Bresciano di Passirano, da 22 anni in Kenya, l’incontro con l’uomo che ha scritto la storia è arrivato per caso: «Il vicino di casa di suo zio era mio assistente, mi ha chiesto di trovargli una garetta: doveva fare 10 chilometri in una mezza maratona, non si fermò e la vinse facendo il record…».

Un’ora. 59 minuti. 30 secondi. Il nastro si spezza. Sabastian Sawe apre le braccia per abbracciare il mondo. E il cielo. Non c’è più muro contro cui andare a sbattere: la barriera delle due ore è infranta, il record polverizzato. Siamo oltre. L’uomo che atterra sulla Luna, Reinhold Messner sull’Everest senza ossigeno, Usain Bolt che supera la barriera del suono. Il prima è finito. Nel dopo, ci siamo dentro: è fatta la storia.

Tra la folla all’arrivo c’è l’allenatore arrivato da Passirano, Claudio Berardelli. Ovvio: è in lacrime. Sono oltre vent’anni che corre contro il tempo. Due decenni che sul campo, in Kenya, ogni santo giorno, si ingegna per inseguire l’alchimia perfetta, la giusta combinazione di fattori per calpestare il più velocemente possibile una strada lunga 42 km e 195 metri. Per molti, è la Maratona. Per lui, la vocazione a cui dedicare una vita.

Da qualche anno il suo obiettivo era scendere sotto le due ore. Certo, venti secondi in meno li aveva già impiegati il kenyano Eliud Kipchoge, il 12 ottobre del 2019, a Vienna. Non in gara però, ma in un evento costruito ad hoc, su percorso studiato, in condizioni ottimali e con un gruppo di “lepri” a batter strada e tenere il ritmo. Una cosa mai vista. Ma la performance in gara è arrivata domenica, a Londra. E la data da ricordare è il 26 aprile 2026.

Berardelli, sbalzato in Kenya dalla Franciacorta da giovanissimo e a università non ancora conclusa, ci lavorava da qualche anno e contava anche di arrivarci non troppo in là, magari alla velocissima e autunnale maratona di Berlino. Che è successo? Ci risponde da Londra.

«Non siamo venuti qui per questo, ma è andata così. Sono anni che con Adidas e Maurten lavoriamo per mettere Sabastian nelle condizioni di compiere una tale impresa».

Un atleta. Un allenatore. Una azienda che produce scarpe e una che fa integratori…

«Abbiamo messo ai piedi di Sabastian una scarpa stratosferica, che pesa meno di 100 gr, reattiva, rigida e stabile allo stesso tempo (e in commercio, altrimenti non può essere approvata dalla World Athletics, ndr). E gli abbiamo dato da mangiare gel che apportano una quantità elevatissima di carboidrati in forma liquida… senza farsela addosso. Altrimenti non puoi spingere un essere umano a fare una prestazione del genere: è biochimica».

Una vittoria della tecnica sull’uomo?

«No per carità: è un connubio di tantissimi fattori difficili da quantificare (tra l’altro, la biomeccanica è cosa personalissima). Il primo ingrediente in assoluto è però avere la persona adatta. Ne ho visti di atleti in 22 anni di carriera: Sabastian è quello giusto. Mia moglie Claudia (kenyana, un passato da cronista sportiva, ndr) mi dice che è un dono di Dio per quello che ho passato (innumerevoli le peripezie della vita di Berardelli in Kenya, incluso il carcere per accuse infondate: assolto da tutto, ndr)».

Restiamo sulla terra: parliamo di Sebastian Sawe.

«È ovviamente speciale dal punto di vista fisiologico, ma ha anche una sua forma tutta personale di – chiamiamola – spiritualità. A Londra gli hanno ricordato della nonna morta tre giorni prima del suo debutto a Siviglia e lui è scoppiato a piangere. Abbiamo dovuto interrompere l’intervista… Ha una umiltà eccezionale: io lo sto ancora scoprendo».

Da dove è saltato fuori? Non è uno dei tuoi atleti storici…

«Sabastian ha 31 anni e l’ho trovato tardi, sì. L’intreccio della sua storia con la mia è emblematico di quello che faccio: una coincidenza. Finita la scuola superiore voleva provare a correre, come tanti ragazzini kenyani d’altronde. Non ha avuto molto fortuna: vari gruppi, nessuno contatto col mondo dei pro, qualche infortunio causato da assistenza inesistente. Sconfortato, se ne è andato da suo zio, Abraham Chepkirwok, che ai tempi corse per l’Uganda. Il suo vicino di casa era il mio assistente e, su insistenza dello zio, mi ha convito a provarlo».

Come è andata?

«Ho intuito che c’era del buono. Ho pensato: troviamogli una garetta. Così gli proponiamo di fare da lepre per i primi 10 km della mezza maratona di Siviglia. E ‘sto qua cosa fa? Al decimo chilometro, invece di fermarsi si mette davanti. Tutto solo. E tira dritto: vince la gara e fa il record della competizione».

E nasce Sabastian Sawe. Che viene consacrato alla maratona di Valencia – il secondo debutto più veloce al mondo –, che vince l’anno scorso a Londra è che tenta il record del mondo a Berlino, mancato per il caldo eccessivo.

«Già. Comunque, non è l’unico fenomeno… Ieri anche il secondo ha fatto meno di due ore, Yomif Kejelcha».

Altra squadra…

«Ma stesso management (e stesse scarpe, come anche il quarto atleta, Amos Kipruto!). Yomif è allenato dall’etiope Gemedu Dedefo, mio carissimo amico… ed acerrimo nemico (ride). Ci facciamo la guerra a vicenda da anni. Domenica prima della gara mi ha detto: preparati. Giochiamocela, gli ho risposto. Avere il suo atleta a ruota fino al 41esimo chilometro ha significato fare dei parziali assurdi già a metà gara».

E adesso?

«Ancora 3-4 giorni così e poi basta. Oggi un jet privato ci porta in Germania dal presidente di Adidas e dopo si vola dal primo ministro del Kenya. Evviva. Ma io voglio tornare da moglie e figli. Alzarmi all’alba, a Eldoret, e godermi il silenzio del mio training center».

Dove tutto si costruisce, giorno per giorno. E niente si improvvisa.



















































27 aprile 2026 ( modifica il 27 aprile 2026 | 21:16)