di Paola Rosa Adragna
Sii forte, sii audace, sii te stesso. È racchiusa in questo motto l’essenza di Senhit, all’anagrafe Senhit Zadik Zadik, cantante italo-eritrea dall’energia contagiosa e il profilo internazionale, vincitrice del San Marino Song Festival e pronta a tornare per la terza volta in gara, sempre in rappresentanza della piccola repubblica all’ombra del Titano, sul palco dell’Eurovision. Non senza prima aver attraversato l’Europa alla scoperta delle culture pop contemporanee con il suo Pop Road to Eurovision, un format che unisce musica, viaggio e identità, disponibile dal 28 aprile su RaiPlay e San Marino RTV.
Sei cantante, produttrice, direttrice creativa, ambasciatrice culturale, ma soprattutto animale da palcoscenico. Sbaglio?
«Sì, ma facciamo il contrario, sono un animale da palcoscenico, poi magari tutto il resto. Sono molto a mio agio sul palco, mi sento a casa: è proprio la mia comfort zone».
Iniziamo dal futuro: il prossimo palco è quello dell’Eurovision. Carica?
«Sì! Sono pronta, ma anche molto emozionata. Sono tanto grata a San Marino che mi ha dato questa opportunità».
Cosa ti lega a questo Stato?
«È stato il primo che mi ha coinvolto nel magico mondo di Eurovision, quando l’Italia aveva smesso di parteciparvi. Nel 2011 io avevo già una carriera internazionale e loro cercavano un artista, così mi chiamò la direttrice della televisione Carmela Sorella. Quando sono arrivata a Dusseldorf tutto mi aspettavo tranne questa macchina infernale, in senso positivo. All’epoca non riuscii ad arrivare in finale, rimasi con un po’ di amaro in bocca. Poi mi hanno richiamata dieci anni dopo e oggi eccoci di nuovo qua».
Rappresenteresti l’Italia?
«Se riuscissi a fare una bella canzone, un bel progetto in italiano con un bel messaggio, con cui partecipare e vincere Sanremo, perché no. Ma mi sembrerebbe di tradire la mia piccola repubblica (ride)».
Quest’anno gareggi con Superstar, brano in collaborazione con Boy George. Ci sarà anche lui sul palco?
«Assolutamente sì. A San Marino non ha potuto perché era in tour e io gli ho detto “guarda che se vinciamo devi venire con me a Vienna”. Mi ha detto “vediamo”, secondo me anche un po’ pentito (ride), ma mi ha fatto una promessa e la manterrà. Ci sarà per la prima semifinale, sperando poi di andare in finale».
Com’è stato lavorare con lui?
«Eccitante: è un personaggio sfuggente, un grande artista, una grande icona. È stato un grande pioniere di libertà, autenticità, forza. Ho scelto di collaborare con lui in un periodo così particolare perché poteva dare un senso a Superstar, una canzone che sembra una cag*ata, ma è così forte, ha un grande messaggio: noi siamo delle superstar, ma lo sei anche tu».
Hai fatto della parola identità il tuo manifesto. Qual è la tua identità?
«L’autenticità: sono così come mi vedi.
Una persona terribilmente onesta e anche quasi scomoda. A volte può piacere, a volte no, a volte invade, a volte trasforma».
Sei nata in Italia, a Bologna, da genitori eritrei. Quanta Eritrea c’è in te?
«Parecchia. Loro sono stati bravissimi: hanno cresciuto cinque figli dando massima libertà, però mantenendo molto salde le radici. A casa mia si parla eritreo, si mangia eritreo, ma ci è stata data la possibilità di studiare e di crescere in una città così accogliente come Bologna, che io amo tantissimo. C’è tanto sangue eritreo anche nella mia musica e nel mio lavoro, nella mia vita in generale. E mi piace perché è molto importante mantenere i ricordi. A me ha insegnato tantissime cose».
Hai mai subito razzismo?
«Sono veramente un animale strano, non ne ho memoria. Sicuramente saranno successi, anche adesso e non solo in Italia, ma non me li ricordo. Sono sempre andata oltre, ho una parte di cervello che rimuove certe cose. Non mi hanno mai fermata, ho sempre risposto con un sorriso, una stretta di mano, un abbraccio».
Canti in italiano, inglese, russo, spagnolo, tedesco, portoghese… Hai mai pensato di cantare in tigrino?
«Lo parlo poco, ma lo capisco. Soprattutto quando mia mamma si arrabbia, improvvisamente capisco qualunque cosa (ride). Conosco qualche canzoncina che mi cantava da bambina, ma non mi è mai passato per la testa: potrebbe essere un ottimo suggerimento. Però sono molto legata alla mia terra, alle mie radici. Ho cercato di metterle anche nella musica che propongo. In Adrenalina c’è uno strumento a percussione usato in Eritrea dalle donne e anche le loro grida di entusiasmo mentre cantano. La musica è spesso degli uomini, ma qui sono le donne che prendono il potere e suonano».
Hai iniziato con il Karaoke di Fiorello. Com’è stato?
«Divertente! Mia mamma non ce la faceva più, continuava a dirmi “basta, adesso vai a fare questo provino”. E quando il “carrozzone” è passato nella piazza principale della nostra tenuta estiva, in provincia di Ravenna, mi hanno chiamato a Imola a fare un’audizione. Passai, l’autrice mi disse “sei proprio una ragazza fortunata” perché avevo cantato Ragazzo Fortunato di Jovanotti. Ho vinto la puntata, il famoso Canta Tu. Lì ho avuto l’illuminazione: potevo cantare. Il caso ha voluto che in tv mi vedesse quella che poi è stata per anni la mia insegnante di canto. E da lì piano piano ho cominciato il mio percorso».
Hai calcato palchi in tutta Europa, partecipato a musical, lavorato con tanti grandi, come Massimo Ranieri a Gaetano Currelli degli Stadio.
«Sono stata davvero molto fortunata. Sono stata circondata da grandi collaborazioni, da grandi team, da grandi produzioni che mi hanno realmente cresciuta. Non solo artisticamente, ma umanamente».
Con chi vorresti collaborare ora?
«Mi piacerebbe tantissimo una donna. A Sanremo mi sono innamorata di Serena Brancale, che già conoscevo, e mi piacerebbe tantissimo riuscire a fare qualcosa con lei. È una grande voce, una grande artista. Ha una grande cultura musicale, suona 600 strumenti. Sta facendo tante collaborazioni, quindi faccio un annuncio: “Serena, sono qua. Canta anche con me”».
Ultimo aggiornamento: martedì 28 aprile 2026, 10:59
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