Dario Aita, ottimista catastrofico: “Basta con la nostalgia del passato”- immagine 2

Dario Aita fotografato da Gautier Pellegrin indossa un bomber in pelle di Dsquared2 e una camicia Emporio Armani (styling di Luca Roscini; ha collaborato Mabrouk Sayah; grooming: Sergio Sorbello @Blend Mgmt using Davines).

NON HA PAURA a definirsi di sinistra Dario Aita, «ma di quella sinistra italiana che veramente guardava ai diritti» senza però per questo lasciarsi prendere dalla nostalgia tipica di quei Millennials che continuano a rimpiangere l’infanzia spensierata degli anni Novanta/Duemila. «Non credo affatto che quando eravamo bambini il mondo fosse migliore, anzi, sono fermamente convinto che le cose tendano sempre a migliorare». Proprio lui che è appena riemerso da un tuffo nel passato per il film Franco Battiato – Il lungo viaggio, (su RaiPlay) che non esita a definire totalizzante («Mi piace sentirmi evoluto, cambiato dal personaggio»), ma che ha già messo da parte il ricordo per buttarsi a capofitto in un altro progetto, Memoriæ, una serie thriller-mystery ambientata in un paese tra le montagne del Friuli la cui popolazione perde improvvisamente sei anni di memoria.

È una metafora di qualcosa che sta accadendo anche alla nostra società?

Noi non stiamo perdendo la memoria, piuttosto siamo come vittime di una strana immobilità. Ci sentiamo impotenti e non vogliamo guardare in faccia al passato. Perché altrimenti dovremmo rispondere alla domanda: dove sono finite dopo la guerra tutte quelle persone che andavano sotto i balconi di Piazza Venezia a inneggiare a Benito Mussolini? Che fine hanno fatto i nazisti dopo la caduta di Adolf Hitler? Non sono scomparsi, sono rimasti lì a seminare la cultura dell’odio nei propri figli e nipoti. Fino ad alimentare l’elettorato di Donald Trump, di Marine Le Pen, di Matteo Salvini. Ci siamo raccontati di essere diventati tutti buoni, e invece sono bastati 80 anni per ripiombare nei nazionalismi.

Vede dei parallelismi con quel passato?

Credo che certi orrori come la bomba atomica abbiano segnato un punto di non ritorno, ma ci troviamo davanti a nuove forme di brutalità adattate ai tempi. È anche vero che del benessere degli ultimi decenni abbiamo goduto solo noi privilegiati, mentre in altre parti del mondo la gente ha continuato a essere affamata, bombardata, terrorizzata. Usciamo dalla sindrome dell’epoca d’oro e smettiamola di raccontarci favole! E pure di farci spaventare da paure indotte, come quella dello straniero.+

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Giacca in pelle, camicia, pantaloni e stringate, Emporio Armani (foto di Gautier Pellegrin).

L’arte in generale è tendenzialmente un luogo della libertà. E quindi per me ha una familiarità con un pensiero di sinistra.

Non esistono bravi registi di destra?

Dipende di che tipo di destra parliamo. Il nichilismo di Lars von Trier, ad esempio, è ideologicamente più spostato verso destra, Quentin Tarantino pure. Però parliamo di una destra filosofica, elitaria e conservatrice, non dei populismi estremi che ci circondano.

Ogni decisione è faticosa perché non vorrei mai rinunciare a niente. Ma quando riesco a scegliere provo un grande senso di libertà. Qualche volta il principio che mi guida è l’onestà intellettuale, altre è il piacere, ma può pure essere, lo ammetto, una stima di quanta visibilità potrà darmi un determinato progetto.

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Camicia in cotone e cravatta, Dries Van Noten (foto di Gautier Pellegrin).

Che rapporto ha con il successo?

Temo che il rischio sia quello di diventare delle persone moralmente fragili od opportuniste. Ma non dovremmo neanche arroccarci su ideali irraggiungibili.

Ho sempre avuto una forte coscienza politica. Ero un bambino molto ribelle, che rifiutava le ingiustizie, avevo un rapporto conflittuale con tutte le figure istituzionali a partire dai miei genitori e dagli insegnanti. Poi crescendo diciamo che ho trovato alcune strategie alternative allo scontro diretto, ho razionalizzato l’istinto e ho capito che poteva essere inserito in un discorso politico, identificandomi in una certa sinistra, una corrente politica che crede nella ricerca dell’uguaglianza sociale, nell’abbattimento delle frontiere e delle differenze tra gli esseri umani, nella difesa dei diritti fondamentali e della dignità dell’essere umano. Questi punti fondamentali sono sempre stati i miei fari.

È una definizione alta di politica, mi chiedo se trovi riscontro nel panorama politico che abbiamo davanti oggi.

Assolutamente no. Viviamo in un mondo di folli differenze sociali, in cui una percentuale ristrettissima di esseri umani amministra la maggior parte dei beni essenziali, e tutti gli altri vivono invece in condizioni di povertà, di indigenza, di fame. Ed è paradossale perché di risorse ce ne sarebbero abbastanza per tutti. Questa cosa non mi dà pace ogni volta che ci rifletto e mi fa rabbia che ci facciano credere che invece il nemico sia da tutt’altra parte creando guerre tra i poveri.

È un pensiero che le genera attivismo o un senso di impotenza?

Parafrasando Antonio Gramsci, mi considero un ottimista catastrofico: ho il pessimismo della ragione, perché al contrario di Leibniz sono convinto che viviamo nel peggiore dei mondi possibili. Credo che lo scopo della nostra esistenza quaggiù sia l’evoluzione dell’intera specie.

Ho una mia personale spiritualità che non s’inserisce in nessun contesto religioso canonico, un senso del divino dato dal pensare che non esista luce senza ombra, che il male stia lì perché noi possiamo in qualche modo godere del bene, ricercarlo, vederlo, identificarlo. Questo mi spinge a credere in ciò che non si vede. Il fatto stesso di vivere per me significa sfidare l’impossibile.

È questo il suo centro di gravità permanente?

Franco Battiato ha ripreso il concetto dal filosofo armeno Georges Ivanovič Gurdjieff che lo intendeva come punto di approdo della ricerca spirituale dell’essere umano, nel suo viaggio di consapevolezza verso il divino. Penso che sia una spinta intrinseca: chi non ce l’ha vive una vita molto infelice. Che poi come si potrebbe avere una vita del tutto priva di scopi? Anche nel caso più disperato di una persona che si sveglia la mattina e va in un bar a sbronzarsi, la sua azione ha comunque un obiettivo. Credo che la differenza stia nell’averne uno costruttivo e non distruttivo per sé stessi e per gli altri. Eppure qualche mistico direbbe che anche lì c’è il divino.

Studiando Battiato e Gurdjieff ha iniziato anche a meditare?

Già i training attoriali hanno molto in comune con la meditazione perché partono da un rilassamento del corpo per accedere a un altro livello di percezione. La differenza sta negli scopi: mentre i training attoriali cercano di allenare il corpo a replicare determinate emozioni, la meditazione è esclusivamente introspettiva, è un’indagine dello spirito fine a sé stessa, ed è per questo molto più difficile. È un viaggio in cui mi sono fatto accompagnare da padre Guidalberto Bormolini, un religioso che abbraccia molte culture e diverse forme di spiritualità e che è stato guida spirituale di Franco poco prima della sua morte, ma anche dai gurdjieffiani, gruppi mistico-esoterici che mi hanno avvicinato anche alle danze sacre, tutte esperienze che hanno aperto dei canali meravigliosi sia per il lavoro sia per la mia vita.

Che effetto le ha fatto scendere nelle profondità di sé? Ci ha trovato qualcosa che avrebbe preferito rimanesse nell’ombra?

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Se c’è una cosa che un attore deve imparare a fare quanto prima è perdonarsi tutto. Accettare che dentro di noi ci sono pozzi profondissimi, così neri che fanno veramente paura, e guardarli in faccia. Certo è faticoso, ma è anche un atto di onestà dovuto, nei confronti di sé stessi e degli altri.

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Dario Aita indossa abiti Zegna (foto di Gautier Pellegrin).