di
Stefano Agnoli

Sawe ha corso la seconda metà della maratona di Londra più veloce della prima, chiudendo in 1h59’30”: dietro al record mondiale si nasconde un ecosistema hi-tech che ha trasformato la resistenza in una scienza esatta

A Londra, l’impresa di Sabastian Sawe e Yomif Kejelcha non è stata solo una questione di cronometro. È stata la dimostrazione che la maratona sub-2 non nasce solo dal talento isolato, ma è il prodotto di un sistema che misura e ottimizza ogni dettaglio: fisiologia di pochi eletti unita a materiali avanzati e a una conoscenza sempre più precisa dei meccanismi che regolano la resistenza.

Il primo parametro che definisce questo profilo è il VO₂max, la quantità massima di ossigeno che un atleta riesce a utilizzare ogni minuto per chilogrammo di peso corporeo. È il termometro della potenza aerobica. I maratoneti da sub-2 viaggiano tra 80 e 90 ml/kg/min, valori che appartengono a una ristrettissima élite genetica. Per capire la distanza che ci separa da quei numeri: un amatore evoluto che corre la maratona in tre ore ha un VO₂max stimato intorno a 52-55 ml/kg/min — meno dei due terzi di quello che esprime un campione come Sawe. Con il miglior allenamento possibile, solo pochi individui raggiungono quei picchi: il soffitto è in gran parte contenuto nei geni.



















































L’altro pilastro è l’economia di corsa, il parametro che misura quanta energia serve per mantenere una determinata velocità. Qui i corridori dell’altopiano kenyano ed etiope mostrano un vantaggio strutturale: un’efficienza superiore del 5-10% rispetto agli atleti occidentali. È un margine che nasce da fattori combinati — peso corporeo spesso sotto i 55 kg, rigidità tendinea elevata, meccanica del passo ottimizzata — un insieme che dà l’impressione di una leggerezza quasi innaturale ma che si traduce in minuti risparmiati sulla distanza.

La tecnologia ha aggiunto un ulteriore strato di trasformazione. Le super-scarpe con schiume a elevato ritorno elastico e placche in carbonio hanno ridotto il costo energetico della corsa del 3-4 per cento, pari a 2-3 minuti in meno su una maratona. A Londra, Sawe e Kejelcha hanno gareggiato con scarpe da 97 grammi di peso, costruite sulla mescola LightStrike Pro Evo con una tecnologia del carbonio completamente ridisegnata rispetto a precedenti modelli.

La nutrizione è diventata un fattore altrettanto determinante. Gli atleti che corrono a ridosso delle due ore ingeriscono fino a 115 grammi di carboidrati all’ora, sfruttando miscele glucosio-fruttosio che massimizzano l’assorbimento intestinale. È una strategia che permette di mantenere stabile la disponibilità di glicogeno e di evitare il collasso energetico, il «muro», che tradizionalmente arriva dopo il trentesimo chilometro.

Anche l’ambiente è parte integrante dell’equazione. Servono temperature tra 10 e 13 gradi, umidità moderata, vento minimo. Le condizioni di Londra erano quelle giuste. E la gara lo ha dimostrato in modo clamoroso: Sawe non ha gestito il finale, lo ha attaccato. Ha corso la seconda metà della maratona in 59’01”, più veloce della prima.

Inutile nascondere che anche il tema del doping rimane inevitabile quando si analizzano prestazioni che superano i limiti della fisiologia umana. Gli atleti coinvolti sono sottoposti a controlli serrati, spesso decine nelle settimane precedenti la gara. Le federazioni internazionali parlano oggi soprattutto di doping «tecnologico» più che farmacologico, e le prestazioni osservate sono coerenti con l’evoluzione degli ultimi dieci anni: non più solo allenamenti in quota, ma, appunto,  programmazione scientifica, materiali avanzati, strategie nutrizionali calibrate al milligrammo.

Per capire la distanza che separa questi atleti dal resto del mondo basta un confronto semplice: l’amatore evoluto da tre ore mantiene una velocità media di circa 14 km/h. Sawe a Londra ha corso a 21,1 km/h — un chilometro al minuto più veloce, per tutta la durata della gara, accelerando nel finale. È un altro sport, un’altra fisiologia, un’altra economia del movimento.

Il risultato è un atleta che non è più solo talento naturale, ma la sintesi di un ecosistema hi-tech che ha imparato a misurare ogni variabile: watt, grammi, millilitri di ossigeno e di lattato, gradi di temperatura. La maratona sotto le due ore non è più l’impresa di Filippide. E il prossimo confine, secondo Sawe, si chiama 1h58′.

28 aprile 2026