di
Giuliana Ferraino

Il Comitato banche approva la nomina di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve con un voto interamente di parte (13-11). Nell’ultima riunione dell’era Powell alla presidenza, la banca centrale americana lascia i tassi invariati

Il Comitato Banche del Senato ha dato il via libera a Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve con un voto interamente di parte, 13 a 11: tutti i senatori repubblicani a favore, tutti i democratici contrari. È un precedente rilevante per un incarico che storicamente ha sempre raccolto almeno un minimo consenso bipartisan. Ora la nomina dell’ex governatore Fed, scelto da Donald Trump, passa all’aula del Senato, dove il voto è atteso prima della scadenza del mandato di Jerome Powell il 15 maggio.

Non si tratta dell’unico passaggio inconsueto legato alla successione al vertice della Fed: il presidente uscente Jerome Powell, più volte attaccato da Donald Trump, ha dichiarato che non lascerà il board della banca centrale Usa:  «Dopo la fine del mio mandato come presidente il 15 maggio, continuerò a servire come governatore per un periodo di tempo da determinare», ha detto Powell. «Lascerò quando riterrò che sia opportuno farlo». È possibile che Powell resti al suo posto fino a quando saranno concluse le indagini a suo carico sui costi per la ristrutturazione della sede della  Fed. Due giorni fa il dipartimento di giustizia ha rinunciato a incriminare il banchiere ma la portavoce della Casa Bianca Leavitt ha dichiarato che proseguono gli accertamenti da parte dell’organismo interno di vigilanza. 



















































Ma ora Warsh è un passo più vicino alla presidenza della banca centrale dopo un iter che si è intrecciato con lo scontro politico sulla Fed e sulla sua indipendenza. Il candidato repubblicano è un ex insider dell’istituto ma anche uno dei suoi critici più espliciti: ha definito l’inflazione al 9,1% del 2022 «il più grande errore di politica monetaria degli ultimi quarant’anni». Allo stesso tempo, ha sostenuto la necessità di un «regime change» nella Fed, dalle modalità di comunicazione ai modelli economici utilizzati.

Il voto al Congresso è arrivato dopo giorni di tensioni. Un elemento decisivo è stato il passo indietro del Dipartimento di Giustizia (DoJ) sull’indagine penale relativa ai costi di ristrutturazione della sede della Fed, un dossier che aveva coinvolto direttamente Powell. Il senatore repubblicano Thom Tillis aveva minacciato di bloccare Warsh finché l’inchiesta fosse rimasta aperta; la sua chiusura ha di fatto sbloccato la candidatura.

Sul piano politico, lo scontro è frontale. Il presidente del Comitato Banche, il repubblicano Tim Scott, ha legato la nomina di Warsh alla necessità di «rompere il vincolo della Bidenomics sulle famiglie americane». Di segno opposto la lettura della democratica Elizabeth Warren, secondo cui il voto «avvicina il presidente al completamento di un tentativo illegale di prendere il controllo della Fed e stimolare artificialmente l’economia». Warren ha sottolineato anche il carattere eccezionale del voto, il primo completamente partitico nella storia delle nomine alla guida della banca centrale.

In questo quadro si inserisce anche il caso di Lisa Cook, la governatrice Fed finita nel mirino dell’amministrazione Trump, che ne ha ordinato il licenziamento. Il tentativo di rimozione — insieme alle pressioni su Powell — è uno dei punti centrali della critica democratica. Sul caso Cook si pronuncerà la Corte Suprema degli Stati Uniti. La decisione, che potrebbe arrivare nelle prossime ore, è molto attesa. Il nodo resta infatti giuridico oltre che politico: fino a che punto l’esecutivo può intervenire sulla composizione della banca centrale.

Il voto al Comitato Banche coincide curiosamente con un altro momento chiave: quella che potrebbe essere stata l’ultima riunione del Fomc – il braccio di politica monetaria della Fed – presieduta da Powell. La Federal Reserve ha deciso di lasciare i tassi invariati per la terza volta consecutiva, intorno al 3,6%, mantenendo una linea attendista di fronte a un’inflazione tornata al 3,3% anche per effetto del rialzo dei prezzi energetici legato al conflitto con l’Iran. È la stessa prudenza che ha alimentato lo scontro con Trump, da mesi favorevole a un taglio più rapido e profondo del costo del denaro.

Tornando alla mossa di Jerome Powell, la sua è una scelta inusuale: storicamente i presidenti lasciano l’istituzione. Ma restare significa limitare la capacità dell’amministrazione di nominare un nuovo membro e, in prospettiva, preservare un equilibrio interno in una fase di forte pressione politica.

La maggioranza dei membri del Fomc ha indicato la volontà di attendere ulteriori dati sull’inflazione e sulla crescita prima di intervenire sui tassi. Anche con l’arrivo alla presidenza, quindi, Warsh non avrebbe margini immediati per imprimere una svolta aggressiva verso il taglio del costo del denaro.

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29 aprile 2026 ( modifica il 29 aprile 2026 | 21:41)