Non è automatico pensare al romanzo come a qualcosa che abbia a che fare con il costruire e il decorare case. Ma non si vive solo di saggi specialistici. Anche la narrativa e la literary non-fiction rappresentano una risorsa sorprendentemente ricca e stimolante per chi nuota nell’ampio mare del design, dell’urbanistica o dell’architettura. Anche perché, per saper fare, per creare, per immaginare, serve conoscere i luoghi, gli spazi lontani, le terre di cui abbiamo solo sentito parlare, i posti in cui accadono meraviglie e tragedie, e in cui si sviluppano vite non così diverse dalle nostre. E così, tra la provincia inglese e l’Iran, tra Venezia e Israele,, tra l’Afghanistan e la Francia, i libri ci portano in giro per il mondo stando però fermi in poltrona. La narrativa può essere un ottimo passaporto. Dopotutto “scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli.” diceva Emilio Salgari.
Ryoko Sekiguchi, Venezia, millefiori, Wetlands. Traduzione di G. MassanoWetlands Venezia, millefiori
“Sono un architetto, come mille altre persone in città. Non avrà difficoltà a trovarne uno qui, basta lanciare una pietra e ne colpirà sicuramente uno”, dice un personaggio del romanzo Venezia, millefiori della giapponese Ryoko Sekiguchi. Sia per l’importanza dell’università Iuav, dove sono passati dei giganti, sia per la fisicità dell’architettura che si sente in ogni calle in ogni scorcio. Venezia è paradiso e dannazione dell’urbanistica e della conservazione architettonica, visto che i palazzi hanno bisogno di costante cura e che la città è minacciata dal riscaldamento globale, dallo svuotamento e dal turismo. Ma Venezia non è solo pietra, è anche vegetale, è anche pianta, è anche fiori e carciofi. Per la narratrice la laguna diventa un luogo da esplorare, dialogando con un erbario di centocinquant’anni fa di una donna del luogo. “Le città sono costruite dagli uomini, ma contengono anche parti invisibili per chi si sposta a piedi” e che possono essere viste solo dall’alto, macchie di verde, giardini nascosti tra le isolette. Quello della narratrice è un occhio giapponese su Venezia, un occhio che va oltre le cartoline e cerca di appropriarsi dello sguardo di chi ci abita, di chi la difende, di chi la vive davvero. “Tra le persone che ho incontrato e le opere che ho letto, è nell’architettura, nell’urbanistica, nella storia e nell’ecologia che ho trovato le riflessioni più pertinenti sulla Venezia di oggi e domani”.
Paul Nizan, Antoine Bloyé, Ago. Traduzione di D. Cainelli
Cosa si è disposti a fare per cambiare la propria situazione sociale? Cosa si perde quando, dal proletariato si passa a quella che appare come una confortante piccola borghesia a cui molti aspirano? Il protagonista del libro di Paul Nizan, Antoine Bloyé, fa qualsiasi cosa per lasciarsi alle spalle una condizione originaria di stenti, attaccandosi a una ferrea disciplina, infuso da un’erosiva ambizione e da una sete di riconoscimento che però sembra portare a una frattura con i legami e gli affetti di un tempo. La conquista si manifesta in molte forme, passa dall’immobiliare e dal decoro di interni, la rivalsa passa anche per il design e per nuovi spazi, oltre che dalle abitudini e da un nuovo modo di guardare le classi subalterne, e dall’avere di colpo dei domestici. Il nuovo stipendio permette “di acquistare un salotto”, un appartamento “comprendente una camera di lusso” in cui la moglie “avrebbe potuto trascorrere, per alcuni giorni dell’anno, una vita distaccata dalle necessità quotidiane, una vita sottoposta a regole dilettevoli di cortesia e d’apparato”. Nizan, comunista e poi critico di Stalin, scrive il libro nel 1933, e morirà nella battaglia di Dunkerque. L’amico Jean-Paul Sartre aiuterà a condividere la sua opera. E in Italia lo farà Goffredo Fofi, che firma l’introduzione. “Antoine Bloyé è un uomo che è costantemente consumato dalla morte, perché non compie i gesti che la annullano”, dice Nizan del suo personaggio.
Geoff Dyer, Compiti a casa, Il Saggiatore. Traduzione di Katia BagnoliIlSaggiatore Compiti a casa
“I mattoni delle facciate di tutta la schiera, rivolte a est, avevano un rivestimento di smalto segnato qua e là da crepe di ragnatela”. Sono le case a guidare, in gran parte, la storia della vita dell’inglese Geoff Dyer, madeleine in forma di bifamiliari nel Gloucestershire. In Compiti a casa con la sua solita brillantezza simpatica e molto british, con radicale precisione, Dyer racconta dell’infanzia fino agli anni che lo portano ad Oxford. A scandire il tempo: le abitazioni. “La nuova casa era grande: ingresso, soggiorno, tre camere da letto, una serra, un bagno al piano superiore e, al di là della stretta cucina, un gabinetto annesso”. C’è pure lo spazio per un mobile, “parzialmente oscurato dal televisore”, dove la madre infila tutti gli oggetti di “valore ancestrale: portatoast d’argento, servizi da tè in porcellana vittoriana, set di zuccheriere d’argento, due tazze del 1918, portauovo d’argento, brocche di cristallo”. Quasi un romanzo di formazione e insieme memoir, Compiti a casa non racconta solo l’infanzia e l’adolescenza di Dyer, ma è anche l’affresco di un paese e di un periodo, puntellato da oggetti quotidiani, di comparsate televisive di Margaret Thatcher, scarpe Puma, libri, musica e di tremenda cucina casalinga e scolastica. “Tutto il cibo faceva schifo… al contrario di Oliver Twist, volevo sempre meno o, meglio ancora, non volevo niente”.
Aliyeh Ataei, Ciechi al rosso, Utopia. Traduzione di G. Longhi Alberti e Harir SherkatUtopia Editore Ciechi al rosso
“Uno dei miei zii, che a volte ci raccontava i ricordi di quel periodo, diceva che la casa era stata confiscata dai comunisti e usata come base, poi era passata nelle mani dei mujaheddin e infine era diventata un rifugio dei talebani”. Oggi che l’Iran è sulla prima pagina dei giornali, leggere dei libri che parlano del paese, ambientati lì, può essere un modo per capire meglio la contemporaneità. Aliyeh Ataei, classe 1981 e attivista per i diritti delle donne, cresciuta al confine con l’Afghanistan, racconta in Ciechi al rosso del padre che parte per combattere la guerra contro l’Iraq, di talebani e miliziani, di cugini uccisi, di migranti per cui “il mondo cambia di continuo”, di parenti che devono gestire gli squilibri geopolitici che per loro prendono la forma di sangue, polvere e fughe. Si saltella tra gli anni Novanta egli anni Duemila. I luoghi, in questa storia, sono fondamentali, così come case che crollano, o quelle che restano in piedi bruciacchiate. Lo sono anche i confini, che spesso appaiono così irreali. Le scene dopo i conflitti e le invasioni sono “così assurde” che non si capisce più dove si è. La guerra causa confusione perché distrugge gli elementi identitari, il paesaggio, gli edifici, le strade. “Il mercato di Herat sembrava un miscuglio di tutto quel che potrebbe essere una città del medio oriente devastata dalla guerra”.
Philip Roth, Operazione Shylock, Adelphi. Traduzione di Ottavio FaticaAdelphi Operazione Shylock. Una confessione
Philip Roth è considerato il grande snobbato americano del premio Nobel. Morto nel 2018 la sua opera sta venendo pian piano tradotta e pubblicata dalla casa editrice Adelphi, tanto che le vecchie copie tascabili dei suoi libri Einaudi si trovano al Libraccio a 50 o 60 euro, ormai considerate rarità. Ora, nell’impeccabile traduzione di Ottavio Fatica, è uscito Operazione Shylock, e il momento non poteva essere più adatto visto che in questo romanzo spy-story sul doppio l’antisemitismo e la questione palestinese sono perni centrali della trama. Il personaggio Philip Roth si reca in Israele per intervistare uno scrittore, e lì scopre che qualcuno si sta spacciando per lui, per Roth, spingendo una nuova diaspora ebraica. Roth è un maestro del dialogo e delle ansie, e sa giocare coi luoghi come rappresentativi delle proprie idiosincrasie. La casa in Connecticut, “circondata dai boschi” che per quindici anni gli ha procurato “l’isolamento necessario per concentrarmi era diventata l’inquietante scenario di un singolare tracollo emotivo”, e così si prova a vivere in hotel. Gli architetti e i designer dovrebbero leggere Roth perché tutti dovrebbero leggere Roth.