di
Danilo Taino

Non si sa dove andrà a finire il prezzo del barile di petrolio, né per quanto tempo resterà chiuso lo Stretto di Hormuz. Ma almeno due cose sono certe: che non tutti i Paesi soffrono allo stesso modo, e che le risposte dei governi sono spesso (purtroppo) sbagliate

Era qualche anno che l’odore del petrolio non riempiva le cucine, gli uffici dei governi, le sale dei consigli d’amministrazione, gli open space della finanza, i nasi sofisticati dei banchieri centrali. Ora è di nuovo forte e rischia di confondere le menti. Non si sa dove andrà a finire il prezzo del barile che ieri, giovedì, ha superato i 125 dollari per poi scendere sotto i 115 (il Brent). Non si capisce per quanto tempo resterà chiuso lo Stretto di Hormuz, oggi sbarrato dal blocco incrociato di Teheran e di Trump, che toglie dal mondo 14 milioni di barili di greggio. Si fatica a calcolare come e quanto gli aumenti dei prezzi dell’energia penetreranno nell’interezza dell’economia e faranno balzare l’inflazione. Ci sono i pessimisti che immaginano il prezzo del petrolio a 150 dollari se Teheran e Washington non raggiungono un accordo e ci sono gli ottimisti che immaginano una caduta dei costi in tempi non lunghi: ma è impossibile sapere chi ha ragione.

Almeno due cose sono però certe. La prima è che anche nell’attuale buio petrolifero non tutti i gatti sono uguali: alcuni Paesi soffrono più di altri. La seconda è che i governi stanno andando per i prati, senza direzioni precise, mentre tentano di mitigare l’aumento del costo dell’energia: rischiano di sprecare in fretta le poche munizioni.



















































Iran, la guerra in diretta

A soffrire della chiusura di Hormuz è soprattutto l’Asia, dove prima del blocco si dirigeva l’80% del greggio che passava dallo Stretto.

In alcuni Paesi della regione, le raffinerie hanno diminuito l’attività, in altri i governi hanno ridotto la settimana lavorativa. Tutti cercano fornitori alternativi, a prezzi alti. L’Europa importava il 4-5% del petrolio che usciva dal Golfo Persico, tra i 500 e i 600 mila barili al giorno oltre a 420 mila barili di prodotti raffinati come gasolio e carburante per aerei. Per l’Italia, il greggio ora immobile in quella parte di Medio Oriente rappresentava il 6% del totale delle importazioni ma se si tiene conto del gas che arrivava dal Qatar si supera il 20% delle importazioni energetiche.

L’aumento di forniture di petrolio da Libia, Azerbaijan e Stati Uniti e la decisione di rilasciare dieci milioni di barili dalle riserve strategiche (7-8 giorni di consumo) può attenuare la scarsità nella Penisola ma la questione del prezzo rimane.

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Gli Stati Uniti, invece, non hanno bisogno di importare petrolio: grazie alla recente tecnologia di estrazione fracking, ne sono diventati il primo produttore mondiale, oltre 13 milioni di barili al giorno. Il prezzo di mercato del greggio, però, si fa sentire anche in America e, quando arriva al gallone di benzina, aumenta lo scontento degli elettori, anche di quelli che hanno votato Trump.

C’è chi pensa che, per contenere il costo del carburante negli Stati Uniti, il presidente americano potrebbe decidere di limitare l’export di prodotti raffinati. Altri, invece, ritengono che a questo punto abbia rinunciato a muoversi con lo sguardo fisso sulle elezioni di metà termine di novembre, tanto lui non è candidato: dal punto di vista della sua popolarità, sarebbe peggio un cattivo accordo con Teheran che il gallone a quattro dollari e mezzo (sei in California che comunque vota per i democratici).

È proprio l’idea che Trump intenda tenere a lungo il blocco di Hormuz ad avere spinto verso l’alto il prezzo di mercato del petrolio negli scorsi giorni. Ma anche tra i trader e gli investitori c’è confusione: nel mercato dei futures petroliferi, il prezzo è previsto in calo costante nei prossimi mesi, per finire sotto i 90 dollari a barile a fine anno.

La seconda cosa certa è che i governi europei vivono nell’incertezza.
Non è solo che non sanno quanto carburante per aerei hanno. È che la prima risposta che hanno dato alla crisi aperta dalla guerra in Iran è andata in una direzione discutibile. L’ansia di non irritare i consumatori ha per esempio spinto i governi verso una politica di aiuti attraverso sussidi al prezzo della benzina. La scelta è considerata maldestra, in realtà sbagliata, da gran parte degli esperti e degli economisti per due motivi.

Il primo è che così si distribuiscono risorse pubbliche a tutti coloro che fanno benzina, anche a chi non ne avrebbe bisogno. Soprattutto, questi sono aiuti al consumo in una fase nella quale c’è scarsità di offerta di energia e quindi sarebbe necessario ridurre la domanda di benzina, elettricità e gas. Sussidi al consumo, tra l’altro, spingono i prezzi verso l’alto quando sono già elevati. Ora, il dibattito è aperto su come trovare forme migliori per aiutare direttamente chi ha più bisogno di un sollievo invece di costosi e controproducenti sconti a pioggia. Ben poco è prevedibile, al momento.

Sullo sfondo, però, si può forse vedere una luce. Il ridisegno avvenuto della mappa del Medio Oriente assieme alla ritrovata egemonia energetica americana (fracking più controllo del petrolio venezuelano) hanno messo in crisi seria l’Opec e il suo vecchio monopolio sul greggio, come ha segnalato, questa settimana, l’uscita degli Emirati Arabi dal cartello. Per decenni il petrolio e la geopolitica hanno marciato assieme come due coniugi, perlopiù a favore di Paesi spesso ostili all’Occidente. Alla fine della guerra in Iran, potremmo scoprire che, se proprio non divorzia, la coppia almeno si separa e il prezzo del barile sarà libero da ricatti politici e da cartelli monopolistici. Chissà, una nuova era nella quale il petrolio non avrà più odore.

1 maggio 2026 ( modifica il 1 maggio 2026 | 08:57)