di
Paola Caruso
Le ultime ore del pilota brasiliano: cosa accadde nel paddock del circuito di Formula 1 di Imola
Il 1° maggio 1994, 32 anni fa, moriva a Imola Ayrton Senna, uno dei più grandi della storia della Formula 1. Ripubblichiamo l’articolo di Paola Caruso che ricostrusice l’ultimo weekend del pilota brasiliano.
Imola, giovedì 28 aprile 1994, ora di pranzo. È una splendida giornata, il sole picchia sul circuito di Formula 1. Fa così caldo che sembra estate. I meccanici delle monoposto lavorano senza sosta. Sudano anche se indossano T-shirt leggere.
Il paddock ancora sonnecchia, siamo alla vigilia delle prove libere e c’è poca gente. C’è silenzio. Ayrton Senna (34 anni compiuti a marzo) è già alle prese con le interviste. Si concede alle tv come ai fan, disponibile a scambiare due parole con chiunque gli si avvicini. Porta pantaloni chiari, una camicia azzurrina con le maniche arrotolate e in testa non ha l’onnipresente cappellino con la scritta Nacional.
Sembra sereno. In Italia è arrivato senza la fidanzata Adriane Galisteu (la chiamano «le curve migliori di Senna») — lo accompagna il fratello Leonardo — e ha un’immensa voglia di riscatto. Nei primi due Gran premi della stagione ha conquistato sempre le pole position, ma non ha concluso le gare (ritiro in Brasile e in Giappone), mentre un certo Michael Schumacher su Benetton macina punti mondiali.
Inizia così l’ultimo weekend del pilota brasiliano, tre volte campione iridato. L’ultimo capitolo di una storia che su Netflix viene raccontata dalla serie Senna, disponibile dal 29 novembre.
Imola, venerdì 29 aprile 1994, ora di pranzo. Il rumore delle monoposto rimbomba in tutta la città. Il circuito brulica di appassionati da tutto il mondo e la giornata è caldissima. Senna si lamenta sia della temperatura elevata che del vento: ha la monoposto più veloce (la Williams che nel 1993 ha incoronato Alain Prost campione del mondo) ma non riesce a gestirla. L’abitacolo è troppo stretto. Sta scomodo. L’aerodinamica dà problemi: mancano le sospensioni attive che sono state determinanti l’anno precedente e che adesso sono vietate dalla Fia.
Si trova nel box quando sui monitor vede il botto di un siluro contro una fila di pneumatici: il brasiliano Rubens Barrichello — suo pupillo —
disintegra la Jordan finendo a 200 all’ora sulle barriere della Variante Bassa. Un incidente spaventoso. Barrichello è un miracolato: gli va di lusso, ne esce con una frattura del setto nasale, una costola incrinata, un’amnesia e un braccio ammaccato.
Senna non si sente più tanto sereno. Ai giornalisti parla di «condizioni strane», non solo per il caldo anomalo. Ha smesso di sorridere. Qualcuno mette in giro la voce che preferirebbe non correre. Vero o falso?
Imola, sabato 30 aprile 1994, ora di pranzo. Sono in programma le qualifiche. Senna sa che sul giro veloce ha pochi rivali, anche se la sua Williams non è eccezionale come quella del 1993: è ormai orfana delle «magiche» sospensioni attive.
Tutto fila liscio, il pilota di San Paolo conquista la pole position. Eppure, non c’è nulla da festeggiare. L’austriaco Roland Ratzenberger si schianta a 300 all’ora contro il muro della curva Villeneuve. Muore. Senna va in crisi. Piange dietro il box. È inconsolabile. Pensa di essere solo, lontano da occhi indiscreti, libero di sfogarsi, ma qualcuno lo raggiunge. È disperato e furioso. Scappa dal paddock. Sparisce. Niente interviste. I giornalisti brasiliani sono gli unici che lo aspettano con pazienza fino a tarda sera per avere una dichiarazione. Ma lui non vuole vedere nessuno. «Non era mai successo che snobbasse noi giornalisti brasiliani» dicono delusi. Brutto segno.
Si fa buio. Sono passate le 18 e il box della Williams è già chiuso. David Brown, il biondissimo ingegnere di pista di Senna, dice: «La macchina è ok, non ha bisogno di modifiche, abbiamo finito di lavorare per oggi». Strano. Perché alla Ferrari aspettano ancora il nuovo motore in arrivo da Maranello, da montare durante la notte, mentre nella scuderia di Sir Frank il team si dilegua prima di cena. Era già successo? Chissà.
Imola, domenica 1 maggio 1994, ora di pranzo. I piloti si preparano per il Gran premio, nonostante la morte di Ratzenberger. Non si usa annullare le gare per un lutto. The show must go on. Si parte. Via. Senna è in testa, inseguito da Schumacher. Al settimo giro, alle 14.17 Ayrton si schianta a 200 all’ora sul muretto del Tamburello. Non può evitare l’impatto perché il piantone dello sterzo si è rotto e gli è rimasto in mano. Lo scontro con il cemento non è così devastante, ma il fato ci mette lo zampino: un braccetto della sospensione vola in aria e come una freccia appuntita entra dentro il casco del paulista (tra la calotta e la guarnizione di gomma) finendo nel cranio del pilota. Non c’è molto da fare.
L’elicottero scende sulla pista, anche se non avrebbe il permesso di compiere questa manovra, prende Senna e lo porta in ospedale a Bologna dove muore. Qualcuno si dispera già sugli spalti: sa che l’elicottero non può atterrare sul tracciato e se ha violato il protocollo, qualcosa è andato molto storto. Eppure il Gp non si ferma, vince Schumi. Il resto è storia.
1 maggio 2026 ( modifica il 1 maggio 2026 | 11:49)
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