L’erosione del potere di acquisto

Se guardiamo al rapporto tra salari e prezzi, vediamo che rispetto al 2019 le retribuzioni lorde sono aumentate del 12,2%, mentre i prezzi sono saliti del 19,7%. Quindi è vero che entra più denaro in busta paga rispetto a qualche anno fa, ma quel denaro compra meno cose di prima.
Questo scarto di 7,5 punti è quantificabile in una perdita annua di potere d’acquisto di oltre 3.000 euro per un insegnante, di circa 3.200 per un infermiere, arriva quasi a 3.400 per un commesso ed è pari a 1.755 per un metalmeccanico. I conti riportati sono elaborati per Dataroom dagli economisti Simone Pellegrino (Università di Torino), Marco Leonardi (Università di Milano) e Leonzio Rizzo (Università di Ferrara). Leonardi e Rizzo, autori del saggio Il prezzo nascosto (Egea), collocano questo fenomeno dentro una tendenza che parte da lontano: nel periodo 1991-2024 i salari lordi reali, cioè al netto dell’inflazione, sono aumentati del 32% in Francia, del 33% in Germania e del 48% nel Regno Unito. L’Italia, sola tra i grandi Paesi Ocse, registra invece un meno 2,4%. Quindi non solo non c’è stata una crescita lenta, ma addirittura un arretramento.