L’ex ciclista si racconta. “Vincenzo frenò apposta per farmi perdere, oggi ci ridiamo su. Da bambino a scuola mi prendevano in giro, poi ho iniziato a vincere…”


Ciro Scognamiglio

Giornalista

1 maggio – 08:54 – MILANO

Avrebbe dovuto essere il rivale per eccellenza di Vincenzo Nibali, o il nuovo Paolo Bettini. Eppure Giovanni Visconti è stato ben più di queste due promesse non mantenute, e non solo per i successi che è riuscito comunque a cogliere, tra cui tre maglie tricolori e due tappe al Giro d’Italia. “Visco”, la cui carriera ad alto livello ha attraversato tre decenni, ha sempre colpito i cuori per sensibilità e profondità d’animo fuori dal comune: uno “vero” nei momenti belli e in quelli brutti, capace di esaltarsi e precipitare e però sempre in grado di riprendere in mano il timone di carriera e vita. Ora che scopre talenti e fa il direttore sportivo per la Jayco-AlUla, squadra di prima fascia, il momento è propizio per sfogliare l’album dei ricordi.

Giovanni, cominciamo dalla carta d’identità, perché potrebbe ingannare… 

“Sono nato a Torino perché papà Antonino lavorava alla Fiat. Ma in realtà, quando sono nato io, eravamo già tornati a Palermo. Solo che mamma ha voluto comunque partorire dove era nata mia sorella, e stare vicino a mia nonna”.

Lei è stato un emigrante ciclistico della prima ora a tutti gli effetti, giusto? 

“Sì. Un pioniere, con il trasferimento in Toscana. Già da allievo vivevo tre-quattro mesi all’anno lì, dalla famiglia dell’ex pro’ Ginanni. Ha presente i classici ‘viaggi della speranza’?”. 

Racconti pure. 

“Nave che partiva da Palermo alle 20.30, alle 6.30 dell’indomani a Napoli. Eravamo io, cugino, papà e zio. Per non prendere la cabina, avevamo il posto ponte e dormivamo su quei materassini da mare, tra le sedie. E andavamo a gareggiare. La sera il ritorno, la mattina dopo a scuola senza neppure passare per casa. Sacrifici importanti, forse sproporzionati in relazione all’età. Ma se venivi dal Sud e volevi emergere, li dovevi moltiplicare”. 

Un altro esempio? 

“La ricreazione a scuola. A casa mi preparavano la pasta, o il riso, da mettere in uno di quei termos lunghi. I compagni uscivano dall’aula, a mangiare la pizza o cose più “normali”. Io restavo in classe e mangiavo quella pasta che alle 11 era diventata crema. Anche perché, uscito da scuola, tornavo a casa, mi vestivo e andavo in bici prima che facesse buio”.

I compagni la prendevano in giro? 

“All’inizio, sì. Poi hanno cominciato a notare i miei lunghi viaggi, a vedere che vincevo, gli articoli di giornale… Negli ultimi due anni delle superiori, erano diventati miei tifosi. Mi rispettavano”.

Veniamo alle categorie giovanili, alla rivalità con Vincenzo Nibali. È vero che una volta gli mise le mani addosso?

“In Toscana, si era creato il dualismo tra San Baronto, dove stavo io, e Mastromarco, dove stava Vincenzo. Io avevo quasi due anni in più, ero veloce, vincevo spesso. Le nostre tifoserie erano scatenate”.

​E pure voi non scherzavate… 

​”Circuito di Cerbaia. Conclusione allo sprint, io favorito. Strade strette, curve, finale insidioso. Vincenzo stava davanti a me. Per non farmi vincere, ai 500 metri, tira una frenata di proposito e mi fa smettere di pedalare. Perdiamo sia io sia lui. Io ero ‘fumino’, diciamo così. Dopo l’arrivo, butto la bici per terra e gli metto le mani al collo attaccandolo al muro… I giudici ci prendono per le orecchie, ci rimproverano, finisce lì. Ora ci ridiamo sopra”.

Al circuito di Cerbaia Nibali frenò per non farmi vincere. Dopo l’arrivo, buttai la bici per terra e…

Poi siete stati anche compagni di squadra…

 “Sì, quando ho lasciato la Movistar per andare alla Bahrain con lui. Me ne sono pentito, ma non per colpa di Vincenzo. Mi avevano preso dicendo che sarei stato sempre leader, almeno nelle classiche italiane, e non è mai successo. Ogni cosa me la sono dovuta sudare”. 

“Sì, ci sentiamo spesso. C’è stima reciproca”.

Parliamo della sua carriera da pro’: quale è stato il meglio e quale il peggio?

“Cominciamo dal brutto. Primo anno alla Movistar, 2012, Giro d’Italia: una notte dormiamo in un hotel a Legnano, c’è un terremoto, paura tremenda. All’indomani, tappa di Piani di Resinelli, la numero 15: sono in fuga e… mi prende un attacco di panico. Il primo della mia vita. Mi butto per terra in una pozza d’acqua, congelato. Mi strappo la maglia, non respiro, temo di morire. Mi faccio mettere la mascherina dell’ossigeno in ambulanza, non volevo più staccarla. Sembravo pazzo. Da lì, un calvario”.

 “In allenamento, ogni volta che facevo uno sprint o uno scatto mi mancava l’aria. Mi sono dovuto trasformare. Io non ne sbagliavo uno di sprint ristretti, ma ho cambiato pelle. Una metamorfosi. Ho allenato le salite lunghe, tiravo tanto, sono diventato un uomo squadra”.

A causa dello stress ho avuto tanti attacchi di panico. Il primo arrivò al Giro d’Italia del 2012, mentre ero in fuga. Mi strappai la maglia dallo spavento

Un anno dopo, il Galibier al Giro. 

“Sempre la quindicesima tappa. Vado in fuga, scatto, ecco un nuovo attacco di panico. Smetto di pedalare, quasi mi fermo. Poi finisce la salita, mi calmo, cerco di riprendermi, rientro sugli altri fuggitivi. E sul Telegraphe, con il mio passo, li stacco tutti. Resisto e vinco in cima al Galibier, io che sono nato il 13 gennaio come Marco Pantani. Coincidenze assurde, un film. Apoteosi. E sono ripartito”.

Ma l’origine di questi attacchi di panico? 

“Forte stress. Io mi massacravo da solo, le attese erano altissime a inizio carriera. Sono diventato un ottimo corridore, ma non un campione. E ho contato 54 secondi posti…”. 

Restiamo al Giro d’Italia per chiudere: lei nel 2008 vestì per otto giorni la rosa. 

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“Sì, anche se voglio ricordare pure la prima maglia tricolore vinta a Genova. Ero alla Quick Step, e mi aiutò un certo Paolo Bettini… Quanto alla rosa, che cosa posso dire: se ci penso ora, ho ancora i brividi. Tutti urlavano il mio nome. È come se quella casacca così magica ti desse i superpoteri: mi ha fatto sentire un re”.