Una settimana c’è la tosse, quella dopo la gastoenterite. Poi è la volta dell’influenza. E quando tutto sembra finito, ecco che si ricomincia con qualche linea di febbre. «Tutta colpa del nido, da quando mio figlio va a scuola si ammala sempre», la frase più ripetuta dai genitori di bambini tra i 3 e i 36 mesi che hanno fatto l’abbonamento allo studio pediatrico. Le settimane si trasformano in una staffetta tra aerosol, termometri e quella frustrazione nel vedere il proprio bimbo ammalarsi di nuovo non appena rimesso piede in classe. Eppure, dietro il nasino colante si nasconde un processo biologico essenziale per il futuro. In un recente studio pubblicato su Clinical Microbiology Reviews la prospettiva viene completamente ribaltata: gli asili non più come “fabbriche di germi”, ma come veri e propri «campi d’addestramento immunitario». Un concetto che trova piena conferma nelle parole del Presidente della Società Italiana di Pediatria Rino Agostiniani, che invita le famiglie a guardare oltre il sintomo immediato.
Il database degli anticorpi e la “finestra” dei sei mesi
Esiste un momento biologico preciso in cui tutto cambia: tra i sei e i nove mesi, gli anticorpi passati dalla mamma svaniscono. Proprio quando molti piccoli iniziano il nido, il loro scudo naturale si abbassa. «In quel momento il sistema immunitario del bambino è un sistema vergine che ha bisogno di allenarsi – spiega Agostiniani – ha bisogno di abituarsi a trovare avversari contro i quali costruire delle difese specifiche». Questo processo, che si struttura nei primi anni, è ciò che permette di arrivare alle elementari con un organismo capace di difendersi da una fetta importante di malattie. «Se non lo alleniamo a combattere le cose per le quali veramente deve combattere, cioè virus e batteri, finisce che magari si ritrova a combattere avversari sbagliati, come nel caso dell’aumento delle allergie».
La normalità della malattia
Lo studio parla chiaro: la frequenza delle infezioni al nido è una statistica attesa. Per Agostiniani, la normalità per un bambino che vive la sua prima socializzazione è «ammalarsi anche una volta ogni tre settimane». Non è un segnale di fragilità, ma di interazione. «Non è che quelli che si ammalano meno non incontrano gli stessi virus – chiarisce il pediatra – è che alcuni hanno una miglior capacità di risposta e strutturano le difese senza che a questo si associ uno stato di malattia». Il numero di episodi conta meno della qualità del recupero.
Il termometro del buon senso
Uno dei timori più grandi per i genitori resta la febbre, ma l’esperto invita a cambiare prospettiva: «L’aumento della temperatura corporea è uno strumento molto potente per ridurre la replicazione virale.
Se la temperatura sale, il virus non riesce a riprodursi». La febbre non è dunque un nemico da abbattere a ogni costo, ma un segnale che il corpo sta reagendo correttamente. Il vero parametro per capire se un bambino è guarito non è la fine della febbre, ma il suo stato generale: «Deve ritornare a essere un bambino brillante, vivace, con voglia di giocare e ripresa dell’appetito. Allora vuol dire che tutto è ritornato a funzionare come si deve».
Quale prevenzione
In un contesto dove il contatto fisico e lo scambio di oggetti rendono il contagio quasi inevitabile, la ricetta per fortificare il bambino è più semplice di quanto si pensi: «Più li porto all’aria aperta, più li faccio muovere, più li aiuto. Spesso c’è il timore del freddo, ma gli aspetti climatici non fanno certo ammalare. È molto più rischioso stare in un ambiente chiuso dove ci sono tante altre persone». Quando poi i vurs sono specifici, «abbiamo un grande strumento di prevenzione che sono le vaccinazioni – chiarisce il pediatra – fondamentali per ridurre il rischio di ammalarsi di patologie importanti».
Il ritorno in classe
Spesso la fretta di tornare alla normalità tradisce i genitori. «Quando ti sei ammalato da poco – avverte Agostiniani – è proprio il momento in cui sei più suscettibile a ammalarti di nuovo. Ho stancato il mio sistema immunitario per combattere quella malattia, quindi sono più predisposto». Quella che viene semplicisticamente chiamata “ricaduta” è quasi sempre una nuova infezione che colpisce un organismo ancora affaticato. Per questo la convalescenza è sacra e basata sulle condizioni generali del piccolo.
Il campo d’addestramento
In definitiva, anche se il primo anno di nido somiglia a una prova di resistenza fatta di notti in bianco e scorte di tachipirina, la scienza invita a guardare oltre il prossimo starnuto. Il nido non è un ostacolo, ma una tappa che non incide negativamente sul percorso di crescita. «Anzi – conclude Agostiniani – da un punto di vista di sviluppo del sistema immunitario, lo fa maturare nel modo migliore». Vedere il proprio figlio ammalarsi è faticoso, ma sapere che ogni linea di febbre è un allenamento per renderlo un adulto più forte può aiutare a vivere gli anni al nido con una consapevolezza diversa.
Ultimo aggiornamento: mercoledì 29 aprile 2026, 09:57
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