«Quanto mi manca. Spesso mi capita di sentire qualcosa e chiedermi: “A David piacerebbe tantissimo”. E poi capisco che non glielo posso comunicare. Succede anche con i miei genitori». C’è molto di struggente (e anche molto di inconsueto) mentre Brian Eno, visionario un tempo della musica, ma oggi oramai di tanto altro, scandisce lentamente queste parole, ricordando l’amico Bowie, scomparso giusto dieci anni fa, con cui realizzò tre album capolavoro.
Siamo nel cuore di Parma, negli incantevoli e ritrovati Giardini di San Paolo, a lungo chiusi. Proprio perché il 77enne Eno oramai fa appunto altro, questa è l’installazione inedita («Seed») che si accompagna alla più importante e completa retrospettiva mai realizzata sulle opere d’arte dell’inglese: «My Light Years», voluta dal Comune, anche questa in un altro luogo magico e riaperto al pubblico, l’Ospedale Vecchio.
Inconsueto perché della rivoluzionaria e tumultuosa stagione dei Roxy Music o della trilogia berlinese appunto con il Bowie di cui sopra, Eno non parla praticamente mai, immerso in un continuo presente. Sul quale invece non si risparmia, come vedremo.
La luce innanzitutto: è al centro della sua ricerca artistica, sugli teleschermi, nei volti delle donne, sui fondali delle maestose arcate dell’antico edificio: «Ne abbiamo bisogno – dice- in questo momento di oscurità, perché ci dimentichiamo quanta bellezza ci sia al mondo, di fronte agli orrori cui stiamo assistendo». E la bellezza, nonostante tutto, risiede nel nostro Paese, per questo è qui: «Vivo nel centro finanziario del mondo, a Londra,dove abbondano miliardari corrotti, apprezzo invece tantissimo la socialità che c’è in Italia , il fatto che le persone dedichino tanto tempo a stare insieme».
Una delle sue opere è molto cinematica: «Face to Face», volti immersi entro le sonorità delle sue invenzioni elettroniche. E si scopre che i debiti, alle nostre latitudini, sono tanti anche in questo campo. Dario Argento, per esempio, di cui compose la colonna sonora di «Opera»: «Che saturazioni di colore, che psichedelia. Surrealista vero, perché i film di oggi sono così noiosi?». O Nanni Moretti a cui prestò la canzone principe de «La stanza del figlio»: «Mi commosse». E Fellini, certo: «Con lui i sentimenti sono più importanti delle storie, come in “Amarcord”».
C’è anche molta New York nella mostra, con i lavori del periodo in cui collaborava con i Talking Heads, dove vince il cosmopolitismo, la varietà umana. Si è riconciliato con la metropoli, Eno. E il motivo è uno: «Il neosindaco Mamdani dice le cose che pensa, chiaramente, senza infingimenti». Di Trump aveva diffidato invece fin da subito, prodotto delle devianze dei social, secondo lui: «Sono stupito di come l’America sia diventata così poco originale, quella di Trump è una storia vecchia, si chiama fascismo. Ed è anche colpa nostra quando trent’anni fa abbiamo pensato che la politica fosse finita: hanno iniziato a farla, male, gli altri».
La sua adesione alla causa palestinese è nota, sul petto campeggia una spilla con i colori della bandiera. E con molti altri, dai Massive Attack ai Sigur Ros, ha chiesto di boicottare la presenza di Israele a Eurovision, così come condivide la decisione della Biennale (da cui fu premiato tre anni fa) di non premiare artisti di Tel Aviv: «Dispiace per gli artisti israeliani intrappolati in quel sistema, ma penso che se Israele va a Eurovision penserà di far parte della comunità internazionale. Ma dopo quello che è successo non è più possibile». E lui che alle macchine deve molto, cosa pensa dell’AI? «Il problema non è l’AI in sé, ma chi la possiede. Ovvero gli stessi che hanno creato i social generatori del fenomeno Trump». Infine, il pop sembra non piacergli più, anche se ha collaborato all’ultimo disco degli U2: «Ma no, con loro è stata una cosa tra amici. Anzi c’è molta musica buona in giro, anche migliore di sessant’anni fa, semplicemente mi sto dedicando ad altro». E cosa manca di fare a lui che quasi tutto ha fatto?: «Prendere dagli archivi i miei 30.000 inediti sonori. Prima o poi ne butterò fuori uno al giorno, ma mi sa che non mi basta il tempo…».
1 maggio 2026 ( modifica il 1 maggio 2026 | 10:24)
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