di
Simone Canettieri

Il ministro mostra i documenti a Mantovano. Poi lei decide di rispondere sulla vicenda

Palazzo Chigi rivede il«film» della grazia a Nicole Minetti in due atti. Prima c’è la parte «tecnica» — cioè i documenti — poi tocca alla comunicazione. Giorgia Meloni vuole sottolineare che il Guardasigilli non ha responsabilità, dunque il governo è estraneo alla bufera, le indagini che hanno portato all’istanza di grazia sono state svolte e certificate dalla Procura generale di Milano, l’atto di clemenza è stato firmato dal capo dello Stato, con il parere favorevole (di prassi) del ministro della Giustizia. E così dopo il faccia a faccia di un’ora — iniziato alle 13 — tra il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il sottosegretario Alfredo Mantovano, Giorgia Meloni scende in conferenza stampa a metà pomeriggio. Una sorpresa che rasenta la notizia.

La premier illustra il decreto Primo maggio, poi cede la parola alle ministre Elvira Calderone ed Eugenia Roccella, ma resta seduta per rispondere alle domande dei giornalisti. La presenza al tavolo di Mantovano — in qualità di segretario del Consiglio dei ministri — è un ulteriore indizio. Dà forza cioè alla voglia di chiarire in prima persona il caso Minetti da parte della premier.



















































La svolta avviene quando Nordio porta a Mantovano due documenti (che poi il sottosegretario citerà). Il primo, fondamentale, è firmato dal sostituto procuratore generale Gaetano Brusa, il 9 gennaio 2026. Il parere rileva «la risalenza nel tempo dei reati commessi da Minetti e lo stile di vita successivo che l’ha vista impegnata costantemente in attività a carattere umanitario con la costituzione di un nucleo famigliare e l’adozione di un minore con gravi problemi di salute che necessita di attenzioni e cure».

La Procura generale dice che Minetti, a fronte «della documentazione offerta», ha dimostrato «una radicale presa di distanza dal passato deviante e una seria e concreta volontà di riscatto sociale». E a proposito delle vicende giudiziarie che la coinvolsero, la Procura sale sulla macchina del tempo. Ricostruisce che la donna «si trovò in un contesto nel quale i protagonisti erano personalità di potere e di rilevanza pubblica, come il presidente del Consiglio, che indubbiamente crearono un clima ambientale capace e idoneo a condizionare le scelte di una giovane donna ingenerando senso di impunità e assenza di limiti al controllo sociale, proprio in quanto, come si legge in sentenza, fiduciaria di Berlusconi nel rendere efficiente il sistema prostitutivo in atto nelle serate di Arcore». 

Acqua passata, perché negli anni successivi Minetti non avrebbe più avuto «condizionamenti esterni, ormai esauriti». Al punto di renderla oggi una «persona impermeabile». Da qui il parere favorevole della Procura all’istanza di grazia che poi sarà inoltrata dal ministero della Giustizia al Quirinale per la firma.

Il secondo documento che Nordio fa vedere a Mantovano è il decreto del tribunale di Venezia del 19 luglio 2024 che riconosce la sentenza di adozione emessa dal giudice di Maldonado (Uruguay) nei confronti di un bimbo, che all’epoca ha sette anni, «i cui genitori biologici sono stati dichiarati decaduti dalla responsabilità genitoriale». Istanza di adozione presentata da Nicole Minetti e dal compagno Giuseppe Cipriani, è resa valida in Italia dal presidente del tribunale Caruso. 

Acquisite queste informazioni Meloni appena terminato il cdm annuncerà che «ora scendo io a spiegare la situazione». All’ora di pranzo Mantovano si era raccomandato con Nordio di muoversi «in asse» con il Quirinale senza fughe comunicative in avanti per il dovuto supplemento di indagini.

 Sul caso Minetti il non detto di Palazzo Chigi è chiaro: chiedete alla Procura di Milano, non certo a noichiedete alla Procura di Milano, non certo a noi.


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28 aprile 2026 ( modifica il 28 aprile 2026 | 23:29)