di
Marco Imarisio

Lo zar evita ogni riferimento critico verso Stati Uniti e Israele

Quando cita Aleksandr Solzenicyn, significa che è in modalità padre nobile e moderato. «Il potere non è un premio, non è cibo per le proprie ambizioni», dice ai parlamentari, ammonendoli con una frase del dissidente più celebre, che si porta bene ovunque, perché era anche un nazionalista convinto. Le elezioni politiche si avvicinano, si voterà dal 18 al 20 settembre, e come sempre Vladimir Putin moltiplica i suoi impegni e indossa i panni del leader calmo e ragionevole, tanto a suonare la grancassa di guerra ci pensano i suoi sodali politici e la macchina della propaganda. Il presidente russo coltiva altri progetti, sempre più urgenti. Vola a San Pietroburgo, ufficialmente per presiedere il Consiglio dei legislatori, formato da deputati e giuristi, in realtà per premiare la Federazione di judo locale, diretta dai suoi vecchi amici, e visitare la scuola dove lui stesso si allenò da ragazzo, insomma una rimpatriata. Ma nella sua città natale incontra anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che poi proseguirà il proprio viaggio verso Islamabad e la difficile trattativa con gli emissari di Donald Trump. 

L’incontro

Quello avvenuto nella biblioteca presidenziale della ex capitale imperiale è un colloquio tutt’altro che banale. Perché segna una ritrovata attività diplomatica gestita in prima persona da Putin, e la sua manifesta volontà di porsi come figura di mediazione, in bilico tra la fedeltà allo storico alleato di Teheran, che nelle prime settimane della guerra era stato scaricato senza tanti complimenti, e la necessità sempre più stringente di compiacere l’amico Donald, ancora oggi interlocutore privilegiato del Cremlino. Per necessità di affari comuni e nella speranza di far riprendere alla Casa Bianca le pressioni sull’odiato Zelensky affinché ceda quel restante venti per cento del Donbass, senza il quale non sarà possibile cantare vittoria sulla piazza Rossa. 



















































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L’equilibrismo

L’esercizio di equilibrismo dell’uomo del Cremlino è rintracciabile nelle sue parole: pace e amore per tutti, evitando con cura di fare alcun riferimento critico verso gli Usa e Israele, come se questa fosse una guerra di nessuno. «Da parte nostra, faremo tutto ciò che è nell’interesse vostro e di tutti i popoli della regione, affinché la concordia venga raggiunta al più presto», ha detto. Putin ha poi aggiunto di aver ricevuto un messaggio dalla Guida Suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, al quale ha augurato salute e prosperità. «Speriamo vivamente che il popolo iraniano superi, sotto la guida del nuovo leader, questo difficile periodo di prove e che subentri la pace», ha concluso, dando prova di essere capace anche di fare la colomba, ma solo con le guerre degli altri. Non è stato certo un semplice incontro di cortesia. Araghchi ha detto in modo chiaro che la ragione del suo scalo a San Pietroburgo era quella di «coordinare gli sforzi per porre fine al conflitto in Medio Oriente» e la presenza all’incontro del ministro degli Esteri Sergej Lavrov, del primo assistente di Putin Yurij Ushakov e del capo dell’intelligence delle Forze armate Igor Kostyukov certifica il fatto che si sia parlato di diplomazia comune e anche di eventuali provvigioni d’armi, nel caso le trattative andassero male.

Il punto stampa

È stato interessante anche il consueto punto stampa di Dmitry Peskov, il portavoce del presidente, che ha messo in chiaro le intenzioni del Cremlino. «La Russia è pronta a fornire qualsiasi tipo di assistenza, qualsiasi servizio di mediazione che risulti accettabile per le parti. Saremo pronti a fare tutto il possibile», ha affermato, dicendo che per il suo Paese qualunque tipo di accordo andrà bene. «In nessun caso si deve tornare alle ostilità: ciò non è nell’interesse del nostro partner Iran, dei paesi dello Stretto di Hormuz, e neppure dell’economia mondiale», ha concluso.
La Russia vuole esserci, perché la propria impronta su qualunque buon esito delle trattative di Islamabad potrebbe spezzare un isolamento e un ridimensionamento sempre più marcato. Ma forse il dettaglio più importante delle dichiarazioni di Peskov è il suo evidente imbarazzo nel rispondere alla domanda su contatti diretti tra Putin e Trump. Se ne è uscito, infatti, con un ripetuto «non so», che sapeva tanto di conferma. Il Cremlino vuole raccogliere i frutti della sua innaturale alleanza con gli Usa, e ogni sua mossa verso l’esterno guarda alla Casa Bianca. La ragione di questa fretta appare evidente. «Il presidente americano rimane una importante risorsa per Mosca», scrive il Moskovskij Komsomolets, una delle tante voci non ufficiali del potere. «Ma il valore di questa risorsa è in netto declino, e più si avvicinano le elezioni di Midterm in novembre, più continuerà a scendere».

Il tempo stringe, anche per Vladimir Putin. Intanto, per la prima volta dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, la consueta parata del 9 maggio nella piazza Rossa che celebra la vittoria nella Seconda guerra mondiale si terrà senza mezzi militari di alcun genere, senza esibizioni aeree, e durerà meno di un’ora. La Russia di oggi ha poco da festeggiare, e in cielo volano troppi droni del nemico.

28 aprile 2026 ( modifica il 28 aprile 2026 | 08:08)