di
Guido Olimpio

Nel suo manifesto, Cole Allen ha sottolineato gli scarsi controlli che hanno accompagnato il suo tentativo di colpire Trump: le armi potrate in treno, l’assenza di verifiche in albergo, l’accesso alla sala della cena solo grazie a biglietti (non scansionati). Ma l’apparato di sicurezza replica: «Tutto ha funzionato a dovere, l’abbiamo preso in tempo»

È stato lo stesso sparatore, Cole Allen, a mettere in chiaro i buchi della sicurezza. Nel suo manifesto ha sottolineato gli scarsi controlli: dal momento in cui è salito, carico di armi, sul treno diretto a Est a quando si è registrato all’Hilton. Eppure, non è riuscito nel suo intento criminale perché lo hanno fermato in tempo.

Sono questi i due fronti del giorno dopo l’attacco al ricevimento di Washington alla presenza dei vertici americani. Le critiche al dispositivo di sicurezza sono bilanciate dal successo della reazione che ha evitato conseguenze serie. Ognuno tira la coperta dalla sua parte, indicando debolezze oppure efficacia di chi vegliava.



















































1. Tutti i principali dirigenti in un solo luogo

La prima accusa, rilanciata dal Washington Post, arriva da esponenti democratici: l’Homeland Security dove chiedere al Secret Service di designare la cena «National Special Security Event». Questo avrebbe potuto innalzare il livello di attenzione ed aumentare le risorse a disposizione. Non è stato fatto perché di solito la misura si applica a momenti spalmati su più giorni e non a cene dove non è certa la presenza del presidente. Contro-replica: al gala c’erano tutti i principali dirigenti del Paese, con l’eccezione del senatore repubblicano Chuck Grassley che ricopre la carica di terzo nella linea di successione d’emergenza. Un assalitore, in teoria, avrebbe potuto colpire Trump, il vice Vance e altre personalità. C’erano dunque tante buone ragioni per rinforzare lo scudo.

2. Nessun controllo sull’identità (né sulle prenotazioni)

Il secondo elemento critico è stato il filtro esterno affidato alla polizia. Alcune testimonianze affermano di essere entrate nell’albergo presentando la chiave della camera o il biglietto della festa ma non ci sarebbe stata la verifica di identità e neppure una scansione della prenotazione. L’Hilton era come un porto di mare, con una grande folla. La situazione ideale per mimetizzarsi. Ma i responsabili replicano affermando che comunque vi erano agenti in borghese o vestiti da camerieri che svolgevano una missione di osservazione.

3. Chi presidiava la «zona grigia»

Il terzo aspetto da considerare è la zona grigia, compresa tra il perimetro esterno e l’accesso alle scale che portavano al salone, settore presidiato dal Secret Service con metal detector, transenne, teste di cuoio. Tra le aree c’era una sorta di vuoto o forse una vigilanza minore. Qualcuno avrebbe visto Allen entrare in un vano dove avrebbe preso le armi, forse nascoste in precedenza. Da qui è uscito per poi superare di corsa il check point diretto verso i possibili bersagli. Le guardie schierate poco più avanti lo hanno bloccato: era comunque ancora lontano da dove si trovavano gli ospiti. Un particolare rimarcato dai dirigenti del servizio d’ordine.

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4. I mancati controlli sulle armi in treno e in hotel: «Non ci sono telecamere, qui»

Infine, l’ultima fase. Lo sparatore ha lasciato la California in treno consapevole che non vi sarebbero stati controlli sul bagaglio e così ha potuto portare indisturbato fucile, pistola e coltelli. Armi acquistate legalmente e da tempo. Poi è arrivato all’Hilton, si è installato già dal giorno prima e in questo modo ha evitato di andare in giro con l’arsenale. Poteva essere notato e fermato. Sono ancora le testimonianze a indicare che gli agenti avevano svolto lo screening di ospiti e personale dell’albergo. Bisogna capire, viste le dimensioni del complesso e i numeri dei presenti, se hanno avuto la possibilità di farlo fino in fondo. Magari Cole Allen ha davvero piazzato il fucile da qualche altra parte temendo una perquisizione della sua camera. Oppure è passato indenne. Infatti, lo sparatore, sempre nel manifesto, si è meravigliato dell’assenza di telecamere. Magari ci sono ma non in quantità sufficiente a «coprire» il gigantesco palazzo.

L’attacco, però, è appena avvenuto e i giudizi si basano su considerazioni preliminari. Gli investigatori potranno valutare meglio errori o carenze per poi elaborare nuove tattiche. Il problema è che il Secret Service è stato chiamato a farlo troppo spesso da quando c’è The Donald alla Casa Bianca.

«Non ci sono telecamere, qui»: lo stupore dell'attentatore di Trump e i controlli mancati (fino all'ultima «barriera»)

27 aprile 2026 ( modifica il 27 aprile 2026 | 12:12)