di
Marco Imarisio

Sulla Piazza Rossa non ci sarà l’esibizione di sistemi missilistici e carri armati per celebrare la vittoria russa nella Seconda Guerra Mondiale. Non è mai accaduto negli ultimi 20 anni

Gli abitanti di Mosca lo avevano già capito. No restrizioni di movimento, nessun improvviso blocco del traffico per le prove, soprattutto la Piazza Rossa aperta al pubblico a pochi giorni da quella data. L’anno scorso, era anche l’ottantesimo anniversario, intere parti della città rimanevano bloccate a lungo, per tacere del centro, spesso paralizzato per i preparativi della grande parata del 9 maggio che celebra la vittoria dell’esercito sovietico nella Seconda Guerra Mondiale.

Quest’anno, niente di tutto questo, a parte le solite difficoltà con Internet, per altro molto mitigate nella capitale, che hanno comunque altre cause. Adesso è diventato ufficiale, con tanto di comunicato del ministero della Difesa. La celebrazione si terrà, ma in tono minore, come mai accaduto negli ultimi vent’anni. Nessun mezzo militare, nessun sistema missilistico da esibire alle autorità sul palco montato al centro della piazza, e soprattutto ai milioni di russi davanti ai televisori. Non ci saranno neppure i cadetti delle scuole militari, il cui passaggio rappresentava il momento più festoso e celebrato. La ragione di questo ridimensionamento è dovuta «all’attuale situazione operativa», una perifrasi che poco dice e molto lascia intendere.



















































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Più diretto il Cremlino, che attribuisce i cambiamenti della parata annuale alla «attività terroristica ucraina». Insomma, ai droni che da mesi colpiscono il Paese non in zona di guerra, ma in profondità, colpendo persino alle pendici degli Urali.

Appena due giorni fa, il terzo attacco consecutivo alla raffineria di petrolio di Tuapse, nella regione di Krasnodar, a settecento chilometri di distanza dal fronte, ha causato un vero e proprio disastro ambientale, distruggendo un tassello importante nella catena di rifornimento delle truppe russe. E obbligando persino Vladimir Putin, che fino ad allora aveva finto di ignorare i danni prodotti dalle quotidiane incursioni dei droni ucraini, a riconoscere l’esistenza di un grosso problema, che sta producendo anche notevoli danni economici, limitando del 14 per cento la capacità di esportazione del petrolio russo. «Il regime di Kiev ci colpisce con metodi apertamente terroristici», ha detto, «perché non è in grado di fermare l’avanzata delle nostre truppe».

La rinuncia a una parata come sempre trionfale non è un passo di poco conto, perché va ben oltre le scarne parole di Putin, e rappresenta una notevole ammissione di vulnerabilità, capace di determinare anche le modalità di svolgimento della festa più importante per il Cremlino. Il culto della vittoria venne creato da Leonid Breznev, che pensava in questo modo di lenire in parte «il trauma dalle proporzioni monumentali», ovvero l’enorme sacrificio e tributo di vite umane pagato dal popolo russo, che si faceva ancora sentire negli anni Settanta del secolo scorso. Ma Putin, fin dal suo arrivo al potere, ha utilizzato il fatto che ancora oggi tra i suoi concittadini la Grande Guerra Patriottica conserva un tratto identitario unico, per trasformare quella celebrazione in una esaltazione della potenza russa, un evento catartico dove vengono confermati anche i legami internazionali della Russia e le sue visioni future.

Proprio mentre Putin sta cercando di riprendersi la scena internazionale tramite l’amico Donald Trump, ponendosi al centro della trattativa per la pace in Medio Oriente, la Russia scopre di essere vulnerabile, a causa di una guerra che in questi anni è cambiata sotto i nostri occhi e che ormai non conosce più confini. E che potrebbe arrivare persino sulla piazza Rossa, nel cuore del potere. 

30 aprile 2026 ( modifica il 30 aprile 2026 | 11:51)