di
Gianluca Mercuri

Il presupposto secondo cui la protesta popolare era pronta a riesplodere e avrebbe portato al rovesciamento del regime si è rivelato fallace

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La trappola iraniana in cui Benjamin Netanyahu ha trascinato Donald Trump ha contorni sempre più evidenti. Le ricostruzioni giornalistiche più accreditate hanno confermato come il premier israeliano abbia convinto il presidente americano a una nuova guerra (dopo quella dei 12 giorni nel giugno ‘25) sulla base di un presupposto che si è rivelato fallace: quello secondo cui la protesta popolare, opportunamente fomentata dagli agenti israeliani, era pronta a riesplodere e, accompagnata da una campagna di bombardamenti, avrebbe portato al rovesciamento del regime.

Il paradosso che si sta palesando sotto i nostri occhi è che è successo il contrario. La protesta popolare non c’è stata, il regime non è caduto e se è cambiato è cambiato in peggio, irrigidendosi ulteriormente e scoprendo di avere un formidabile strumento di pressione mai usato, anzi osato, prima: il blocco dello Stretto di Hormuz. La nuova leadership è più vecchia di prima, riscopre le modalità di sopravvivenza sperimentate dai fondatori della Repubblica islamica. Ed è ovviamente decisa a non rinunciare all’arma nucleare, che la renderebbe definitivamente invulnerabile. Nessun accordo con gli Stati Uniti la farà sentire al sicuro dopo quello che ha fatto Trump. Servirà solo a prendere tempo. Il tempo per dotarsi della bomba e blindarsi come la Corea del Nord.



















































Perché il regime iraniano ha resistito

Danny Citrinowicz, dell’Institute for National Security Studies, è uno degli analisti più lucidi nello spiegare come e perché le cose sono andate in modo esattamente opposto a quello prospettato dagli israeliani agli americani nelle riunioni di febbraio che hanno portato ai bombardamenti dell’ultimo giorno del mese e all’inizio della guerra: «Invece di accelerare il cambiamento – scrive su Foreign Affairs – la guerra lo ha rallentato. La morte di Khamenei ha interrotto l’evoluzione dell’Iran e ha offerto al regime l’occasione per consolidarsi. La pressione esterna volta a rovesciare il regime iraniano ha contribuito a preservarlo».

Vediamo gli elementi principali che corroborano purtroppo questa valutazione.

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Gli errori di Trump

  • La situazione prima della guerra Il regime stava vivendo effettivamente una crisi gravissima. Le proteste tra dicembre e gennaio erano state le più massicce dalla rivoluzione del 1979. Il quadro economico era pessimo: il rial, la moneta nazionale, aveva perso metà del suo valore e l’inflazione sfiorava il 50%.
  • Regime sempre più delegittimato Anche prima di quell’ondata di proteste, i segnali di malcontento erano stati evidenti, a cominciare dalla bassissima partecipazione (la più bassa di sempre: 40%) alle elezioni parlamentari del 2024. Il regime aveva cercato di parare il colpo scegliendo un presidente relativamente moderato come Mahmoud Pezeshkian e mettendo in pausa leggi sull’uso del velo ancora più restrittive di quelle che avevano portato alle proteste del 2024.
  • La via dell’autoriforma La repressione, particolarmente sanguinosa, aveva fermato la rivolta, ma non sarebbe bastata a preservare il regime. Restavano le ragioni del malcontento, dalla corruzione alla crisi economica. Per questo un esperto come Citrinowicz è convinto che l’unica strada che aveva di fronte il regime per sopravvivere fosse una parziale autoriforma anche sul piano ideologico, una revisione del suo dogmatismo.
  • Khamenei non era il peggio Ebbene sì: per quanto odiosa, consunta, improponibile, quella della Guida Suprema uccisa dai bombardamenti del 28 febbraio era una figura più pragmatica del gruppo di potere che ne ha preso il posto in questa fase. Lo era certamente più del figlio Mojtaba, che infatti Ali Khamenei non voleva come erede, preferendogli probabilmente il nipote di Khomeini, Hassan, molto più moderato. Khamenei padre era un ideologo ma non un dogmatico: aveva voluto il trattato sul nucleare con Obama, aveva emesso una fatwa contro la bomba atomica, e «aveva esitato a unirsi a Hamas dopo l’attacco del 7 ottobre a Israele» (tesi che ribalta quella secondo cui l’attacco era voluto dall’Iran). E anche nella guerra del giugno ‘25 aveva calibrato gli attacchi a Israele.
  • Ora invece: altro che Venezuela Ora invece Trump ha dovuto constatare che il modello venezuelano – un «regime change» fulmineo sotto forma di sostituzione del leader defenestrato/eliminato con uno più moderato – si è rivelato inapplicabile all’Iran. Non solo Mojtaba, al di là dei dubbi sulla sua efficienza fisica, è diventato una figura centrale, ma le Guardie rivoluzionarie hanno occupato i gangli del potere, in tutti i livelli decisionali. Mohammed Bagher Ghalibaf non è l’equivalente della venezuelana Delcy Rodriguez, ma l’espressione di una leadership molto più collegiale, che ha serrato i ranghi sul modello dei suoi antenati ideologici del 1979 contro la minaccia esterna. E ha galvanizzato i suoi sostenitori, che non sono pochi.

E ora cosa può succedere?

Se questa guerra si sta rivelando un errore colossale, è chiaro che le previsioni sugli scenari futuri non possono essere particolarmente ottimistiche.

  • La guerra può riprendere a oltranza È uno degli scenari paventati da Citrinowicz e, con ancora maggior forza da Edward Luce del Financial Times, che pesa le rispettive carte negoziali: da parte americana la ripresa dei bombardamenti, da parte iraniana la chiusura indefinita dello Stretto di Hormuz. Ma il regime ha mostrato grande resistenza agli attacchi aerei (e se Trump optasse per la distruzione di ponti, centrali elettriche e impianti di desalinizzazione entrerebbe in una modalità Vietnam che destabilizzerebbe anzitutto lui). Mentre il blocco perenne di Hormuz strangolerebbe il mondo molto peggio di quanto stia succedendo ora. Per cui «non occorre essere un grande stratega per capire quale minaccia abbia più peso». Trump, presumibilmente, cercherà una soluzione temporanea prima di incontrare Xi Jinping (a metà maggio) e stando ben attento a non toccare le navi in viaggio per la Cina. Ma poi resteranno i problemi insoluti, a cominciare dai missili e droni iraniani che minacciano i Paesi del Golfo e Israele. Non i presupposti ideali per pensare chela terza Guerra del Golfo abbia strascichi meno duraturi delle prime due (basta ricordare quanto a lungo gli Usa si siano impantanati in Iraq).
  • Il regime può rafforzarsi ancora Anche lo scenario alternativo alla guerra senza fine non è particolarmente incoraggiante: è quello di un accordo che, in qualunque forma, darebbe respiro al regime, che potrebbe riprendere di nascosto i suoi piani militari (e nucleari) godendo nel frattempo di un certo sollievo economico. Per esempio con la riduzione delle sanzioni, una prospettiva di cui iraniani e americani stanno già discutendo. Questo diminuirebbe in modo quasi automatico il malcontento popolare. In più, il regime – che con le Guardie rivoluzionarie in ascesa e i clerici in declino va verso una maggiore laicità – dopo un giro di vite iniziale potrebbe ridurre le restrizioni religiose.
  • Il sogno nucleare riprende forza Non solo perché, con la morte di Alì Khamenei, la sua fatwa anti-atomica è decaduta. E non solo perché, con una scorta di circa 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, l’Iran ha già le basi tecniche per la bomba. Il punto chiave è che la leadership è più radicale, agguerrita e sicura di sé rispetto a prima, e vede come il trattamento riservato in questi anni dall’America alla Corea del Nord (vedi l’analisi di Luca Angelini sulla Rassegna di martedì) sia stato molto diverso da quello subìto dall’Iran. Né si fiderà mai di un Trump che ha già attaccato l’Iran nel mezzo di negoziati.

Insomma, la conclusione di Citrinowicz è che «paradossalmente, una strategia intesa a prevenire un esito nucleare potrebbe averlo reso più probabile».

Ma la dura lezione di questa guerra è più ampia:

«L’esito forse più grave di questa è che ha soffocato una potenziale trasformazione interna. Le strategie volte al cambio di regime spesso falliscono non perché i regimi siano intrinsecamente forti, ma perché sono capaci di adattarsi. Nel caso dell’Iran, la pressione esterna non ha frammentato il sistema, bensì ha rafforzato la posizione delle figure più intransigenti. Il risultato è un Iran meno prevedibile, meno moderato e probabilmente più pericoloso».

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1 maggio 2026 ( modifica il 1 maggio 2026 | 09:00)