Uno degli elementi più interessanti del sequel è l’introduzione di una nuova generazione di assistenti, incarnata da Simone Ashley (Amari), Caleb Hearon (Charlie) e Helen J. Shen (Jin). Sono loro la Gen Z che Runway non ha ancora imparato a gestire: giovani che non vivono perennemente nella paura, che fanno sentire la propria voce, che non si lasciano schiacciare dall’autorità senza porle domande.
Amari, in particolare, è una figura affascinante: descritta dalla stessa Streep come “una Miranda in formazione”, assorbe tutto il meglio e il peggio della sua capa con una devozione che fa sorridere e riflettere insieme. Simone Ashley, nota al grande pubblico per Bridgerton, porta al personaggio una solidità e una grazia che funzionano perfettamente in questo contesto.
Il contrasto generazionale è il vero motore narrativo del film, l’aggiornamento più intelligente che McKenna potesse dare al materiale originale. Se il primo Il diavolo veste Prada raccontava l’ingresso traumatico di una millennial nel mondo del lavoro, il sequel racconta lo scontro tra quella stessa generazione – ora adulta, con il suo potere e le sue certezze – e ragazzi che non riconoscono le regole implicite che per vent’anni hanno retto il sistema.
Tra le new entry maschili, spiccano Kenneth Branagh nei panni di Stuart, il nuovo marito di Miranda – un artista, un musicista, qualcuno che non ha bisogno di lei nel modo in cui gli altri hanno sempre avuto bisogno – e Justin Theroux in quelli di Benji Barnes, personaggio descritto come qualcuno che “non sembra avere sempre tutte le rotelle a posto, eppure quando parla di qualcosa che capisce è assolutamente brillante, incisivo e un po’ terrificante.”
Non mancano i cameo: Donatella Versace, Lady Gaga e Ashley Graham fanno capolino in un film che, come il suo predecessore, sa che la moda è anche mondo reale, non solo finzione.

2272586162 – Simone Ashley