di
Gian Guido Vecchi

Il pontefice ha detto «dobbiamo lavorare insieme per il bene comune, costruendo ponti, mai muri, e avendo a mente che i più poveri tra noi sono i più vicini al cuore di Dio»

Città del Vaticano – «Sarebbe scandaloso se non continuassimo a impegnarci per superare le nostre divergenze, per quanto insanabili possano apparire». Leone XIV e l’arcivescova Sarah Mullaly stanno seduti uno accanto altra mentre pregano assieme in una cappella del Palazzo apostolico, un’immagine che rappresenta l’ultima tappa di un percorso di avvicinamento cominciato sessant’anni fa e sancito, il 23 ottobre dell’anno scorso, dalla storica preghiera comune di papa Prevost e Re Carlo III nella Sistina.

L’arcivescova Mullaly al Papa: «Insieme verso l’unità»

È il primo incontro tra il Papa e la prima donna in quattordici secoli eletta, l’anno scorso, arcivescovo di Canterbury e quindi capo della Chiesa d’Inghilterra, uno dei quattro «pilastri» (gli altri sono la conferenza dei primati, la conferenza di Lambeth e l’assemblea dei vescovi ) della comunione anglicana. «Nel nostro cammino ecumenico, credo che lo Spirito Santo ci inviti a una pratica più profonda dell’ospitalità, non semplicemente come forma di benvenuto, ma come forma di ministero: la disponibilità a fare spazio gli uni agli altri, in quanto creati a immagine di Dio e chiamati a crescere sempre più a sua somiglianza», ha detto l’arcivescova Mullaly al Papa: «Le assicuro le mie preghiere mentre camminiamo insieme verso quell’unità che è la volontà del nostro Signore».



















































Bergoglio pregò in Svezia con l’arcivescova Antje Jackelén

Anni di dialogo ecumenico, di per sé, non rendono straordinaria la preghiera comune di un Papa e di una donna arcivescovo. Certo, l’ordinazione femminile continua a dividere la Chiesa cattolica dal mondo anglicano e protestante: «Quella porta è chiusa», aveva ripetuto Francesco citando Giovanni Paolo II. Da ultimo, tuttavia, proprio papa Bergoglio partecipò in Svezia alla preghiera ecumenica comune durante la quale venne firmata, nel 2016 a Lund, una storica «dichiarazione congiunta», e in quell’occasione era stata l’arcivescova di Uppsala, Antje Jackelén, primate della chiesa luterana svedese, ad accogliere il pontefice con un abbraccio e proclamare il Vangelo nella cattedrale. L’incontro con l’arcivescova di Canterbury, piuttosto, è un altro passo verso la faticosa ricomposizione di uno scisma le cui ragioni appartengono ormai a una storia remota. La vicenda è nota: il re d’Inghilterra Enrico VIII che divorzia da Caterina d’Aragona per sposare, nel 1533, Anna Bolena, nonostante il Papa avesse rifiutato di annullare il primo matrimonio; la scomunica decisa dal pontefice Clemente VII, e il sovrano che per tutta risposta promulga nel 1534 l’Atto di supremazia con in quale diventa capo della Chiesa d’Inghilterra, staccandosi da Roma. Un anno più tardi l’ex Cancelliere Thomas More – ovvero Tommaso Moro, il grande umanista autore di Utopia – fu condannato a morte e giustiziato per essersi rifiutato di sottoscrivere il giuramento che avrebbe comportato la proibizione di ubbidire al Papa: quattro secoli più tardi, nel 1935, Moro fu proclamato santo da Pio XI e nel 1980 il suo nome è stato inserito anche nel martirologio anglicano.

Leone XIV: «Un percorso iniziato il 23 marzo 1966»

Nel frattempo tutto è cambiato. Leone XIV, nel suo intervento, ha ricordato l’inizio del percorso di riavvicinamento, il 23 marzo 1966. Il primate anglicano Martin Ramsey era arrivato in visita a Roma e il giorno prima, durante un’udienza privata aveva sorpreso Paolo VI inginocchiandosi davanti a lui come gesto di amicizia. Così Giovanni Battista Montini, l’indomani, all’esterno della Basilica di San Paolo fuori le Mura, si avvicinò al primate anglicano, gli chiese di togliersi l’anello e infilò al dito di Ramsey il suo stesso anello episcopale, un gesto inaudito che sancì il disgelo. «Nel mondo di oggi, siamo chiamati a vivere e predicare il Vangelo con rinnovata chiarezza», ha detto Prevost all’arcivescovo di Canterbury. Si tratta di ritrovarsi sull’essenziale, al di là delle divisioni che restano: «Di fronte a una violenza disumana, a profonde divisioni e a rapidi cambiamenti sociali, dobbiamo lavorare insieme per il bene comune, costruendo sempre ponti, mai muri, e avendo a mente che i più poveri tra noi sono i più vicini al cuore di Dio».


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27 aprile 2026