Il protagonista di Dogman: «Mi piace tutto di Roma, anche i sorci. Viaggio per il mondo con la voglia di tornare, perché qui mi sento felice»
«Mi piace tutto di Roma, anche i sorci. Viaggio per il mondo con la voglia di tornare. Qui mi sento felice». A piazza dell’Immacolata dove Marcello Fonte, calabrese di San Lorenzo, fa vita da bar. L’attore di 47 anni, premiato a Cannes nel 2018 come miglior attore protagonista con il film Dogman di Matteo Garrone, ogni mattina prende posto al suo tavolino sotto il cielo. Arriva presto, anche alle 6.40, commenta i giornali con due pensionati: «Loro sono gli zi’». Saluta le signore che si incontrano per il caffè prima della spesa: «Buongiorno, Rita, vai ti stanno aspettando le altre». E chiacchiera con i professori universitari e con gli studenti. «Qui mi nutro di sentimenti, osservo i cambiamenti della società. Do una mano, se serve».
Nel senso che lavora al bar oltre ad essere un cliente?
«No, diciamo che ci sono, offro la mia disponibilità. L’attore e il cameriere alla fine si somigliano, entrambi portano qualcosa, servono. Questo poi non è solo un bar, ma un luogo di aggregazione. Mauro, il proprietario, è un appassionato di arte e di cinema, sostiene tante iniziative culturali. E io sono, tra l’altro, il suo consulente artistico. Ci chiamano Cip e Ciop di San Lorenzo. A me piace stare qui, parlare con le persone, ascoltare i giovani. Hanno così tanta paura di essere ingannati e messi ai margini».
A Roma lei si è sentito più escluso o accolto?
«Mi sono sentito escluso tante volte. Ma alla fine in questo quartiere ho trovato la famiglia. È il mio paesello, sono sanlorenzino ».
Cosa apprezza dei romani e cosa detesta?
«Mi piacciono e basta, per il loro modo di pensare, di scherzare e soprattutto di smorzare. Ammiro questa leggerezza e li trovo simpatici».
Lei è arrivato in questa città nel 1999, a 21 anni, da Archi, periferia di Reggio Calabria.
La prima immagine di Roma che le torna in mente?
«Il tram numero 5 che passava accanto al mercato di piazza Vittorio. L’ho preso appena sceso dal treno, a Termini. Ricordo che era brutto, vecchio e faceva un gran rumore, si sentiva la puzza di pesce che arrivava dai banchi. Andavo a casa di mio fratello Pasquale, in via Principe Eugenio: è architetto, l’unico laureato della famiglia. Ero venuto a Roma per stare tre giorni e non sono più andato via».
Perché è rimasto?
«Volevo recitare e nel frattempo facevo cinque lavori al giorno. Il barbiere per strada, l’elettricista, l’idraulico, il falegname e la comparsa. A Roma si presenta il curriculum, mi aveva detto mio fratello. Non sapevo cosa fosse. In quattro pagine ho scritto tutto quello che avevo fatto, anche che a 10 anni suonavo i rullanti in una banda a Reggio Calabria. Alla fine dicevo che ero venuto a Roma per fare l’attore e interpretare i vari personaggi che in me convivono. Tutti si mettevano a ridere. Ma io ci credevo. Cercavo su Porta Portese gli annunci per i provini e mi presentavo. Finché ho iniziato a lavorare con uno scenografo, amico di mio fratello. Con lui ho scoperto la magia del cinema».
E anche Cinecittà. Che ricordi ha degli studi?
«Non posso dimenticare gli antichi romani che prendevano il caffè con i nazisti durante le pause delle riprese, nella piazzetta. Quando facevo la comparsa in Gangs of New York di Martin Scorzese, la mattina salivo sulla metro a piazza Vittorio e scendevo nell’Ottocento, sulla Tuscolana. Nemmeno mi struccavo la notte. A volte mi presentavo dai costumisti dicendo che mi aveva mandato il regista. Ha detto di vestirmi, mentivo. Di cosa?, mi chiedevano. Non lo so. Restavo lì finché non mi prendevano.
Spesso mi intrufolavo nei set per mangiare gratis».
Oltre San Lorenzo, c’è un’altra parte di Roma che ha nel cuore?
«La zona del Teatro Valle. Durante l’occupazione, ho dormito lì per tre anni e mezzo, su un letto nel bagno in disuso. Facevo di tutto, anche le visite guidate. La mattina alle 4 e mezza ero sul palco. Poi andavo a prendere il caffè al Sant’Eustachio, attraversavo piazza Navona e passavo davanti a Sant’Andrea della Valle. Mi sembrava di sognare. Finita l’esperienza del Teatro Valle, mi sono spostato al Nuovo Cinema Palazzo, a San Lorenzo, un’altra occupazione. Ho dormito per sei anni e mezzo nel camerino, da solo. Ed è lì che ho cominciato a recitare».
Come è andata?
«Avevamo dato lo spazio a una compagnia teatrale di ex detenuti di Rebibbia, Forte Apache. Un attore durante le prove è morto, io facendo le riprese avevo imparato le battute, così ho preso il suo posto e le sue scarpe. Ma non ho improvvisato, avevo studiato tanto, andavo in giro con il libro di Stanislavskij, io che ho solo la terza media. Recitavo e ogni giorno continuavo ad alzare e abbassare le serrande al Palazzo, proprio come poi ho fatto nelle scene di Dogman».
Dal cinema occupato a Cannes.
«A Matteo Garrone sono stato segnalato da Elio Germano. Ho fatto il provino ed è cominciata l’avventura. Mi sono immerso completamente nel personaggio del Canaro. Il giorno in cui dovevo prendere l’aereo per Cannes, una Mercedes classe C è venuta a prelevarmi al Cinema Palazzo. L’autista non ci poteva credere.
In 28 giorni ho girato il mondo, e poi sono rientrato lì. Gli amici mi hanno accolto con una palma dorata».
Che cosa ha imparato dal successo, nel bene e nel male?
«Che l’amore comunque arriva, e io ce ne avevo messo tanto in quel film. Che essere sé stessi paga sempre, meglio brutti che finti. Ma soprattutto ho imparato che devi saper scendere dalla giostra, il biglietto non è infinito. Dalla casa con il tetto di lamiera, dove ero cresciuto in Calabria, mi sono ritrovato ad attraversare New York in Ferrari. Ti gira la testa. E se non esci dal personaggio del film, quello ti tira l’anima. Tutto questo l’ho capito cadendo, con il tempo sono diventato un bravo cascatore. Mi ero messo anche a produrre cortometraggi, ma ho fallito. Non è quello il mio ruolo».
Quali sono i suoi progetti?
«Sto girando un film a Budapest con il regista ungherese Gàbor Reisz, un altro è in uscita, L’Oratore di Marco Pollini. Non ho obiettivi, vorrei solo che mio figlio Francesco, di 4 anni e mezzo, vedesse i miei film e approvasse le scelte che ho fatto. È un sanlorenzino anche lui».
Se dovesse girare un film a Roma, dove farebbe la prima scena e l’ultima? «Qui, a San Lorenzo. Il titolo sarebbe Nessuni , con la “i”, una presa in giro, una storia ironica sugli anni in cui mi dicevano: tanto, non sei nessuno. È cambiato tutto da allora, ha riaperto anche l’ex cinema Palazzo e sono contento, è un bene per il quartiere che ci sia un nuovo spazio per il cinema, il teatro, le attività culturali. Non rinnego niente del mio passato, ho dato l’anima per le battaglie in cui credevo. Ma adesso è tutto diverso e i giovani devono imparare a lottare nella legalità. Le ingiustizie ci sono sempre, ma oggi voglio credere nella giustizia».
30 aprile 2026
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