di Matteo Persivale

Figlio della classe operaia australiana, ha iniziato (come tanti) con un teen drama come “The Kissing Booth” dove però ha fatto la differenza. E poi ha proseguito interpretando una serie di personaggi complessi, affidandosi spesso a registe donne, come Sofia Coppola ed Emerald Fennel. Star riluttante, si tiene lontano dalle trappole. Per questo si sa poco del ragazzo di Brisbane. «Ho dato il mio primo bacio a 14 anni, lei si chiamava Ruby, ed era alta come me. Quello è stato il momento più romantico della mia vita»

Quasi un secolo fa Archie Leach, ragazzo della classe operaia di Bristol, madre internata in un istituto da quando era bambino (anche se suo padre gli dice che è morta: scoprirà la verità decenni più tardi), sogna di scappare. Sogna Hollywood, sogna di diventare come il suo idolo Douglas Fairbanks, il divo-spadaccino del cinema muto. Così Archie Leach va in America e inventa un personaggio chiamato Cary Grant che è tutto quello che Archie non è, e che sogna di diventare: e trascorre il resto della sua vita intrappolato dentro quell’uomo – bello, elegante, imperturbabile, spiritoso – che non esiste. Il mondo si innamora del personaggio, senza chiedersi mai cosa ci fosse sotto la superficie. C’è una famosa frase a lui attribuita – «Tutti vogliono essere Cary Grant, anch’io voglio essere Cary Grant» – è una delle cose più vere, e tristi, che un attore abbia mai detto. È l’ammissione che Cary Grant non esiste, che la persona amata da un pubblico enorme è una performance, un’illusione, tanto più efficace quanto la persona reale che sta dietro la maschera – dentro la gabbia – rimane invisibile (a Marilyn Monroe succede la stessa cosa, la donna più guardata e desiderata della storia è irrilevante, invisibile com’è dietro i capelli di platino, i sussurri sexy, lo sguardo triste: lei venne schiacciata da quella gabbia, al contrario di Cary Grant).

È il destino inevitabile dei più grandi divi di Hollywood: quel pochissimo che sappiamo di Tom Cruise la persona – Scientology, i divorzi, è irrilevante se non proprio inutile. Conta Tom che si lancia senza paracadute, che si arrampica sul Burj Khalifa, che corre in tutti i suoi film nella missione impossibile di non invecchiare mai dietro lo stesso sorriso e lo stesso ciuffo del ragazzino di Top Gun, 1985. Quel che sappiamo di Leonardo DiCaprio è ancora di meno – la parata di modelle, loro sempre uguali, sempre la stessa età mentre lui non diventa più vecchio ma semplicemente più interessante, e bravo.



















































Timothee Chalamet? Come pretendente alla corona, come candidato a dimostrare che Cruise non è «l’ultima star di Hollywood», era partito fortissimo in Chiamami col tuo nome, l’attore-ragazzino che non recita, che ha il dono della trasparenza, che ha gli occhi, i riccioli, la leggerezza. Tutto. Ha continuato benissimo con gli autori – Woody Allen poi rinnegato con una certa volgarità, Greta Gerwig, Wes Anderson, Denis Villeneuve – per andare infine ad arenarsi nell’imitazione di Bob Dylan e nell’osservazione compiaciuta della propria immagine riflessa, con annessa recente polemica sull’opera e il balletto da rottamare (la vicinanza col clan Kardashian non gli ha fatto bene).
E poi c’è Jacob Elordi.
Il vantaggio di Elordi, nato alla fine del Novecento esattamente come Cary Grant nacque quando il secolo cominciava, figlio della working class come il suo predecessore, è che Elordi ha avuto il permesso – da parte di un mondo nuovo e di un cinema molto diverso – di lasciar cadere la maschera, e di aprire la porta della gabbia.
La bellezza è una gabbia, anche oggi.
Come evade, Elordi, da quella gabbia? Grazie alla tensione, alla contraddizione tra fisicità e sensibilità. È molto bello e – cosa rara nel cinema, per i motivi che vedremo – molto alto, 1 metro e 95, difficile da gestire per molti registi e direttori della fotografia. Ha fisico e mascella e zigomi e capelli da classico protagonista hollywoodiano, il “leading man” sul quale poggia, con la “leading lady”, il modello di business dell’industria di Hollywood.

Elordi è rapidamente diventato un divo in modo molto classico: molto giovane, con una serie di film Netflix per ragazzine che fanno sembrare le commediole canterine di Elvis Presley o di Gianni Morandi di un’era geologica lontana come dei film di Ingmar Bergman. The Kissing Booth è quella che educatamente si chiama teen romance. È il bad boy di una trilogia il cui livello di creatività si evince dai titoli: The Kissing Booth, The Kissing Booth 2 e The Kissing Booth 3. Successo globale (meritato: lui già allora era una spanna sopra tutti come bravura) per la gioia del ceo di Netflix che elogiò pubblicamente la serie di filmetti che demolivano i record di streaming, e febbrili resoconti on line delle fan sulla storia di Elordi – anche nella vita reale – con la protagonista.
Come si passa dai film stupidarelli in streaming al cinema d’autore? Grazie all’elemento alla base della sua ascesa: è regolarmente, costantemente, attratto da ruoli che sovvertono la sua fisicità. Sceglie personaggi tormentati, vulnerabili, moralmente ambigui: e la tensione tra il suo aspetto fisico e quel che sceglie di farne sullo schermo è intrinsecamente affascinante. Dallo streaming di Netflix per minorenni passa a Euphoria, serie partita nel 2019 senza aspettative e diventata rapidamente di culto, che lancia Zendaya e Sydney Sweeney e lui, definitivamente: Elordi è Nate, giocatore di football, prepotente, instabile, violento, insicuro. Lavorando questo materiale così volatile, poco più che ventenne, con notevole profondità – Nate è un personaggio potenzialmente irto di tranelli per un attore (la terza serie è appena uscita, con scandalo, negli Stati Uniti, per una sorprendente scena sadomaso tra lui e Sweeney).

Il salto decisivo è la collaborazione con Sofia Coppola in Priscilla nel quale è un Elvis che incarna il monstrum della sua fama incontrollabile (Presley, un altro divo bellissimo rinchiuso nella gabbia della sua identità di scena, dalla quale cercò di uscire come Brando cambiando nel profondo il fisico, ingrassando cioè di cinquanta chili).
In Priscilla, Sofia Coppola (che è lei stessa molto minuta) alza al massimo il volume della differenza fisica tra Elordi e Cailee Spaeny, 195 cm contro 150 scarsi. Di solito il cinema nasconde o minimizza: luci, arredamento, la vecchia cara cassetta sulla quale far salire l’attore o l’attrice. Invece Coppola amplifica tutto: Elordi che si appoggia costantemente ai muri, alle porte, per scendere al livello della fan-ragazzina. Il risultato è che Elvis sovrasta Priscilla in ogni fotogramma: non sembra solo più vecchio, o più potente – sembra appartenere a una specie diversa. Un gigante: prima amico, poi sempre più imponente. Ingombrante. E quando Elvis decide che Priscilla ha bisogno di un nuovo look, tutto si cristallizza. Non sta solo suggerendo un’acconciatura, o un make-up; la sta rifacendo a sua immagine e somiglianza. Capelli nero pece, eyeliner: ecco che costruisce un’estetica – la Barbie di Graceland.
Non è mostruoso in modo violento, o malvagio: semplicemente “è” Elvis, e per questo risulta così efficace. Parla a bassa voce, ragionevole, quasi paterno: tanto, domina fisicamente ogni inquadratura al punto che il disequilibrio di potere è insito nell’immagine stessa. La fama non è solo il fondale, qui: è un mostro, che ingoia la persona più piccola. Coppola è straordinaria nell’usare le superfici (vestiti, capelli, decorazioni, corpi) per raccontare storie interiori, e Priscilla è una delle sue esecuzioni più lineari di questa idea. La naturale “alterità” di Elordi costituisce l’impalcatura tematica – e emotiva – del film, come contrappunto alla timidezza, al nervosismo, alla ritrosia della piccola, piccolissima Priscilla.
(Qualche anno dopo, dopo la prima nomination all’Oscar di quella che è lecito prevedere sarà una serie consistente, Elordi viene intervistato dalla rivista W, in video, e una voce fuori campo gli chiede di ricordare il primo bacio, e lui racconta: una stazione, in Australia, a quattordici anni, il nervosisimo, la paura, un bacio soltanto, «lei era alta, anche lei, come me, si chiamava Ruby Crotchett, il momento più romantico della mia vita – ero diventato uomo, sono nervoso anche adesso, a parlarne»).

Con quante registe hanno lavorato Brad Pitt, o Leonardo DiCaprio, dopo decenni di cinema? Elordi su sei film importanti, ne ha girati tre con registe donne: Priscilla con Sofia Coppola, il thriller Saltburn e Cime Tempestose con Emerald Fennell. È un caso? No, perché Elordi è interessato a storie incentrate sul potere, sui limiti del controllo che proiettiamo sulle altre persone, sul desiderio e sull’alterità – temi preferiti da molte registe contemporanee (non è allergico all’azione: quest’estate arriverà sullo schermo in un thriller apocalittico di Ridley Scott, Dog Stars).
Quando lavora con le donne dietro la macchina da presa, racconta storie che sono (anche) studi sulla performance della mascolinità: Elvis, un ricco studente di Oxford, Heathcliff. Mascolinità seducente e distruttiva allo stesso tempo— sa di essere un attore interessante perché interpreta uomini che è interessante interrogare per noi spettatori dall’altra parte dello schermo.
Con i media, ha imparato che il ruolo di celebrity riluttante, che resiste alla celebrità (e alle sue trappole) gli si addice: ha espresso apertamente il proprio disagio nei confronti della fama, del rapporto un po’ cannibalico tra star e fans, il che crea una dinamica ancora una volta fatta di tensione, di contrasto – attrazione e repulsione – che il pubblico trova magnetica. In un’era di iper-accessibilità, essere riluttante vince – è, anche, un modo economico per far sì che il tenersi a distanza venga interpretato come profondità.

Ha costruito le sue interpretazioni giocando sulla contraddizione tra la fisicità imponente e la sensibilità

Quando ha lavorato al cinema con un regista maschio l’ha fatto con Guillermo Del Toro, quello più di tutti attratto dai freak, che ha visto in Jacob Frankenstein. Lui ha studiato il butoh, una forma di teatro-danza giapponese, per sviluppare la fisicità della Creatura, e nei giorni più impegnativi ha trascorso dieci o undici ore al makeup. La nomination all’Oscar esce dall’intelligenza con la quale, giovane e bello, interpreta un mostro: dimostrando che gli attori, a volte, possano trascendere l’algoritmo che li ha resi famosi.
Incarna, suo malgrado, un cambiamento. Anche nel significato stesso di “protagonista maschile”, al di là del solito parametro tra ruoli stoici/eroici e romantici. Nate Jacobs in Euphoria, Elvis in Priscilla, la creatura di Frankenstein: troviamo Elordi interessante perché, dallo schermo, è diventato egli stesso uno schermo sul quale proiettare le emozioni del pubblico – in evoluzione, conflittuali – sulla mascolinità, la fama, l’autenticità.
Durante le riprese di Cime Tempestose, ha raccontato che in una scena il suo primo istinto era stato semplicemente quello di grugnire in risposta a una battuta: un retaggio di Frankenstein, e gli ci è voluto un po’ per rendersi conto che non poteva limitarsi a mimare i gesti. I suoi personaggi vivono nel suo corpo, lasciano dei ricordi – memoria muscolare, nel caso di quel ruolo così fisico. Ma Heathcliff per Emily Brontë – che non è un inglese bianco, è “altro”, e Elordi è di origine basca, suo padre imbianchino parla Euskaria, l’unica lingua non-indoeuropea rimasta in Europa, unica testimone di quello che si parlava qui 4500 anni fa – non è lo schizzo di un’identità razziale, è un avatar della differenza. Heathcliff l’oscuro è una metafora di tutto ciò che la società “civilizzata” non può accogliere al suo cospetto.
Fennell è stata criticata su qualche giornale e on line, ma il pubblico ha premiato il suo Cime Tempestose con incassi-monstre perché è apertamente, liberamente, senza vergogna, un sogno febbrile, un’avventura di desiderio adolescenziale (chi ha letto Brontë e studiato la sua vita sa che stava scientemente scrivendo il romanzo più eccitante dell’era vittoriana, un atto intrinsicamente radicale). Elordi dentro Heathcliff trova queste risacche, questi momenti di fragile quiete improvvisa nel quale ci mostra il prezzo della sua alterità – l’essere disconnesso dal mondo degli umani, e vicino a quella della natura.

Per immedesimarsi nella creatura di Frankenstein ha studiato il Butoh, una forma di teatro-danza giapponese

Margot Robbie ha la generosità professionale e l’intelligenza attoriale – ecco perché in questi anni sta dando un giro di pista a tutte le colleghe – di lasciargli spazio, tra le parole. Robbie capisce istintivamente che fare quello che fa Elordi è difficile da spiegare, e gli lascia modo e spazio per descriverci il suo Heathcliff. È una storia d’amore impossibile – e assurda, sinceramente – ma quando la Cathy di Robbie lo fissa, furiosa – niente spoiler, qui – e lui quasi la incontra a metà strada senza riuscire a raggiungerla vediamo lo spettacolo della reciproca distruzione, il presagio di quello che non potrà succedere. È un momento trascendente, cosa che non è generalmente compresa nel prezzo del biglietto dei film hollywoodiani.
È in quello spazio, in quelle pause che risiede l’intera tragedia. L’intelligenza di Robbie è ciò che lo rende possibile: un’attrice diversa riempirebbe tutto lo spazio e non gli lascerebbe nulla contro cui rimbalzare. Dà spazio a Elordi, al suo metodo, proprio perché è abbastanza sicura di sé da non aver bisogno di ogni momento, di ogni fotogramma.
Robbie ha capito che Elordi pensa la recitazione nello stesso modo in cui un romanziere pensa i suoi personaggi: dall’interno verso l’esterno, con una curiosità intellettuale sincera su ciò che anima questi uomini tormentati.
La regista Emerald Fennell è stata attaccata per aver ridotto un classico a una storia di foia, ma ha semplicemente realizzato il film che il romanzo di Cime tempestose era per lei a quindici anni, quell’ossessione selvaggia e divorante che il libro instilla in chi l’ha letto a quell’età, e solo a quell’età. La maggior parte degli adattamenti dei grandi romanzi cerca di essere “fedele” e finisce per essere soltanto diligente. Fennell ha realizzato qualcosa di spudoratamente soggettivo, che è probabilmente più vicino allo spirito di Brontë di quanto lo sarebbe stato un adattamento “di prestigio”, educato, sereno.
Cime tempestose è un libro sull’attrazione che consuma, quindi perché non realizzare un film che dia la sensazione di essere esso stesso in procinto d’essere consumato? Robbie non recita mai, è sempre completamente immersa in qualunque cosa stia facendo, che si tratti di Tonya Harding, Barbie o Sharon Tate. Possiede quella rara qualità per cui, anche in un film massimalista e fortemente stilizzato, appare assolutamente autentica. Non protegge se stessa sullo schermo, ed è per questo che in lei non c’è mai una nota stonata: con Elordi dialoga tramite la presenza fisica – imponente e riflessiva quella di lui, di abbagliante bellezza quella di lei – per renderla vulnerabile anziché dominante.
È, ripensandoci, un abbinamento perfetto per Catherine e Heathcliff, che sono in ultima analisi due persone che si distruggono a vicenda proprio perché nessuno dei due è disposto a cedere.
Chissà dov’è adesso Ruby Crotchett, e chissà se ha visto Cime Tempestose, e se ricorda ancora quel bacio alla stazione con un gigante timido, tanto tempo fa.

CHI E’ 

La vita
Figlio di un imbianchino e di una casalinga, è nato a Brisbane il 26 giugno 1997. Ha tre sorelle, il padre è di origine basca. A 12 anni ha iniziato ad esibirsi in musical scolastici. Dopo un incidente mentre giocava a rugby, ha frequentato una scuola di recitazione a Melbourne e si è trasferito negli Stati Uniti nel 2017 all’età di 19 anni per intraprendere la carriera di attore.
La carriera
Nel 2017 debutta in un piccolo ruolo all’interno di Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar. Il grande successo arriva con la serie The Kissing Booth, poi seguito da Euphoria. Da lì la sua carriera decolla fino a Priscilla, a Saltburn di Emerald Fennel, Frankenstein di Gullermo Del Toro e quindi Wuthering Height- “Cime tempestose”, sempre diretto dalla regista britannica.

30 aprile 2026