di
Giovanni Bianconi

La domanda per la grazia a Nicole Minetti è arrivata al ministero, poi il modulo con le risposte della Procura e il parere favorevole. Fino alla firma del Quirinale per ragioni umanitarie. Nella richiesta ministeriale non c’erano cenni a verifiche da svolgere all’estero, in Uruguay o negli Stati Uniti

Quando a febbraio scorso la pratica con la domanda di grazia in favore di Nicole Minetti è arrivata al Quirinale, il presidente della Repubblica e i suoi consiglieri erano ben consapevoli che l’eventuale firma avrebbe potuto avere un peso politico notevole. Perché il nome della ex igienista dentale promossa nel 2010 a consigliere regionale della Lombardia trascina inevitabilmente dietro di sé quello di Silvio Berlusconi, con le sue cene eleganti e tutto ciò che ne consegue; a partire dal «caso Ruby», la ragazza marocchina assurta a nipote del presidente egiziano Mubarak, nel quale Minetti ebbe un ruolo di primo piano.

Sono passati quindici anni, ma la memoria resta viva, come era viva — in attesa dell’esecuzione — la condanna a 3 anni e 11 mesi di reclusione inflitta a Minetti per due distinti reati: sfruttamento della prostituzione nel processo Ruby-bis, per l’appunto, e peculato per la cosiddetta «rimborsopoli» lombarda.



















































La decisione

L’istanza di clemenza era stata presentata proprio per evitare di scontarla, non solo in carcere ma anche fuori, in affidamento ai servizi sociali come previsto per le pene inferiori a 4 anni. E sull’altro piatto della bilancia, nelle valutazioni del presidente Sergio Mattarella, c’erano le ragioni umanitarie indicate nella richiesta. Derivanti dalla malattia e dalla necessità di cure del bambino che Minetti risulta aver adottato in Uruguay, bisognoso di monitoraggi continui e cure specialistiche già avviate all’estero, negli Stati Uniti, come da documentazione allegata alla domanda.

Di fronte a tali esigenze certificate nel fascicolo, corredate dal parere favorevole della Procura generale di Milano e del ministero della Giustizia, il capo dello Stato ha detto sì, ritenendo quelle ragioni umanitarie prevalenti sulle potenziali ricadute politiche della sua scelta. Decisione presa in virtù del tempo trascorso dai fatti giudicati, ma soprattutto nella convinzione — per sua formazione personale e per l’interpretazione costituzionale delle norme — che la funzione rieducativa della pena, a differenza del processo, non è più strettamente connessa al reato commesso. E ad essa va collegata la concessione della grazia, che di fronte al quadro prospettato dagli atti che gli sono stati sottoposti Mattarella ha firmato il 18 febbraio.

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Scenario mutato

Il riserbo mantenuto, giustificato con l’esigenza di tutelare il bambino coinvolto nella vicenda, ha evitato ogni conseguenza per quasi due mesi, finché la pubblicazione della notizia e le ombre emerse con l’inchiesta giornalistica condotta da Il Fatto quotidiano non ha cambiato lo scenario. Anche per il Quirinale. Proprio perché vengono messi in dubbio i presupposti delle ragioni umanitarie alla base dell’atto presidenziale.

Gli accertamenti ordinati ora dalla Procura generale all’Interpol, con la richiesta al ministero della Giustizia di estendere le verifiche anche all’estero, se necessario attraverso la cooperazione giudiziaria prevista da un trattato esistente tra Italia e Uruguay, servono a colmare i vuoti lasciati dalla precedente istruttoria. Gestita secondo i parametri fissati per tutte le domande da una circolare ministeriale del 2021, varata proprio per accelerare l’iter. Che deve esaurirsi nel «termine massimo di sei mesi».

L’iter burocratico

La domanda di Minetti è stata inoltrata al Quirinale a luglio 2025, e lo stesso giorno è stata tramessa al ministero della Giustizia per avviare la procedura. Da lì è partita la richiesta di istruttoria affidate alla Procura generale secondo le indicazioni della stessa circolare, completa di uno specchietto pre-stampato con le caselle da sbarrare e gli spazi da riempire: certificati del casellario giudiziale e dei carichi pendenti; lo stato di esecuzione della pena (perché normalmente ci si occupa di persone detenute, non libere come Minetti che ha interrotto l’esecuzione con la richiesta di affidamento ai servizi sociali); informazioni da acquisire attraverso la polizia giudiziaria su eventuali opposizioni o risarcimenti ricevuti dalle parti offese e su precedenti di polizia; eventuali frequentazioni di pregiudicati e/o ambienti malavitosi; possibili reazioni che la grazia potrebbe provocare nell’opinione pubblica, anche a livello locale.

Su tutto questo non sono stati raccolti elementi che suonassero ostativi al provvedimento di clemenza, e — ricevute le risposte dai carabinieri — la Procura generale ha completato l’iter burocratico esprimendo il proprio parere favorevole. Inoltrato al ministero che ha fatto la stessa cosa con il Quirinale.

L‘istruttoria bis

Ma dopo le notizie pubblicate da Il Fatto è apparso chiaro che gli accertamenti si sono limitati a quanto risultava in Italia, anche perché nella richiesta ministeriale non c’erano cenni a verifiche da svolgere all’estero, in Uruguay o negli Stati Uniti. Per le quali è necessaria l’autorizzazione del Guardasigilli. Ci si è limitati a prendere atto di quanto affermato nella richiesta di Minetti e dai documenti allegati, tra i quali le certificazioni dell’ospedale bostoniano per l’intervento subito dal bambino e quelle di Montevideo sull’adozione (oltre a un articolo del settimanale Chi sulla «nuova vita» dalla condannata, datato settembre 2024).

Ora invece la Procura generale milanese — su delega del ministro della Giustizia dopo l’input ricevuto dal capo dello Stato — ha affidato nuovi accertamenti al Servizio di cooperazione internazionale della polizia per riscontrare se in Spagna o in Uruguay ci siano segnalazioni di reato a carico di Minetti e del compagno Giuseppe Cipriani; le modalità dell’adozione del bambino in Uruguay, acquisendo le generalità dei genitori naturali e informazioni sulla loro sorte e su eventuali opposizioni all’adozione; la presunta morte dei loro avvocati; eventuali coinvolgimenti di Minetti e Cipriani, in Uruguay o in Spagna, in fatti di sfruttamento o favoreggiamento della prostituzione.

In sostanza, tutto quanto ipotizzato nell’inchiesta giornalistica. Per appurare se i presupposti delle ragioni umanitarie che hanno convinto il presidente della Repubblica a concedere la grazia siano ancora fondati.


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29 aprile 2026 ( modifica il 29 aprile 2026 | 08:11)