Oggi, a distanza di 20 anni, il sequel riapre non solo una storia, ma un confronto culturale culturale tra diverse epoche. In redazione, il film ha attraversato generazioni diverse di editor di Vogue Italia: chi ha vissuto l’era pre-digitale della moda e chi vi è entrato negli anni della sua accelerazione continua. Quella dei social, dei click e delle views. Il risultato è un coro di sguardi differenti, ma sorprendentemente allineati nel riconoscere quanto il mondo raccontato allora sia ancora, in forme diverse, il nostro presente. Perché tra moda ed editoria, in questi vent’anni, tutto è cambiato. E proprio per questo, oggi, guardare il sequel significa anche interrogare ciò che nel mentre siamo diventati. Qui sotto Il diavolo veste Prada 2 in 10 recensioni degli editor di Vogue Italia.
Oltre l’operazione nostalgia. E il nuovo significato del maglioncino ceruleo
First reaction: shock. Quando è cominciato il film il sorriso che avevo – dovuto al fatto che stavo finalmente per vedere un titolo tanto atteso (e già ultra spoilerato) dalla Vogue Family – si è frantumato e il volto è diventato quello della tensione. La crisi dell’editoria ti arriva come uno schiaffo e per chi, come me, lavora in questo ambito ecco che più che ad una commedia sembrava di assistere a un horror. E le ricadute all’interno di Runway – descritte in modo molto realistico – hanno portato questa pellicola a lambire i contorni del docu-film. Da Runway a Run Away, il passo è breve.
Ed è proprio questa fotografia – reale, necessaria e, proprio agli occhi di chi ha sempre visto a “Vogue” come sogno (“Tutti vorrebbero essere noi” dice Miranda a Andy), quanto mai onesta – a far compiere il salto di qualità al sequel, trasformandolo in qualcosa che supera l’operazione nostalgia, andando oltre alle (diverse) citazioni del primo capitolo.
Il film sposta davvero le lancette avanti di 20 anni per mostrarci come tutto è realmente cambiato, con le rivoluzioni tecnologiche (nel 2006 non c’erano i social, gli smartphone, l’AI,…) che hanno reso gli esseri umani ancora più affannati a tenere il ritmo e un giornale cartaceo – come spiega un rassegnato Nigel – ormai da anni svuotato di senso. In questo teatrino sempre più votato all’iper-performatività no stop (c’è un assistente in redazione non può nemmeno assentarsi un attimo per andare in bagno) e dove regna altresì la crisi di idee (in riunione editoriale viene proposto un focus sul gorpcore), a Andy Sachs tocca ancora il compito di dimostrare tutto il suo talento per salvare la situazione, sotto gli occhi di Miranda (che il più delle volte la tratta ancora come una “Emily”, ovvero una stagista).
Oltre alle inevitabili citazioni moda – per l’Italia compaiono Dolce & Gabbana, Fendi e Brunello Cucinelli – alla fine si ride, e la tradizione delle frasi cult viene mantenuta (“i carboidrati se consumati in due sono senza calorie”). Ed è impossibile non inchinarsi davanti alla bravura del cast, un poker d’assi in cui i personaggi sono ormai cuciti addosso alla pelle dei loro interpreti: superbo Tucci, fantastiche Anne Hathaway e Emily Blunt. Un discorso a parte per Miranda. La prima volta che si vede in questo sequel – quando entra in scena – mi sono emozionato: per me era un meraviglioso ritratto pop all’inarrivabile grandezza di Meryl Streep.