di
Marianna Peluso
Sold out lo spettacolo con attori con sindrome di Down. Commenti al vetriolo: «Li usate». La replica: «No, attori con altissime potenzialità»
«Quando raccontavo che volevo fare uno spettacolo su Dio dove le persone con sindrome di Down sono protagoniste, dove gli uomini sono vestiti da suora e Gesù Cristo dice “vorrei che Dio fosse Down, come me, sulla croce”, mi dicevano tutti che mi avrebbero lapidato». Invece Paolo Ruffini è all’Arena di Verona, domani sera, con un sold out conquistato in quattro giorni dall’annuncio e un bilancio complessivo che tocca già i 140.000 spettatori per il suo “Din Don Down” con la Compagnia Mayor Von Frinzius formata da attori con disabilità.
Un successo che l’attore definisce un’anomalia incredibile, un fenomeno che appariva una pazzia e che è stato capace di incassare l’endorsement del vescovo ausiliare di Milano, monsignor Luca Raimondi: «C’è più Cristo in questo spettacolo che in tante chiese». Questa frase “benedetta” è il sigillo su un percorso che ha portato la compagnia fino alle stanze del Vaticano, lasciando a Ruffini una certezza: «Dio è molto meno permaloso di tanta gente». Il riferimento è ai commenti al vetriolo che qui e lì puntellano le sue pagine social, tra chi gli affibbia una «retorica stucchevole» e chi lo accusa di usare persone con disabilità «come fossero peluche».
Secondo il content creator veneziano Mattia Marangon «Ruffini si è costruito una fortezza comunicativa associando la sua immagine a delle categorie fragili, così che criticare lui passi come criticare la causa stessa». Una furbata moralista, insomma, un’architettura del consenso per trasformare le persone disabili in espedienti funzionali alla viralità; una lettura che però sbatte contro il muro eretto da Lamberto Giannini, direttore della Compagnia Mayor Von Frinzius e regista di “Din Don Down”: «I soggetti disabili hanno prospettive teatrali molto potenti; soltanto il perbenismo ha impedito finora di vederli come soggetti teatrali. Cerchiamo di mettere in scena la disabilità senza abbellimenti, per quello che è, per i limiti che ha e per la potenza che possiede».
Dal canto suo, Ruffini, di certo, non cerca una mediazione morbida: «L’accusa di sfruttamento? Certo che c’è sfruttamento, perché il teatro non sfrutta continuamente qualcuno? Se io faccio Romeo e Giulietta, non sfrutterò la bellezza di una giovane ragazza e un giovane ragazzo per interpretare gli innamorati di Shakespeare? Il teatro è sfruttamento per natura, ma io pago le persone che sono sul palco con me. Io non vendo pandori, non faccio beneficenza: questi sono spettacoli commerciali, non ci sono loghi sul manifesto, non c’è neanche tax credit, qui si vive di biglietti venduti. Gli attori lavorano non perché sono disabili ma perché sono bravi».
Il palco dell’anfiteatro è lo stesso che ha ospitato la cerimonia di apertura delle Paralimpiadi Invernali, poco meno di due mesi fa, «è come se fosse un continuum e ne sono orgoglioso — ammette l’artista livornese —. Però mi piacerebbe che un giorno esistessero soltanto le Olimpiadi e non più le Paralimpiadi. Questo spettacolo, ad esempio, non è certo inclusivo: è uno spettacolo e basta. Finché si parla di una cosa, vuol dire che c’è ancora bisogno di parlarne, quando non se ne parlerà più, vorrà dire che è stata finalmente digerita».
Questa visione ha trasformato quello che doveva essere un progetto di nicchia in un kolossal teatrale, che vive per il 30 per cento di improvvisazione, ma non rinuncia alla massima cura tecnica per l’accessibilità: per l’Arena sono stati previsti maxi-schermi e ripresa dedicata per traduttrici nel linguaggio dei segni. «Una spettatrice sorda, un giorno, mi ha detto: “Paolo, quando la gente ride, io non so perché. Un cieco sente le battute, noi no”. E ha ragione. Quando una critica è sensata, noi la raccogliamo e la trasformiamo in occasione». Le polemiche, in fondo, non sono che un motivo per andare avanti: «L’esigenza di piacere a tutti è dittatoriale rispetto al nostro ego — sorride —. Sono felice di non piacere a chi mi critica senza sostanza: se un cannibale ti dice che ha mangiato bene a casa tua, c’è qualcosa che non va. Finché non piaccio a loro, vuol dire che sto facendo bene».
Vai a tutte le notizie di Verona
Iscriviti alla newsletter del Corriere del Veneto
1 maggio 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA