di
Federica Nannetti
Il padre di Tamburi e l’inchiesta sul rogo: «I nostri mesi tra dolore e ricordi». «Abbiamo scoperto che aiutava gli homeless, perciò siamo impegnati in un progetto di housing dedicato al suo nome»
Otto minuti di immagini, poi il filmato si interrompe. Sono gli istanti in cui tutto succede, nella notte di Capodanno, immortalati dalle telecamere interne del Constellation, video che da ieri la Procura di Sion ha messo a disposizione delle parti coinvolte nell’inchiesta per la strage di Crans-Montana. Prima degli avvocati poi, a partire dai prossimi giorni, anche delle famiglie delle vittime e dei feriti.
Giuseppe Tamburi, suo figlio Giovanni, 16 anni, è una delle 41 vittime del rogo. Se la sentirà di andare a Sion?
«No, non andrò, non voglio vedere quei video, che sicuramente saranno utili agli inquirenti per ricostruire tutto. Ma di certo non lo saranno per me personalmente: io purtroppo già so come è morto mio figlio, non ho bisogno anche di vedere quelle immagini. L’inchiesta la sta seguendo il nostro avvocato, noi proviamo a non pensarci rimanendo focalizzati sulla memoria di Giovanni».
Come state vivendo questi mesi?
«Per cercare di affrontare tutto questo dolore restiamo, o almeno ci proviamo, concentrati e impegnati appunto sulla memoria di mio figlio. Le indagini le sta seguendo attentamente il nostro avvocato, che oltre a noi segue anche altre famiglie italiane coinvolte, mentre noi proviamo ad andare avanti, così».
Memoria di suo figlio che vuol dire soprattutto non disperdere il bene che Giovanni aveva saputo donare ai meno fortunati, aiutando quasi di nascosto persone senza fissa dimora, gli ultimi incontrati per le strade di Bologna, con i quali aveva costruito rapporti anche solidi. Quasi nessuno ne sapeva nulla. Voi lo avete scoperto quando Giovanni non c’era già più.
«Sì, quasi per caso, tramite un’amica di famiglia, che un giorno, dopo la tragedia in compagnia dei suoi figli, ha incontrato una delle persone alle quali si era legato Giovanni e ci ha scambiato due parole. Lui si è accorto del viso triste della nostra amica e le ha chiesto come mai, cosa fosse successo. Quando lei gli ha spiegato cosa era successo a mio figlio e gli ha detto il nome, lui ha iniziato a piangere. Si è commosso e ha raccontato l’aiuto che gli portava costantemente Giovanni».
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E a voi Giovanni non ha mai detto nulla?
«No, mai. Giovanni era così. Abbiamo capito tutto solo dopo: spesso diceva di andare a fare un giro, una passeggiata, e invece portava sempre qualcosa agli homeless, un po’ di cibo, dei vestiti, qualcosa di caldo per chi viveva in strada. Anche la sua merenda dava. E aveva legato in particolare con uno di loro. Erano diventati quasi amici».
Con il Comune di Bologna finanzierà la realizzazione di un villaggio con piccole case dedicate ai senza fissa dimora, che porterà il suo nome.
«Esatto, un modo per ricordarlo. La speranza è di riuscire a completarlo entro fine anno. Nessuno ci potrà ridare Giovanni, quindi noi non possiamo fare altro che provare a impegnarci su questo ora, lasciando gli inquirenti e gli avvocati fare il proprio lavoro».
28 aprile 2026 ( modifica il 28 aprile 2026 | 09:33)
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