CREMONA – «La prima cosa che mi viene in mente pensando a Cremona sono le ore passate in officina con mio padre Massimo, un vero ducatista. In via Dante ho imparato le basi della meccanica: quel posto è stato il punto fisso della mia adolescenza». Non è un inizio comune per chi oggi lavora al Goddard Space Flight Center nel Maryland, il cuore pulsante degli studi astrofisici della Nasa. Eppure, per Stefano Boccelli, ingegnere spaziale cremonese classe 1990, la strada che lo ha portato dai motori di via Dante alle lune di Giove è fatta di curiosità, passione e rigore accademico.
Dopo la maturità all’Aselli e la laurea al Politecnico di Milano, Boccelli ha iniziato a girare per il mondo. In Belgio si è specializzato in fluidodinamica ad alta velocità: «Mi occupavo dell’ingresso in atmosfera dei meteoriti, che avviene a velocità incredibili, tra i 20 e i 70 chilometri al secondo (72-252mila chilometri all’ora), portando l’aria a comprimersi ed a surriscaldarsi così tanto davanti alla materia da cercare di distruggerla: è lo stesso principio che deve affrontare una capsula spaziale, motivo per cui necessita di uno scudo termico».
Dopo, è stata la volta del Canada per un post-dottorato sulla gasdinamica relativistica, l’ultima tappa prima di approdare al Goddard, il centro Nasa che sviluppa, tra le altre cose, il nuovo telescopio spaziale gigante, un satellite alto tre piani che permetterà di osservare zone sterminate dell’universo in un singolo scatto.

Oggi Boccelli mette insieme tutte queste competenze per occuparsi di scienze planetarie, con lo sguardo fisso su Europa, una delle lune di Giove che nasconde un segreto primordiale. «Europa ha un oceano di acqua liquida profondissimo, 10 volte più profondo dei nostri oceani terrestri», spiega lo scienziato cremonese con la consapevolezza di chi sa che lì si gioca la partita per la ricerca della vita extraterrestre. «Attualmente ci sono due sonde in viaggio, una europea e una americana, che sono dei laboratori viaggianti carichi di strumenti, e io mi occupo di studiare come queste tecnologie interagiranno con quegli ambienti così estremi».
Ma il presente di Boccelli è legato a doppio filo anche a un altro ambizioso progetto: il programma Artemis, il grande ritorno dell’umanità sulla Luna. Qui, la sua esperienza meccanica e fluidodinamica diventa fondamentale. «L’approccio verso una missione spaziale è sempre incrementale, un passo alla volta. Con Artemis I abbiamo testato il razzo SLS e la capsula Orion; con Artemis II abbiamo portato gli astronauti a fare un fly-by, un passaggio ravvicinato intorno alla Luna».
Il suo studio specifico riguarda il momento critico dell’allunaggio: quando il modulo lunare scende verso la superficie, aziona un razzo per rallentare. «Quel razzo spara un getto di gas che interagisce con la superficie lunare, sollevando la regolite, ovvero quello strato di polvere che ricopre la Luna e dove sono state lasciate le impronte storiche degli astronauti dell’Apollo. Io studio come questo getto crei crateri e come la polvere venga spostata, perché la sicurezza del sito di atterraggio dipende da questi calcoli».

Il cronoprogramma di Artemis è una marcia verso l’ignoto. Se Artemis III, prevista per aprile 2027, servirà a testare l’attracco tra la capsula e il modulo lunare, sarà con Artemis IV che l’uomo tornerà a camminare sul satellite. «Rispetto alle missioni Apollo, la differenza è radicale: oggi puntiamo al Polo Sud, una zona difficilissima dove si passa da 100 gradi al sole a -250 nell’ombra perenne, ma è lì che cerchiamo tracce di ghiaccio per studiarlo. L’obiettivo è la Isru (In-Situ Resource Utilisation): imparare a usare le risorse sul posto senza dover portare tutto dalla Terra». Si parla persino di rifugiarsi nei ‘lava tubes’, caverne sotterranee naturali che potrebbero proteggere gli astronauti dalle radiazioni durante le tempeste solari.
Stefano non nasconde l’orgoglio nel vedere il nostro Paese protagonista: «L’Italia ha un ruolo importantissimo, sia per quanto riguarda lo sviluppo di moduli abitativi sia dei motori al plasma che ci permetteranno di andare sempre più lontano. E l’eccellenza delle nostre università, inoltre, è dimostrata dal nutrito gruppo di italiani che lavora qui alla Nasa».
Nonostante la vita nel Maryland, il cuore di Stefano resta legato ai momenti semplici: al gruppo scout Cremona 3 San Bernardo e alle chiacchiere con gli amici di una vita, che sono la cosa che più gli manca. Ma la meraviglia per il suo lavoro resta intatta. «Un mattino ho ascoltato via radio la ritrasmissione delle comunicazioni degli astronauti di Artemis che erano vicini alla Luna. Sentire un uomo descrivere a occhio nudo i crateri e il ‘terminatore’ (la linea che separa la luce dal buio totale, ndr) è stato davvero emozionante. Mi ha riportato al senso profondo dell’esplorazione: siamo piccoli, ma la nostra curiosità non ha confini».
L’avventura di Boccelli ci ricorda che per arrivare a studiare le particelle della Luna o i ghiacci di Giove, bisogna aver avuto qualcuno che, in un’officina, ti abbia insegnato a guardare dentro le cose per capire come funzionano. E che, con la giusta dedizione, la distanza tra un motore di una moto e un razzo della Nasa può diventare incredibilmente breve.
