Ci sono i “genitori falegnami” e i “genitori giardinieri”. Il genitore falegname ha in mente un’idea di quello che il figlio dovrà diventare e proprio come Geppetto con Pinocchio ha già immaginato come sarà da grande e, un po’ rigidamente, “sbozza” il proprio figlio caricandolo delle proprie aspettative. E poi c’è il genitore giardiniere, colui che sa che dentro al figlio c’è un seme e, sebbene non gli sia dato sapere se è sarà di rosa o di pesco, sa che il suo compito di educatore sarà quello di permettergli che il suo potenziale fiorisca.
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Questa bellissima immagine la consegna così, senza retorica, lo psicologo e divulgatore Luca Mazzucchelli, intervenuto oggi per un confronto aperto sulle dinamiche reali tra adulti e adolescenti nell’era digitale insieme alla famiglia Caressa-Parodi al completo insieme alle figlie Matilde ed Eleonora — mentre il figlio Diego sedicenne assisteva tra il pubblico —, durante un evento organizzato da Meta.
In che modo i ragazzi fanno il loro ingresso nel mondo dei social e in che modo i genitori li possono accompagnare? Da questo quesito iniziale parte la riflessione di Mazzucchelli, che insiste sul valore delle relazioni e del dialogo tra genitori e figli. “Siamo in un contesto storico-culturale in cui le tecnologie si evolvono a una velocità esponenziale e io credo che fare il genitore oggi comporti diverse complessità. Per la prima volta convivono nello stesso ecosistema due specie antropologicamente differenti di persone: chi nasce oggi non ha in mente un mondo senza smartphone. Questo è un aspetto da non sottovalutare perché in base al contesto in cui cresci diventi una persona diversa. I miei figli, per esempio, parlano in modo diverso da me, mantengono l’attenzione in modo diverso. Ma se io e i miei figli parliamo linguaggi diversi, questo gap rischia di aumentare”.

Creare una relazione di fiducia
“Partendo dal presupposto che chiunque dei nostri figli prima o poi si caccerà nei guai e che questa è la preoccupazione più grande di noi genitori, la ricerca ci dice che lo strumento che abbiamo in nostro potere per prevenirli è creare una relazione di fiducia attraverso il dialogo. Per i ragazzi, avere un canale di dialogo aperto con almeno un adulto di riferimento è cruciale“.
La tecnologia come strumento di dialogo
“Uno strumento attorno cui costruire questo dialogo potrebbe essere la tecnologia stessa, provando a vederla come un campo di confronto. Dobbiamo entrare nell’ottica che gli esperti di tecnologia sono i nostri. Sono loro a doverci raccontare cosa “li accende” e noi a doverci dimostrare curiosi. In questo senso la tecnologia può diventare uno strumento per conoscerli meglio. Dopo che loro si sentono esperti e ci istruiscono, allora poi lì arriva il nostro turno, è lì che possiamo avanzare le nostre richieste e dare le nostre direttive. La tecnologia quindi deve essere un pretesto conversazionale e non un motivo di scontro”.
Non il controllo, ma la presenza
Il dialogo, ma anche la presenza. Questi sono i due punti di riferimento in cui incardinare la relazione genitori-figli sul tema dell’uso dei social. “La tecnologia più potente non è fatta di schede madri e circuiti, è invisibile e si trova a metà strada tra mente e cuore perché è fatta di emozioni e idee. E finché non impariamo a gestire le nostre emozioni, a entrare in contatto con i nostri valori, qualsiasi tecnologia non farà altro che amplificare quello che abbiamo dentro di noi, perché la tecnologia non trasforma chi siamo, ma lo acuisce”, puntualizza Mazzucchelli, che poi insiste sul ruolo dell’educazione. “Non si può delegare la propria crescita personale. Certo che le tecnologie vanno normate, ma questo non deve distrarci dal fatto che il compito dei genitori sia di comprendere cosa c’è dentro ai ragazzi e utilizzarla al meglio. Il punto non è controllare, ma essere presenti“.
Un’analisi, quella dello psicologo Mazzucchelli, che trova d’accordo Benedetta Parodi e il marito Fabio Caressa, che hanno cresciuto i loro tre figli in un rapporto di fiducia, rispetto e dialogo. “Presto ci siamo resi conto che la cosa importante era capire come affrontare questo grande tema, i social e i ragazzi. Non mi piace chiamarlo problema, ma tema. Ognuno di loro ha un rapporto diverso con i social perché ciascuno ha un’età diversa”, spiega Benedetta Parodi. “La nostra conoscenza di quello che fanno è fondamentale, una conoscenza che non deve arrivare dalla paura né da un’investigazione accusatoria, ma da una curiosità per capire prima di giudicare“.
Imparare insieme
“Un elemento molto importante è riuscire a capire cosa hai di fronte e non avere un atteggiamento di paura e chiusura, come avevo io all’inizio, che per il lavoro che faccio temevo tantissimo le shitstorm online. Anche per questo sono entrato su Instagram molto tardi. Io ero terrorizzato da Instagram perché faccio un lavoro ad alto contenuto di feedback. Già quando c’erano i fax avevo il terrore delle shitstorm. Poi invece grazie ai miei figli e, in particolare, a Diego mi sono iscritto nel 2021 e ho capito che la strada giusta è quella di comprendere il mezzo e non di temerlo, e attraverso di esso cercare di capire e conoscere meglio i nostri figli. Per esempio, quando Diego, con cui condivido la passione per il calcio, mi segnala informazioni che a me non sono giunte, io cerco di fargli capire se la fonte da cui le ha trovate è affidabile. In questo modo si impara insieme”.
Fiducia informata e utilità dei social
La figlia Eleonora, 24 anni, che insieme alla sorella Matilde di 22 anni, ha lanciato un podcast di successo dal titolo Rendez-vous da me, un appuntamento informale in pigiama e bug per affrontare temi che coinvolgono tutte le ragazze e i ragazzi della loro età, con un tono leggero e ironico, parla dell’importanza di “una fiducia informata” in cui “i genitori spieghino che ci sono regole di comportamento per navigare sui social in modo sicuro, ma senza il continuo controllo”. “Penso che sia importante non sentirsi colpevolizzate” le fa eco Matilde, che ricorda come ci sia anche “un lato utile dei social da non demonizzare”.

Sviluppare uno spirito critico
Su questo punto è molto d’accordo Fabio Caressa, che parlando delle figlie conferma: “Sono riuscite a sviluppare uno spirito critico. In questo senso la tecnologia diventa anche un elemento di conversazione che insegna a difendere le proprie idee“. E aggiunge: “Un errore tipico della mia generazione è quello di associare automaticamente i social alla mancanza di rapporto. I social non sono un sostitutivo della vita reale e i ragazzi, che escono e si incontrano come facevamo noi, lo sanno bene. I social hanno solo modificato e talvolta semplificato la comunicazione, ma non l’hanno sostituita”.
Stabilire regole chiare
Al netto di tutte le considerazioni, Benedetta Parodi è chiara sull’educazione dei figli all’uso dei telefoni. Poche e semplici regole: “Prima si studia e poi si usa il telefono, oppure lo si prende quando si fa una pausa. E ancora: niente telefoni a tavola (con qualche strappo se ci sono partite di calcio importanti o se si devono fotografare i piatti, ma sempre per lavoro, ndr). E poi per evitare che i ragazzi si addormentino con il telefono in mano, stabilire un orario dopo il quale i telefoni sono off”. E aggiunge: “Se i nostri figli vanno bene a scuola, rigano dritto e non hanno problemi li lascio in autonomia. Dove vedo che c’è una mancanza nel sonno o nello studio intervengo”.
La Fomo e il detox dai social
Se c’è una paura intergenerazionale, tipica della nostra epoca, è la Fomo vale a dire Fear of Missing Out. La paura di perdersi qualcosa del mondo, soprattutto sui social, ma non solo, che è figlia di un’epoca di iperconnettività. Interrogata sul tema, la prima a confessarla è proprio Matilde Caressa: “Mi capita soprattutto quando limito il tempo sulle app. In quel momento penso sempre che magari mi sto perdendo qualcosa di interessante… Però certo bisogna imparare a ridimensionarla, pensando che se ci siamo persi qualcosa potremo sempre andare a recuperarla più avanti”. Anche per questo fare periodi di “detox” dai social può essere molto sfidante, anche se chi lo ha provato come Eleonora Caressa durante Pechino Express lo ha molto apprezzato: “All’inizio cercavo sempre il telefono nella tasca, ma poi ti rendi conto che farne senza è più facile di quanto uno si immagini farne“.
La Fomo è una sensazione provata anche dal padre Fabio: “Io sono giornalista da quando avevo 16 anni e quindi io vivo con il terrore di non sapere le cose, io voglio sapere tutto. E quindi per me la Fomo non è solo legata ai social, è proprio legata al fatto che se io mi accorgo che uno mi manda un messaggio su una cosa che è successa e io non la so, io mi sento in difficoltà, ma è proprio una deformazione professionale”. “Io invece – ammette scherzosamente Bendetta Parodi – ho la sicurezza che quando tutti mi stanno per parlare di qualcosa accaduta online, quella cosa non la so. Ma va bene così”.
I nuovi accorgimenti di Meta
A proposito di giovani e social, Meta è intervenuta introducendo alcune novità anche in Italia, con l’estensione dell’esperienza Instagram ispirata ai criteri di classificazione dei contenuti cinematografici 13+, che consente agli adolescenti di visualizzare, per impostazione predefinita, contenuti coerenti con la propria fascia d’età, limitando l’esposizione a materiale sensibile o potenzialmente inappropriato. A questo si affiancano le protezioni già attive sugli account per teenager, abilitate di default, ulteriormente rafforzate da una nuova modalità più restrittiva, contenuti limitati, pensata per le famiglie che desiderano un livello di tutela aggiuntivo nella definizione dell’esperienza digitale dei figli.
“Il nostro lavoro non nasce da un approccio imposto dall’alto, ma dal dialogo costante con i genitori e dai loro feedback, grazie ai quali continuiamo a costruire un sistema di protezioni condiviso, pensato per accompagnare i ragazzi nel loro percorso di crescita digitale”, spiega Laura Bononcini, Director of Public Policy di Meta per il Sud Europa. “Con gli account per teenager, ad esempio, le impostazioni più restrittive si attivano di default: è la piattaforma che si adatta all’età dell’utente, non il contrario. Ma la tecnologia da sola non basta, non è controllo, è accompagnamento. E funziona meglio quando si integra con il dialogo in famiglia: gli strumenti tecnologici e la relazione umana non sono alternativi, sono complementari”.