La guerra in Iran ridisegna gli equilibri geopolitici, con esiti a volte sorprendenti. L’elenco di vincitori e perdenti non è così scontato come sembra. La Russia, per esempio, a prima vista è in vantaggio grazie all’aumento del prezzo del greggio. Però subisce danni su altri fronti: l’Ucraina di Zelensky ha colto l’opportunità per farsi degli alleati molto ricchi nel Golfo arabico-persico, ai quali ha offerto la propria consulenza nella difesa anti-droni. Inoltre la Russia, come l’Iran, è tra le vittime della clamorosa decisione degli Emirati Arabi Uniti di uscire dall’Opec+, il cartello oligopolistico dei Paesi petroliferi allargato a Mosca. Questa mossa rompe in modo sostanziale ogni residua coesione e collaborazione tra produttori di petrolio.
Un «piccolo gigante» come Abu Dhabi recupera piena libertà di movimento e le sue scelte di produzione, esportazione, nonché di costruzione di nuove infrastrutture terrestri per aggirare Hormuz, avranno conseguenze a lungo termine sui mercati dell’energia. Va vista insieme a un altro sviluppo clamoroso: l’alleanza militare fra Emirati e Israele. Il patto di difesa unisce «le due Sparta» del Medio Oriente. Il riferimento alla celebre città guerriera dell’antica Grecia non è casuale. Benjamin Netanyahu citò Sparta in un suo discorso alla Knesset. Ma spesso gli esperti di geopolitica del Medio Oriente hanno usato la metafora di Sparta per descrivere gli Emirati, una micro-potenza dal punto di vista della estensione geografica e della popolazione, ma un attore di peso per le capacità finanziarie, che da anni investe negli armamenti. Non abbastanza, però, visti i danni che missili e droni iraniani hanno inflitto agli Emirati. Di qui la scelta: Abu Dhabi e Dubai non solo confermano l’alleanza con gli Stati Uniti, ora rafforzano quella (ben più audace) con Israele. Un coronamento logico, ma non del tutto scontato, degli Accordi di Abramo con cui gli Emirati avevano normalizzato sei anni fa le loro relazioni diplomatiche con Tel Aviv.
In questo contesto si capisce meglio che la decisione degli Emirati di uscire dall’Opec non è un episodio tecnico legato al mercato petrolifero. È un gesto politico di portata storica, che segnala la nascita di un nuovo ordine mediorientale sotto la pressione della guerra con l’Iran. In apparenza si tratta di una scelta economica, legata alla volontà di liberarsi dai vincoli delle quote produttive. In realtà è molto di più: è una dichiarazione di autonomia strategica, un atto di rottura con il passato, un riposizionamento geopolitico che ridefinisce le alleanze nella regione.
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Per decenni il Medio Oriente fu segnato da una linea di frattura semplice: da un lato il mondo arabo, dall’altro Israele. Oggi quella linea si sta dissolvendo. La guerra con l’Iran ha accelerato un processo già in atto da anni, facendo emergere una nuova convergenza tra Israele e alcune monarchie del Golfo, in primo luogo gli Emirati. Questa convergenza è ormai anche militare. Israele ha dispiegato il suo formidabile sistema di difesa Iron Dome sul territorio emiratino, con truppe sul campo per gestirlo: un salto qualitativo che fino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile.
Gli Emirati sono usciti da questa fase della guerra con una conclusione: non possono contare sulla solidarietà araba come pilastro della propria sicurezza. Quando l’Iran ha lanciato migliaia di droni e missili contro il loro territorio — più che contro qualsiasi altro bersaglio — la risposta degli altri Paesi del Golfo è stata esitante. Questo ha prodotto una frattura psicologica prima ancora che politica. Abu Dhabi ha percepito una vulnerabilità esistenziale, una minaccia diretta al proprio modello economico fondato su stabilità, apertura e globalizzazione.
Da qui la scelta di rafforzare senza ambiguità l’asse con Washington e con Israele. È un’alleanza fondata non su affinità ideologiche, ma su un calcolo freddo: chi può garantire protezione reale in caso di guerra. Gli Accordi di Abramo firmati nel 2020 sotto la prima Amministrazione Trump appaiono oggi non più come un gesto diplomatico isolato, ma come l’anticipazione di un cambiamento strutturale.
L’uscita dall’Opec si inserisce in questo quadro. L’organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio era stata per decenni uno strumento di potere collettivo del mondo arabo. Oggi, agli occhi degli Emirati, quel modello appare obsoleto. Le quote produttive limitano la capacità di reagire rapidamente a shock come quello provocato dalla guerra. In un momento in cui lo Stretto di Hormuz è stato di fatto paralizzato e le rotte energetiche sono diventate vulnerabili, la priorità è massimizzare la flessibilità, aumentare la produzione e investire in infrastrutture alternative, come oleodotti che bypassino i punti di strozzatura strategici.
C’è anche una dimensione competitiva. Gli Emirati da tempo mal sopportano la leadership saudita nel Golfo e il ruolo dominante di Riad all’interno dell’Opec. La rivalità con l’Arabia Saudita si gioca su più piani: economico, geopolitico, tecnologico. Lo sceicco Mohammed bin Zayed (presidente degli Emirati) e il principe saudita Mohammed bin Salman, un tempo alleati stretti, sono diventati concorrenti nella corsa a trasformare i loro Paesi in hub globali per finanza, turismo e innovazione. La decisione di uscire dall’Opec è anche un modo per sottrarsi alla disciplina imposta da Riad e affermare una propria linea indipendente.
Dietro c’è una trasformazione dell’identità emiratina. Nato come una federazione di piccole monarchie, il Paese ha costruito in pochi decenni una potenza economica globale. Negli ultimi anni ha sviluppato anche una dimensione militare e strategica sempre più assertiva: Sparta, appunto. Nonostante dimensioni ridotte, gli Emirati proiettano potenza ben oltre i loro confini: interventi in Yemen, ruolo nella guerra civile libica, sostegno al colpo di Stato in Egitto nel 2013. Una politica estera interventista che si giustifica con la volontà di contrastare l’islamismo politico, riflette anche un’ambizione più ampia di influenzare gli equilibri regionali.
La guerra con l’Iran ha rafforzato questa tendenza. Di fronte a un nemico che ha dimostrato capacità di colpire infrastrutture vitali — porti, aeroporti, impianti petroliferi — gli Emirati hanno scelto di reagire non solo difensivamente, ma anche ridefinendo il proprio posizionamento strategico. Hanno chiuso istituzioni iraniane sul loro territorio, limitato i legami economici con Teheran, e spinto per una risposta internazionale più dura, anche a livello delle Nazioni Unite. Pure questa è una svolta sostanziale: Dubai era rimasta a lungo un porto franco per traffici finanziari degli ayatollah iraniani, al riparo o in elusione dalle sanzioni americane. Questo ruolo “corsaro” della piazza finanziaria emiratina si chiude, e Teheran perderà uno dei suoi canali occulti per aggirare l’embargo Usa.
Sul piano globale, questa evoluzione ha implicazioni rilevanti. Un aumento della produzione emiratina potrebbe contribuire a calmierare i prezzi del petrolio, come ha sottolineato con favore Washington. Il sistema energetico internazionale sta entrando in una fase più frammentata e competitiva, in cui i grandi produttori agiscono sempre più come attori individuali piuttosto che come cartello coordinato.
30 aprile 2026, 16:04 – modifica il 30 aprile 2026 | 16:13
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