesi, dei bresciani, del mondo».

Che rapporto ha Volo con i soldi?
«Non ha rapporti. Nel senso che a lungo, in famiglia, non ne abbiamo avuti e per me, iniziato a lavorare, era già eccezionale non avere il problema di non averne. Il salto è arrivato con i libri, con il primo contratto a La7: le cifre sono salite. I soldi ti limitano sia se non li hai, che se ne hai troppi. Io posso stare in un 5 stelle come in un van senza bagno».

Si sarà levato qualche sfizio.
«La prima casa che ho comprato con i guadagni è stata a Brescia, per i miei genitori che erano andati in pensione. Poi ne ho presa una io a Brescia. Poi a Milano, ed è quella dove vivo oggi: non amo le case grandi. Ho avuto anche altre case: New York, Parigi. Tutti monolocali. Le stanze vuote mi mettono ansia. E poi così è come avere una grande casa sparsa su tutto il mondo».


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27 aprile 2026