È sempre tutto “Un sacco bello” quando Carlo Verdone entra in sala, ancor più per il restauro dell’iconica pellicola del 1980, che ha riempito le sette sale del Cinema Barberini di amatori. Uno alla volta il regista ha fatto il giro dei palchi per salutare gli affezionati: «È un po’ come fare il giro delle sette chiese».
Comincia con una battuta il saluto che Verdone riserva alle platee gremite di ospiti e di pubblico che lo ama e lo segue con affetto e rispetto. Sentimenti che ricambia con gratitudine, sottolineando quanto sia doverosa la sua presenza. «Dovevo esserci. Perché il pubblico è stato affettuoso nell’accogliere quest’invito, ed era ovvio che io fossi qui a ringraziare per la spinta e l’entusiasmo che avete sempre avuto. Perché in fondo questo è un piccolo film, ma la sua magia sta nel fatto che ha fermato l’ultimo periodo di una certa Roma. Quella che ancora aveva poesia nella sua solitudine, perché in quegli anni si andava ancora in vacanza seppur per quattro o cinque giorni, anche per chi aveva meno possibilità. In quei giorni la città si svuotava letteralmente».
Ricordi lontani
E il racconto di Carlo si fa immagine, con le parole che hanno il sapore di un ricordo lontano in cui le persone rivedono loro stesse ancora bambine, in strade assolate attraversate da silenzi assordanti. Impossibile non sorridere pensando al Bioparco, immaginando Leo che zittisce gli uccelli dopo aver cercato la sua “Marisò”, con l’ultima consonante del nome troncata a suggellare un tormentone che resta dopo decenni.
«Pensando a quella Roma, dissi a Sergio Leone che volevo dar corpo a tre personaggi che aveva già apprezzato a “Non stop”. Li avrei raccontati dispersi nella solitudine della città d’estate, circondati da rumori che non sentiamo più, come le campane o le cicale. Oggi sentiamo il rumore dei trolley e Trastevere sembra Capri, con migliaia di ristoranti in ogni vicolo. Questa è una Roma completamente cambiata, è sempre piena, mentre all’epoca era sempre vuota. E la solitudine di quei tre personaggi si univa alla solitudine della città».
Mentre parla, Verdone sottolinea come quelle tre figure oggi farebbero fatica a trovare voce e di come quel film sia impossibile da rifare, perché la società è cambiata. Nel contempo non nasconde l’emozione per un recupero che lascia spazio alle sensazioni del debutto. «Sono molto emozionato. Mai mi sarei immaginato che dopo 46 anni avrei rivisto il film in sala e col pubblico. Questo è un regalo meraviglioso perché questo film ha quasi mezzo secolo signori, c’è poco da fare…». Doverosi i ringraziamenti a Gian Luca Farinelli e alla Cineteca di Bologna, Rti e Mediaset Infinity, Minerva e Siae per aver contribuito al restauro.
«Io è la prima volta che vedo il film in sala con il pubblico. All’epoca ero molto ansioso. Ero una furia sul set ma ero estremamente emotivo. Un giorno con mia moglie scelsi di andarlo a vedere in via Cola di Rienzo e ci mettemmo dietro, tranquilli. Dopo venti minuti uno si accorse che c’ero e urlò “A Carlo!”. Da allora ho smesso, anche se poi ci sono tornato con “Troppo Forte”, per vedere reazioni della gente. Piccola curiosità d’un povero nevrotico che ora ha vinto le sue nevrosi e oggi, torna in sala a vedere il suo operato. Grazie per il bene che avete voluto a questo piccolo film».
Vip in sala
Per l’appuntamento al palo della morte c’è ancora da attendere qualche mese, in fondo Ferragosto è ancora lontano e le temperature sono ancora buone per recarsi al cinema, dove fino al 30 aprile sarà possibile rivedere “Un sacco bello”, pietra miliare della filmografia verdoniana, emblema della romanità più vera e dei suoi incredibili personaggi.
In prima fila ci sono Aurelio De Laurentiis e Jacqueline Baudit, seguiti da Luigi De Laurentiis, Giampaolo Letta e Rossana Ridolfi, poi Vittoria Puccini e Fabrizio Lucci, Euridice Axen, Claudia Potenza e Domenico Chiariello, mentre tra le file si scorgono Maria Monsè e la figlia Perla, Pietro Romano, Marco Giusti, ma anche Luca Verdone seduto di fianco Eugenio Alabiso, montatore del grande classico degli anni ’80.
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