di
Mara Gergolet
Intervista all’economista tedesco che guida l’Ifo, che ogni mese dà le previsioni sulla crescita: «Il governo Merz ha usato lo stimolo all’economia per coprire buchi di bilancio. Fine del modello Germania? Spero di no, ma dipende da noi»
«Se la Germania non sta attenta, rischia di fare la fine dell’Italia negli anni Novanta». Clemens Fuest è uno dei più influenti economisti tedeschi, dirige l’istituto Ifo, che ogni mese dà le previsioni della crescita. «Rischiamo un decennio perduto — dice —, e se non reagiamo forse anche di più». Di recente, l’istituto ha lanciato l’allarme sul «bazooka» di Merz: non sta funzionando.
Professor Fuest, si è molto discusso di un vostro paper. Avete dimostrato che il 95% del mega fondo per le infrastrutture non genera nuovi investimenti. La svolta di Merz è già fallita?
«Direi che per ora non è arrivata, non che sia definitivamente fallita. Dei 500 miliardi a debito previsti per le infrastrutture, nel 2025 ne sono stati spesi soltanto 24: però gli investimenti aggiuntivi sono stati un miliardo. Vuol dire che i restanti 23 miliardi sono stati usati per altro».
Per coprire buchi di bilancio?
«Esattamente. Di fatto, si è usato il fondo per alleggerire il bilancio ordinario».
Come spesso si fa in Italia.
«Ora anche in Germania».
Un errore politico o amministrativo?
«Politico. L’amministrazione ha solo eseguito decisioni prese dalla politica».
Gli investimenti pubblici nella difesa, sempre a debito, cambieranno strutturalmente l’economia tedesca?
«Sì, ma in misura limitata. Sta già succedendo. Alcune imprese chiudono, mentre l’industria della difesa in parte riutilizza questa manodopera. Il problema però è che la difesa tedesca è troppo piccola per assorbire il declino degli altri settori. Non avrà mai il peso dell’automotive».
Sulla disciplina fiscale la Germania era un modello. A dire il vero, spesso percepita come troppo rigida nell’Ue.
«È stata l’áncora di stabilità della moneta, contribuendo a mantenere i tassi bassi nell’eurozona per tutti. Questo modello tedesco — discutibile ma anche vantaggioso per gli altri — per il momento è stato abbandonato. Oggi la Germania è il Paese che si indebita più rapidamente: il debito dovrebbe salire all’80-90% entro il 2040. E questo implica che, se Paesi con un debito elevato, come la Francia, dovessero andare in difficoltà, la Germania sarà meno in grado di soccorrerli».
C’è già una perdita di reputazione finanziaria?
«In parte è avvenuto. I tassi d’interesse sui titoli tedeschi sono saliti e il divario con gli altri si è assottigliato».
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In poche parole: come si spiega la profonda crisi della Germania?
«Ci sono fattori esterni. Prima il contesto globale avvantaggiava la Germania, Paese esportatore, ora non più. Ci sono rotture geopolitiche: la guerra in Ucraina, la fine del gas russo, l’Iran. Poi c’è il protezionismo Usa e, infine, la concorrenza cinese. Vent’anni fa, la Germania era la “vincitrice della Cina” perché esportava macchinari e tecnologie utili alla loro industrializzazione, tanto quanto l’Italia era la “perdente”, quando i vostri prodotti vennero soppiantati da quelli cinesi. Ora invece perde anche la Germania, perché i cinesi sono competitivi nei settori alti, tradizionalmente tedeschi».
E i fattori interni?
«Abbiamo commesso errori noi stessi, per esempio con una politica energetica molto costosa. E ci siamo adagiati».
Il presidente degli industriali, Peter Leibinger, ha parlato di caduta libera, della peggiore crisi del dopoguerra. È d’accordo?
«Sì. Non solo l’economia ristagna. Se guardiamo agli investimenti privati — che rappresentano il 90% del totale — sono in calo dal 2019, addirittura siamo tornati al 2015. Vuol dire che il Pil regge solo grazie alla spesa pubblica, finanziata a debito».
È la fine del modello tedesco?
«Spero di no. Ma dipende da noi. Faccio un esempio: finora si potevano costruire impianti solari ovunque, si veniva pagati tramite le tariffe di immissione. È come se uno aprisse una pizzeria in mezzo alla Foresta Nera, senza clienti: tanto passa lo Stato a ritirare le pizze. Serve meno burocrazia. C’è anche una crisi di mobilità: poche persone cambiano lavoro o casa, perché ciò che esiste viene protetto molto e il nuovo è difficile da costruire. Se non cambiamo, sarà una lunga stagnazione: per questo dico che ricorda la situazione dell’Italia negli anni ’90, dove la crescita si è fermata per lungo tempo».
Friedrich Merz ha già speso il suo capitale politico?
«C’erano molte aspettative. Sulla difesa qualcosa si è fatto, nella politica economica poco. Da qui il senso di delusione. Dovrà decidere se litigare con gli alleati, continuare a ridurre i conflitti o presentare riforme convincenti. È l’ora della verità».
30 aprile 2026 ( modifica il 30 aprile 2026 | 10:59)
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