di
Alessandro Fulloni

La rivelazione sul duplice omicidio di Campobasso arrivata dall’avvocato di uno dei medici indagati per omicidio colposo. A Santo Stefano l’infusione endovenosa praticata da un sanitario, forse un infermiere o un medico

DAL NOSTRO INVIATO
CAMPOBASSO – «È stato un fatto accidentale» ha detto ieri uscendo dalla Questura di Campobasso dov’è stata ascoltata per circa tre ore. Verso le 20, prima di allontanarsi in auto, la signora Maria, sui settant’anni, si è fermata per scambiare due parole — ma saranno stati non più di sessanta secondi — con i giornalisti, lì fuori in strada in attesa che la donna comparisse. È la mamma di Laura Di Vita, cugina di Gianni, marito e padre di Antonella e Sara, morte dopo Natale per aver ingerito della ricina, veleno letale. Signora Maria, ma quella sostanza — le viene chiesto — com’è finita in casa di suo nipote? «E che ne so io…». Laura come sta? «È molto serena». E perché l’hanno sentita due volte? «Anche io sono stata sentita due volte…». Se tra le parole verbalizzate da Maria e quelle ascoltate nella cinquantina di testimonianze — altri familiari dei Di Vita, amici  e conoscenti — ci siano discrepanze, non si sa. Fatto sta che le indagini sono serrate. «Speriamo di stringere il cerchio», sono le uniche parole che filtrano dalla Mobile diretta da Marco Graziano.

Ipotesi premeditazione

Gli investigatori hanno cominciato a indagare sulla pista del duplice omicidio ben prima dell’alert giunto all’avvio di marzo dal Centro antiveleni. Impossibile stabilire quale sia l’intuizione che ha ribaltato la direzione dell’inchiesta, che inizialmente ha visto indagati solo 5 medici dell’ospedale sospettati di aver sottovalutato i malori segnalati al Pronto soccorso da Antonella e Sara a partire dal mattino di Natale. Non è esclusa una contraddizione colta negli interrogatori condotti subito dopo i due decessi. Forse una frase sospetta captata dagli agenti.



















































In ballo c’è anche l’ipotesi premeditazione. Quel veleno trovato nei due corpi, ma non nel sangue di Gianni, è infatti estremamente volatile, una «firma» che sparisce in poco tempo. Chi ha maneggiato la ricina — secondo gli inquirenti — di certo lo sapeva. 

Altri dettagli su quelle ore drammatiche vengono da Pietro Terminiello, avvocato di uno dei 5 medici sotto inchiesta. La sua ipotesi è di un avvelenamento in due fasi. La prima data è la stessa a cui pensano gli investigatori.

La cena del 23 dicembre

La sostanza letale sarebbe stata ingerita dopo essere finita, chissà come (non è esclusa nemmeno l’ipotesi accidentale), negli alimenti mangiati la sera del 23 dicembre, quando a tavola c’erano Gianni, Antonella e Sara ma non la primogenita Alice — il cui cellulare, acquisito, sarà sottoposto oggi ad accertamenti irripetibili — fuori con gli amici per una pizza. La successiva intossicazione potrebbe essere avvenuta ancora a casa, il 26, il giorno prima del secondo ricovero, quando madre e figlia si presentarono debolissime al Pronto soccorso. «Ho poi saputo — dice Terminiello — che a Santo Stefano i Di Vita chiamarono a casa un amico caro, un sanitario, per effettuare delle flebo a entrambe, dimesse il giorno prima ma che erano evidentemente disidratate». 

Sebbene non sia considerato un dettaglio decisivo
, gli investigatori confermano le infusioni endovenose. L’uomo, tra l’altro, fu ascoltato dagli agenti nei giorni successivi ai decessi. Quanto alle flebo, magari potrebbero essere nell’abitazione dei Di Vita, sotto sequestro e che sarà presto oggetto di un sopralluogo. Sulla possibilità di ritrovarle, gli investigatori sono però pessimisti. Forse furono buttate via. Ma siamo nel campo delle supposizioni e le certezze arriveranno solo quando i detective della Scientifica entreranno in quella palazzina a tre piani in via del Risorgimento al cui ingresso vi sono i sigilli della Procura. 

Di sicuro Terminiello insiste: «Con la mia collega Graziella De Rio sentiremo questa persona — non è chiaro se infermiere o medico —in sede di indagine difensiva: la fonte di contaminazione può essere stata diversa dal cibo? Si tratta di una pista da seguire. Un fatto è comunque oramai acclarato: con quelle due morti i cinque medici non c’entrano niente». Intanto la prevista consegna a fine aprile degli esiti dell’autopsia, vista la «complessità del caso», slitta di un mese.

28 aprile 2026